
Parlando de “Il cambio d’epoca: annunciare il Vangelo in un tempo post-cristiano”, il presule ha sottolineato che “la fine della cristianità è emersa nel cammino sinodale con differenze geografiche, più al Nord che al Sud”. “Viene meno – ha rilevato – la saldatura tra i principi portati avanti dalla Chiesa e quelli portati avanti dalla società”. “Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe la Chiesa di Gesù?”, ha domandato l’arcivescovo, per il quale “forse non lo sarebbe, perché la Chiesa di Gesù è fatta da discepoli e non è chiusa in una bolla, ma aperta al cammino di incontro di persone ed eventi, nelle pieghe della storia, mettendoci testa, cuore e piedi”. “Una comunità cristiana – ha osservato – è tanto più fedele all’annuncio del Regno in incontri non programmati di affiancamento alle situazioni critiche della vita, oltre la pastorale istituzionale”. Castellucci ha invitato ad “andare oltre il lamento, come nelle frange degli ultrà cattolici che usano la vitalità social, più rumorosi che numerosi, che vuole portare una restaurazione del passato, ma anche sbilanciamenti in avanti, troppo ideali”. “La preghiera resta il fondamento per la comunione”, ha ammonito, aggiungendo che “le comunità cristiane del futuro”, spogliate di strutture, saranno “minoranze creative”, saranno “lievito”. L’arcivescovo ha indicato tre movimenti intrecciati per un rinnovamento della presenza nella storia: la “conversione comunitaria”, la “conversione personale” e la “conversione strutturale”. Per Castellucci, “la condizione preliminare per l’annuncio oggi è l’ascolto”. È necessario “l’ascolto dei linguaggi (altrui) per imparare ad annunciare a sé e agli altri”. Bisogna “intercettare i mondi, non stando in cattedra ma in un ascolto reciproco: è l’esperienza dei cantieri che è emersa nel cammino sinodale”, ha spiegato l’arcivescovo. Per “rendere ragione della speranza che è in voi” serve “prendere la parola dentro l’ascolto della realtà”.




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