SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Chi ha detto che la vita da spiaggia debba essere fatta solo di tintarella, relax e aperitivi? La dimostrazione che il turismo balneare e la cultura non solo possono convivere, ma sanno persino stringere un sodalizio vincente, si è avuta nella serata di venerdì 7 agosto presso lo chalet Cristall Beach (Concessione n. 31).
In un’atmosfera estiva e accogliente, il Comitato di Quartiere Marina di Sotto ha promosso l’incontro dal titolo “Il Castello, la Marina, il Porto. Storia e sviluppo di San Benedetto del Tronto”, trasformando un luogo di svago in un vivace salotto di riscoperta storica.
Ad aprire la serata e ad accogliere il numeroso pubblico presente è stata la Presidente del Comitato di Quartiere, Maria Pia Spurio, che nel suo saluto introduttivo ha evidenziato il valore strategico di questi momenti di aggregazione per rafforzare l’identità cittadina.
La parola è poi passata all’archivista Giuseppe Merlini, che ha accompagnato i presenti in un affascinante e fluido viaggio nel tempo, ricco di informazioni e curiosità rese ancora più interessanti grazie alla proiezione di numerosi documenti.
Il racconto di Merlini è partito dalle origini medievali, quando il primo nucleo abitato di San Benedetto sorgeva interamente protetto dall’abbraccio delle mura castellane, nell’area oggi conosciuta come Paese Alto, che alla fine del Quattrocento visse una profonda crisi demografica: nel 1491, infatti, la popolazione contava appena 150 anime. Per evitare lo spopolamento e rivitalizzare il territorio, il Comune di Fermo decise di favorire un importante flusso migratorio, importando famiglie provenienti da Reggio Emilia, da Imola, dall’Istria e dalla Dalmazia.
Con il progressivo ripopolamento, la comunità iniziò a spingersi oltre la cinta muraria, dando vita alla prima storica espansione verso la zona che ancora oggi conserva il significativo nome di Case Nuove.
Bisognerà però attendere gli inizi del Seicento per assistere al definitivo e coraggioso “tuffo verso il mare”. Infatti fu proprio in quel periodo che i sambenedettesi chiesero ufficialmente al Comune di Fermo il permesso di espandersi lungo la fascia della Marina, gettando le basi per la città moderna e per la sua travolgente vocazione marittima. Una vocazione che compì un salto di qualità fondamentale nel 1765, anno in cui venne importata dalla Puglia la paranza, un tipo di imbarcazione che avrebbe rivoluzionato per sempre l’economia, la vita e il tessuto sociale della nostra Città.
La storia marinara di San Benedetto si è fatta poi storia di emigrazione e contaminazione culturale. Spinti dalle rotte del pesce, moltissimi pescatori si stabilirono lungo la costa abruzzese, soprattutto a Silvi, Giulianova e Pescara, tanto che ancora oggi una quota rilevante di residenti in queste località ha antenati sambenedettesi.
Un analogo fenomeno migratorio si ebbe nel periodo della Prima Guerra Mondiale: a causa delle operazioni militari che rendevano insicure e pericolose le acque dell’Adriatico, ampie comunità di marinai scelsero di trasferirsi sulla costa tirrenica, in particolare a Viareggio, esportando anche là le proprie competenze e il proprio stile di vita.
Nel 1921 venne installato il primo trabocco a San Benedetto per opera di Tommaso Valentinetti, un intraprendente ferroviere che per costruire la complessa struttura in legno non esitò a riutilizzare materiali ferrovieri di recupero.
L’evoluzione della città moderna ha visto poi tappe amministrative ricche di curiosità e dibattiti. Nel 1935, ad esempio, su pressante richiesta degli stessi residenti di Porto d’Ascoli, la zona a nord del Tronto fu svincolata da Monteprandone e annessa a San Benedetto. Per gli abitanti del posto, infatti, legarsi a San Benedetto risultava molto più comodo e pratico dal punto di vista logistico per gestire la vita di tutti i giorni. Tuttavia negli anni ’60 venne avanzata la proposta di trasformare Porto d’Ascoli in un comune del tutto autonomo rispetto a San Benedetto .
Non sono mancati, infine, gustosi aneddoti e spaccati di cronaca locale che Merlini ha saputo rievocare con viva partecipazione. Tra questi, l’esilarante vicenda degli anni ’50 legata al rifacimento del Cimitero cittadino: la terra di riporto usata per interrare la zona della pineta proveniva proprio dallo scavo cimiteriale, con il risultato che ogni tanto faceva la sua comparsa qualche spettrale osso affiorante. La cosa non passò inosservata e scatenò l’ironia politica dell’epoca: si racconta che i militanti del Partito Comunista, per canzonare gli avversari della Democrazia Cristiana che avevano promosso i lavori, presero l’abitudine di piazzare dei lumini da morto sulle balaustre del Corso, trasformando un piccolo incidente di cantiere in un memorabile teatrino paesano.
L’intensa serata – conclusa tra gli applausi finali dei presenti e un gradito rinfresco – ha dimostrato quanto la cultura sappia arricchire l’estate della Riviera delle Palme, con una formula senz’altro da replicare.




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