Di Ana Fron

Tutti soddisfatti del nuovo accordo europeo sui rimpatri dei migranti?

Molti che si definiscono cristiani sostengono queste misure in nome della difesa delle “radici cristiane”. Ma cosa significa davvero essere cristiani? Solidarietà, accoglienza, altruismo, comprensione, attenzione verso chi è più fragile: valori che sembrano essere sempre più spesso dimenticati proprio da chi dice di volerli difendere.

E non c’è solo il Vangelo. C’è anche la nostra Costituzione.

L’articolo 2 richiama i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». L’articolo 3 afferma il principio di uguaglianza e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la dignità delle persone. L’articolo 10 riconosce il diritto d’asilo a chi, nel proprio Paese, non può esercitare le libertà democratiche.

C’è poi una verità storica che troppo spesso si dimentica: gli esseri umani si sono sempre spostati. I nostri nonni, bisnonni e antenati sono emigrati per lavoro, per fame, per guerre o per cercare una vita migliore. La mobilità delle persone accompagna la storia dell’umanità da sempre.

Eppure ciò che consideriamo legittimo per noi sembra non esserlo più quando riguarda gli altri, soprattutto se sono poveri, privi di risorse e senza potere. Perché, molto spesso, non ci interessa lo straniero in quanto persona: ci interessa ciò che può offrirci. Il campione sportivo che porta prestigio, il professionista che produce ricchezza, il personaggio famoso che ci rende orgogliosi. Quello sì che viene accolto senza problemi.

Ma questa non è solidarietà. Questo è opportunismo.

Spesso sento dire: «Io non ho nulla contro gli stranieri, conosco Tizio e Caio che si sono integrati e hanno avuto successo». Bene. Ma quanti esempi vengono fatti di persone aiutate quando erano in difficoltà? Quanti possono dire di aver sostenuto qualcuno nel momento del bisogno, senza chiedere nulla in cambio?

Accettare chi ce l’ha fatta da solo è facile. Tendere la mano a chi è fragile è un’altra cosa.

Poi c’è il tema della sicurezza, utilizzato molto spesso come argomento definitivo contro l’immigrazione. Certo, esistono stranieri che delinquono e chi commette reati deve risponderne davanti alla legge. Ma trasformare casi individuali in una condanna collettiva è sbagliato e ingiusto. Nessuno accetterebbe di essere giudicato per le azioni peggiori compiute da altri cittadini del proprio Paese.

La sicurezza non può diventare il pretesto per negare dignità a milioni di persone. Non si possono penalizzare milioni di persone che fuggono dalla fame, dalla guerra o dalla disperazione utilizzando come giustificazione il comportamento di una minoranza.

Inoltre, la sicurezza non dipende soltanto da chi arriva. È anche una questione di organizzazione, integrazione, controllo del territorio, educazione e politiche sociali. Un Paese avanzato come l’Italia possiede gli strumenti per governare questi fenomeni. Se la sicurezza non funziona, le responsabilità vanno cercate anche nella politica e nelle istituzioni. O manca la volontà di affrontare seriamente il problema oppure manca la capacità di farlo.

Troppo spesso, invece, si preferisce alimentare paure e offrire soluzioni semplicistiche a problemi complessi. Vengono applauditi politici che promettono mari e monti, garantiscono risultati impossibili e indicano nello straniero il capro espiatorio di ogni difficoltà. Promesse utili a conquistare consenso e una poltrona, ma raramente capaci di risolvere davvero i problemi.

Per questo trovo singolare che alcuni si proclamino difensori dei valori cristiani mentre dimenticano proprio quei valori che ne costituiscono il fondamento.

Puoi definirti cristiano quanto vuoi. Ma se chiudi la porta a chi soffre, se la solidarietà vale solo quando ti conviene, se l’accoglienza dipende dall’utilità della persona che hai davanti, allora stai difendendo un’identità, non i valori cristiani.

E la differenza è enorme.

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