Di Paride Petrocchi

GROTTAMMARE – Che cosa significa educare oggi? Di fronte alle fatiche, alle incertezze e alle domande degli adolescenti, educare non significa soltanto trasmettere contenuti o offrire soluzioni immediate. Significa soprattutto costruire relazioni capaci di accogliere, ascoltare e accompagnare.

È questo il tema emerso durante l’incontro “Emozioni, solitudini, domanda. La fatica di crescere delle nuove generazioni”, svoltosi nell’aula magna dell’Istituto Fazzini di Grottammare. Promosso dall’Ufficio IRC della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, guidato dalla professoressa Giuseppina Mozzoni, l’appuntamento era rivolto agli insegnanti di religione cattolica della Diocesi truentina.

All’incontro erano presenti il vescovo Gianpiero Palmieri, vescovo della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto e della Diocesi di Ascoli Piceno, la responsabile dell’Ufficio IRC diocesano e i relatori Paola Bignardi e Amedeo Angelozzi. Il loro contributo ha offerto agli insegnanti strumenti e prospettive per comprendere meglio il mondo interiore degli adolescenti e interrogarsi sul compito educativo della scuola.

La ricerca presentata ha coinvolto circa 1.400 ragazzi, invitati a compilare volontariamente un questionario a casa. Accanto alle risposte chiuse sono emerse numerose testimonianze aperte, capaci di raccontare con profondità il vissuto delle nuove generazioni. I dati invitano a superare gli stereotipi: gli adolescenti non sono semplicemente una “generazione infelice”. Molti dichiarano di sentirsi abbastanza o molto felici, soprattutto grazie agli amici, alla famiglia e, in misura significativa, anche alla scuola.

Le relazioni rappresentano dunque una risorsa fondamentale per la crescita. Proprio per questo, però, la loro fragilità può provocare sofferenza. I ragazzi sentono intensamente, ma spesso faticano a comprendere e a nominare ciò che accade dentro di loro. La frase “Non capisco quello che sento” esprime una difficoltà decisiva: non l’assenza di emozioni, ma l’incapacità di trasformarle in parole, pensiero e condivisione.

Anche la solitudine assume forme nuove. Un adolescente può avere molti contatti, frequentare un gruppo e comunicare attraverso i social, ma sentirsi comunque solo. Quando sta male, può aspettare che la sofferenza passi oppure confidarsi soltanto con un coetaneo. Non sempre, invece, riesce a chiedere aiuto a un adulto. Questo silenzio non va interpretato frettolosamente come superficialità o chiusura: può indicare la difficoltà a fidarsi, a riconoscere il proprio disagio o a sentirsi accolto senza giudizio.

Durante l’incontro è emerso uno scarto tra l’ascolto che gli adulti ritengono di offrire e quello che gli studenti percepiscono realmente. Un insegnante può pensare di ascoltare dando consigli, indicazioni o soluzioni; il ragazzo può avere bisogno, prima di tutto, di sentirsi riconosciuto e accolto. Educare significa allora imparare una grammatica comune, fondata sull’attenzione, sulla sospensione del giudizio e sulla disponibilità a lasciarsi sorprendere.

Le domande degli adolescenti riguardano il futuro, il valore personale, la felicità, il bisogno di essere amati e la possibilità di costruire una vita significativa. Non sempre assumono una forma esplicitamente filosofica o religiosa, ma restano domande profonde: “Valgo abbastanza?”, “Chi ci sarà per me?”, “Come posso essere felice?”

In questo cammino l’insegnamento della religione cattolica può offrire un contributo prezioso, custodendo uno spazio di ricerca, dialogo e confronto. L’IRC può mettere in relazione le esperienze dei ragazzi con racconti, simboli, figure bibliche e testimonianze della tradizione cristiana, senza imporre risposte precostituite, ma aiutando ciascuno a leggere con maggiore profondità la propria esperienza.

Il compito dell’educatore non è eliminare ogni inquietudine, ma accompagnare i giovani nel dare un nome a ciò che sentono e nel trasformare le emozioni in domande di senso. Le relazioni educano quando non si limitano a trasmettere risposte, ma aiutano a crescere nella consapevolezza, nella libertà e nella responsabilità.

Una presenza affidabile può diventare per un adolescente il punto di partenza per comprendere sé stesso, riconoscere le proprie risorse e immaginare il futuro. La fatica di crescere, allora, non è soltanto un disagio da contenere: può diventare il luogo in cui nascono, in forme nuove, le grandi domande dell’esistenza. Ed è proprio lì che può cominciare l’ascolto educativo più autentico.

 

Entra a far parte della Community de L'Ancora (clicca qui) attraverso la quale potrai ricevere le notizie più importanti ed essere aggiornati, in tempo reale, sui prossimi appuntamenti che ti aspettano in Diocesi.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com