Di Lucilio Santoni
“Se io fossi un prete, non parlerei di Dio. Io citerei i poeti, pregherei i loro versi, i più belli. Perché una bella poesia – per quanto da Dio si allontani – sempre conduce a Dio!”. Sono parole di un grande poeta brasiliano del ‘900, Mario Quintana, che ben illustrano come i poeti possiedano la residenza, benché non abbiano né salario, né lavoro, né casa. La loro residenza è in una lingua e da quella traggono coraggio. Ma è una lingua alata, dalla quale piovono frammenti di senso, pieni di eros che accende la vita.
“Dolce stagione di silenzio e sole / e questa festa di parole in me”, scrive Sandro Penna. Una festa di parole ricchissima, grande come la promessa della felicità, di chi non ha bisogno d’altro, per stare al mondo, che dello stupore venuto dal mistero. Anche sotto le macerie di una vita a volte mal vissuta, lo sguardo del poeta procede privo di calcoli e senza sosta attraverso lo spettacolo della vita.
Le piazze, i ponti, i compagni di strada, gli amori, in una sorta di vagabondare erotico, fino a quando un pezzo di carta vergato a mano prende il volo, come una farfalla bianca, e arriva lassù dove non esistono algoritmi e ripetitività. Esiste solo la luce, esiste solo la voce di un canto che ci invita a non innalzare nuove torri di Babele ma a ricostruire la Gerusalemme poetica, unica residenza possibile, unica fonte di acqua viva, “dove la parola non è (ancora) pronunciata, (e dove) noi costruiremo con un nuovo linguaggio”, scrive Thomas Stearns Eliot nei Cori da “La Rocca”.





Vanna
Un poeta ha lo splendore di un bambino, entrambi ancora in contatto con l’indicibile