Di Pietro Pompei
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Con l’Unità d’Italia le amministrazioni cercarono di dotare le città, grandi e piccole, di nuovi piani regolatori che ne consentissero l’espansione secondo uno schema a griglia lungo le principali direttrici. Per San Benedetto esse furono il mare, la ferrovia e la strada Lauretana, oggi Strada Adriatica.
Alle ville suburbane sette-ottocentesche presenti nel territorio cittadino, adibite non solo ad abitazione ma anche ad attività agricole e produttive (Villa Laureati, Villa Brancadoro, Villa Voltattorni, Villa Mancini e Villa Sgariglia), si aggiunsero nuove ville o, più propriamente, villini, costruiti su piccoli lotti in prossimità del mare e destinati esclusivamente alla villeggiatura.
Il villino, inserito in un lotto edificabile di dimensioni ridotte, non poteva più essere circondato da ampi parchi; dovette quindi ricercare nuove soluzioni architettoniche. Si sviluppò in altezza e, alla loggia tradizionale, si sostituì un nuovo elemento: l’altana, una sorta di torretta svettante, costituita da uno o più piani emergenti dal corpo principale dell’edificio. Essa rappresentava un elemento architettonicamente di forte impatto e, al tempo stesso, simbolico, poiché nella maggior parte dei casi risultava priva di una reale funzione.
Lo stile architettonico fu inizialmente quello dell’eclettismo, che riprendeva motivi ora militari e medievali, ora imperiali, rinascimentali o orientali, in una sorta di moderno revival stilistico.
I villini dell’odierna via Paolini rappresentano pienamente questa tendenza, ma lasciano già intravedere, nelle decorazioni delle facciate, gli elementi del nuovo linguaggio artistico del Liberty, destinato ad affermarsi in Italia soltanto dopo il primo conflitto mondiale e, a San Benedetto, solo dopo il 1920 con la costruzione dei villini a sud del torrente Albula: Villa Sorge, Villa Bozzoni Pantaloni, Villa Bollettini, Villa Baiocchi, Villa Cosignani, Villa Perotti e altri ancora.
L’architetto Alessandro Tamanti
Prima di descrivere i villini, è opportuno aprire una breve parentesi sulla figura dell’architetto Alessandro Tamanti, autore della maggior parte dei progetti.
Nativo di Petritoli, visse tra il 1860 e il 1952 e trascorse gran parte della sua vita a Rotella. Per un certo periodo lavorò nello studio dell’architetto Giuseppe Sacconi. Di lui si conservano studi di trabeazione corinzia che riproducono fedelmente i capitelli della chiesa di San Lorenzo in Montedinove, in particolare quella raffinata trama delle foglie d’acanto che, come osservò De Fabiis, sembra trasformarsi in foglioline d’olivo.
Ingegnere, architetto e scrittore, Alessandro Tamanti fu l’autore del progetto dei villini di via Paolini, ad eccezione del villino n. 2, probabilmente opera dell’architetto Luigi Anelli.
Compiuti gli studi a Roma, conseguì la laurea in Ingegneria e successivamente quella in Architettura il 30 gennaio 1897. Nel corso della sua carriera ottenne numerosi riconoscimenti e primi premi in diversi concorsi artistici. Molti dei suoi elaborati erano esposti presso l’allora Regio Istituto di Belle Arti di Roma.
Secondo la documentazione conservata, collaborò nello studio dell’architetto Giuseppe Sacconi alla progettazione del Vittoriano. In seguito sorse una controversia giudiziaria riguardante il riconoscimento del suo contributo all’opera, che si protrasse per diversi anni.
Uomo di idee laiche e liberali, privo di legami familiari, lasciò Roma nei primi anni del Novecento e si trasferì a Parigi, dove aprì uno studio professionale e collaborò ai restauri della cattedrale di Notre-Dame.
I certificati e i titoli presentati in occasione di un concorso per la cattedra di Arti Ornamentali sono oggi conservati presso l’Istituto Ponzone di Cremona. Tra questi figura anche un attestato firmato dall’architetto Giuseppe Sacconi, nel quale si certifica che Alessandro Tamanti prestò servizio nel suo studio romano, collaborando alla realizzazione dell’Altare della Patria.
I villini dell’odierna Via Paolini
I villini dell’attuale via Paolini entrano a pieno titolo nella storia cittadina, poiché rappresentarono una tappa fondamentale nello sviluppo dell’architettura della San Benedetto turistica.
Nei primi anni del Novecento il sindaco Gino Moretti ottenne dal Demanio Marittimo una striscia di arenile compresa tra il mare e la ferrovia, delimitata a sud dallo Stabilimento Bagni e a nord dalla pescheria pubblica. Quest’area, situata oltre il ponte ferroviario di via dell’Ancoraggio (oggi corso Secondo Moretti), costituiva il naturale sbocco della città verso il mare.
Il sindaco fece suddividere l’arenile in cinque lotti e, nel 1908, indisse un’asta pubblica per la loro assegnazione, ponendo come condizione la costruzione di altrettanti villini, realizzati secondo il gusto architettonico dell’epoca.
La costruzione degli edifici fu finanziata dalla Banca Cooperativa Agricola Industriale, che aveva sede presso Casa Vespasiani, in via XX Settembre n. 27, diretta da Pasquale Merlini.
Nell’atto di ipoteca stipulato il 30 settembre 1908 si legge infatti:
«…nelle aree suddette debbono sorgere quattro villini, come da espresso obbligo assunto dai proprietari verso il Municipio di San Benedetto nell’acquisto da essi fatto…»
Dalla vendita dei lotti il Comune ricavò 38.000 lire, una somma allora considerevole, grazie alla quale fu possibile sistemare le principali vie di collegamento con gli arenili, realizzare la nuova pineta, installare i primi impianti di illuminazione pubblica e costruire il primo ponte sul torrente Albula.
Alla fine del 1910 risultavano completati i villini n. 1, 2, 4 e 5, mentre il villino n. 3 era stato edificato soltanto fino al primo piano. Lo testimonia l’atto di vendita del 16 novembre 1910 con cui l’immobile fu ceduto al commendatore Crescenzi di Controguerra (Teramo). Per ultimarne la costruzione, più complessa rispetto agli altri edifici, furono necessari altri due anni.
Nell’asta pubblica del 17 agosto 1908 il lotto n. 2 venne assegnato a Vincenzo D’Angelo, mentre gli altri lotti furono acquistati da Filippo Calabresi di San Benedetto, Giuseppe Tamanti di Rotella, entrambi qualificati nell’atto come “possidenti”, e da Giuseppe Veccia di Ripatransone, indicato come “muratore capomastro”.
Descrizione dei villini
Il villino Tamanti
Tra via dell’Ancoraggio, lo Stabilimento Bagni e la nuova strada che sarebbe stata chiamata Via dei Villini sorse il villino progettato in stile chalet svizzero. Era caratterizzato da un tetto in legno con guglie e spioventi finemente decorati che incorniciavano figure femminili dipinte, ornate da motivi floreali.
Purtroppo questo ricco apparato decorativo non è più visibile, essendo stato eliminato durante un frettoloso intervento di restauro eseguito negli anni Settanta.
L’edificio è composto da due corpi di fabbrica affiancati. Una parte fu abitata dalla stessa famiglia Tamanti, che da Rotella vi si trasferiva durante il periodo estivo. A conferma di ciò, in numerose cartoline d’epoca l’edificio è indicato come Villa Tamanti.
Per molti anni vi soggiornò anche il pittore Chatelet, che dalle finestre del villino trasse ispirazione per la realizzazione dei suoi celebri dipinti dedicati alle vele colorate.
Il villino n. 1
Il primo edificio, procedendo da via dell’Ancoraggio, come già ricordato, non fu progettato dall’architetto Tamanti, ma con ogni probabilità dall’architetto Luigi Anelli.
Presenta caratteristiche architettoniche simili a Palazzo Anelli, oggi sede del Vescovado, riprendendo il gusto militar-medievale che, nei fregi delle torrette, lascia già intravedere i primi richiami allo stile Liberty.
Originariamente era circondato da un ampio giardino che si estendeva sia verso via dell’Ancoraggio sia verso est, comprendendo l’area oggi occupata dall’edificio del Bar Moretti, in piazza Giorgini.
Di quel giardino rimangono ancora la grande palma posta sul marciapiede dell’attuale corso Moretti e il magnifico glicine che ricopre gran parte della facciata meridionale dell’edificio.
Successivamente il fabbricato fu ampliato verso est dall’ingegner Onorati, che vi abitò al secondo piano per tutta la sua permanenza a San Benedetto. Oggi la piazzetta realizzata in seguito alla recente ristrutturazione urbana porta il suo nome.
Il villino n. 3
Proseguendo verso nord lungo l’antica Via dei Villini, successivamente viale Regina Elena e oggi via G. M. Paolini, si incontra l’edificio architettonicamente più complesso dell’intero complesso.
Fu anche l’ultimo a essere completato, nel 1912.
Di particolare importanza fu la vendita, avvenuta nel 1910, da parte di Giuseppe Tamanti e Filippo Calabresi al commendatore Crescenzi di Controguerra, esponente di una delle più importanti famiglie imprenditoriali della zona, proprietaria di fornaci per la produzione di laterizi, cave di pietra e vasti possedimenti agricoli.
Il ricavato della vendita consentì di portare a termine la costruzione dei villini n. 1, 4 e 5.
Poiché i lavori del villino n. 3 si erano arrestati al piano mezzanino, è probabile che il nuovo proprietario abbia indotto l’architetto Tamanti a modificare il progetto originario dei livelli superiori.
Ancora oggi questa trasformazione è chiaramente leggibile: fino al marcapiano del primo piano nobile il linguaggio architettonico è pressoché identico a quello del vicino villino n. 4; dal primo piano in poi, invece, l’edificio assume un carattere decisamente più leggero e articolato.
Le alte aperture ad arco gotico slanciano la costruzione verso l’alto, mentre i richiami allo stile orientale veneziano si alternano a elementi rinascimentali, per culminare nell’altana, nuovamente ispirata al gusto veneziano. Il risultato è un raffinato esempio di eclettismo architettonico che anticipa la progressiva perdita della rigida simmetria geometrica tipica degli edifici Liberty del primo dopoguerra.
È molto probabile che il commendatore Crescenzi abbia messo a disposizione dell’architetto Tamanti le cave di pietra arenaria di sua proprietà nei pressi di Manoppello, in provincia di Chieti. Fu proprio lì che maestri scalpellini realizzarono balconi, bifore, rosoni, colonnine, capitelli, cordoni ornamentali e la raffinata merlatura composta da colonnine e rosoni che circondava l’intera terrazza del lastrico solare e dell’altana.
Purtroppo questo prezioso apparato decorativo andò quasi completamente distrutto durante gli eventi bellici del 1943, a causa dei mitragliamenti provenienti dal mare e dei bombardamenti.
Per molti anni l’edificio conservò le evidenti ferite della guerra. Solo nel 1960 fu sottoposto a un importante intervento di restauro da parte dell’attuale proprietà.
È oggi allo studio un progetto finalizzato alla ricostruzione degli elementi decorativi originari, che si auspica possa essere realizzato nel prossimo futuro.
In origine il villino era circondato da un ampio giardino rivolto verso il mare; ne rimane ancora oggi la cancellata lungo viale Cristoforo Colombo. Dell’antico giardino all’italiana e del roseto sopravvive una grande palma. Negli anni Cinquanta il parco fu sacrificato per consentire la costruzione dell’edificio che oggi si affaccia su viale Cristoforo Colombo.
Il villino n. 4
Adiacente al villino appena descritto sorge un edificio di dimensioni più contenute che, fin dalla sua costruzione nel 1910, fu destinato ad autorimessa per le prime automobili, allora in circolazione da meno di un decennio.
Dopo la Prima guerra mondiale lo stesso proprietario, Filippo Calabresi, vi installò un cinematografo che rimase attivo fino alla fine degli anni Cinquanta, quando l’attività fu trasferita nell’attuale complesso di viale Cristoforo Colombo.
La famiglia Calabresi abitò inoltre parte del villino che, pur essendo il più piccolo dei quattro progettati da Alessandro Tamanti, si distingueva per l’equilibrio delle proporzioni e la sobria eleganza delle forme.
Originariamente l’edificio si sviluppava su un solo piano, rialzato rispetto a un piano mezzanino, ed era sormontato da un’ampia terrazza prendisole coperta, a pianta cruciforme.
Tra le due guerre mondiali la terrazza fu chiusa mediante una sopraelevazione che diede origine a un secondo piano completamente coperto.
L’immobile è stato oggetto di una radicale ristrutturazione nella seconda metà degli anni Novanta. Pur conservando l’impianto planimetrico originario, sono state introdotte alcune modifiche: il piano mezzanino è stato rialzato per ricavare, al livello stradale, un locale commerciale, mentre il piano nobile è stato suddiviso in due distinte unità abitative.
Sono invece rimasti invariati i fianchi in pietra, l’arco e il timpano del portale principale, ancora perfettamente conservati.
Il villino n. 5
L’ultimo villino fu costruito oltre la strada che conduceva al sottopasso ferroviario, nell’ultimo lotto assegnato con l’asta pubblica, al confine con l’antica pescheria.
Dal punto di vista architettonico è probabilmente l’edificio meno elaborato dell’intero complesso.
Come il villino Tamanti, è costituito da due corpi di fabbrica affiancati. La suddivisione interna in appartamenti lascia supporre che fosse stato concepito fin dall’origine per una vendita frazionata delle unità immobiliari.
L’edificio compare in numerose cartoline d’epoca poiché, di fronte agli ingressi rivolti verso il rilevato ferroviario, nel periodo compreso tra le due guerre fu realizzato un piccolo giardino all’italiana, al cui centro venne piantato un albero dedicato ad Arnaldo Mussolini.
Nel secondo dopoguerra il villino subì consistenti trasformazioni: furono aggiunte le attuali terrazze perimetrali e l’edificio venne sopraelevato di un ulteriore piano, modificandone sensibilmente l’aspetto originario.





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