Di Pietro Pompei

«C’era una volta…», ed eccoci trasportati in un ambiente irreale, dove la fantasia spazia tra le virtù, in gran parte, ma anche tra i vizi degli uomini. E non si può cominciare diversamente se ci tuffiamo nel nostro passato, tanto è diversa la nostra città da quella di appena cinquanta o sessant’anni fa.

L’asfalto non aveva ancora ingabbiato le nostre strade e piazze e la polvere inseguiva le uniche macchine conosciute, con i loro padroni, e qualche “postale” (pullman) che collegava i paesi vicini.

Piazza Garibaldi, specie d’estate, era un continuo vociare di ragazzi che faceva tutt’uno con gli strilli dei rondoni che si rincorrevano in ripetitive volute. Erano comuni anche nelle nostre case e non disdegnavano i cornicioni, che si ornavano ovunque dei loro fangosi nidi.

Ed era un brulicare di giochi, diversi a seconda della stagione. Vedevi, allora, ragazzi che inseguivano, nell’attiguo spazio dei funai, le lucertole che si mimetizzavano nell’erba, per colpirle con la “frèzze”; altri che giocavano a “pperulì”; altri ancora a “j véve e j mùrte”; alcuni a “ziculà vuje calà” o a “schippètte”. Le “femmène” le potevi osservare intente al gioco de “j cettéje” o a saltare su “la campane”, e ad altri giochi ancora.

Le donne, alla fontana, dovevano proteggere gli “orci” dalle frequenti sassaiole con cui venivano spesso regolati i litigi.

LA FRÈZZE

Per costruire questa fionda, il maggior lavoro era richiesto dalla ricerca del “manico”, che doveva presentare una biforcazione ben precisa. Inoltre, doveva essere leggero e robusto allo stesso tempo.

L’attenzione si concentrava specialmente sui rami degli olmi che reggevano i filari delle viti e che formavano le “capanne” in bella simbiosi. Si preferiva cogliere il “manico” nel periodo in cui la pianta non vegetava e poi, una volta tagliato, gli si toglieva la corteccia tutt’intorno e si legavano le due ramificazioni fino a far loro assumere la giusta forma.

Così lavorato, lo si poneva ad essiccare tra la cenere che si formava sotto i fornelli del “perenne” fuoco di carbone o presso il caminetto. Accertata l’avvenuta stagionatura, si incominciava a lavorare il “manico”, ricoprendolo con strisce di cuoio sottratte a vecchie scarpe o con spire di spago, per renderlo più maneggevole.

Gli elastici, che normalmente venivano ritagliati da pezzi di vecchie camere d’aria di automobile o di bicicletta, gelosamente custoditi, erano fissati alla biforcazione con altri elastici più sottili, dopo essere stati ben tesi.

Un rettangolo di pelle era fissato nella parte terminale degli elastici, dove prendevano posto i “cjutte retonne”, meticolosamente cercati là “lu fusse” o alla foce de “Tescé”, e che fungevano da proiettili.

La “frèzze” serviva per giocare, per cacciare e per fare la “guerra” tra i rioni de “j Sudendrine”, “j Pajarà” e “j Montero’”. Allora si moltiplicavano le teste spaccate e aumentava il lavoro de “lu nfermìre Liò”.

La “frèzze” veniva indossata a mo’ di pistola, ma spesso doveva essere nascosta alla vista delle guardie municipali, il buon Mancini e il severo Colletta, per evitare che fosse sequestrata.

Insieme a “j bicchiérétte”, posti in cima ai pali come isolanti della corrente elettrica, o alle lampadine dell’illuminazione pubblica, le lucertole, d’estate, erano il bersaglio preferito, ed era una strage.

Si salvavano le lucertoline, che diventavano un trastullo da portare anche a scuola, chiuse nelle scatoline dei “tabù”, per spaventare le nostre compagne.

A questi animaletti, appena catturati, veniva aperta la bocca per vedere se sulla lingua avessero un segno che, per la nostra fantasia, doveva assomigliare a una chiave: la chiave di San Pietro. Allora venivano subito lasciati liberi perché, altrimenti, avrebbero portato sfortuna.

Ed erano molti i fantastici racconti di ragazzi morti perché avevano ignorato questa regola. Le morti dei ragazzi, allora, erano tanto frequenti che la fantasia non doveva compiere particolari sforzi.

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