
RIPATRANSONE – Da anni Mario Vespasiani porta avanti una ricerca artistica riconoscibile per profondità spirituale, essenzialità formale e per il legame con il territorio marchigiano. L’artista, con lo studio lungo il corso principale di Ripatransone, ha sviluppato un linguaggio pittorico capace di intrecciare memoria collettiva, dimensione interiore e simbolismo contemporaneo, dando vita a opere che dialogano con istituzioni, comunità e luoghi altamente significativi. Dalle tele dedicate al sacro fino alla sua grande tela commissionata dalle Guardie Svizzere Pontificie, che lo hanno scelto quale unico artista italiano, e destinate al Vaticano, il suo lavoro si muove lungo un confine sottile tra contemplazione e testimonianza, tra silenzio e presenza. In questa intervista Vespasiani riflette sul ruolo dell’arte nel nostro tempo, sul valore dell’essenzialità e sulla responsabilità dell’artista davanti alla storia e alla spiritualità.
La sua arte viene spesso definita un ponte tra spiritualità, territorio e istituzioni. Si riconosce in questa definizione?
Potersi riconoscere in questa meravigliosa e generosa descrizione significherebbe aver raggiunto una maturità tale da toccare le vette più alte di vari ambiti, da quello artistico a quello etico, fino a quello spirituale, ma io sono ancora nel pieno del percorso, con tanto ancora da imparare e da sperimentare. Certamente mi onora una simile definizione e, se qualcosa trapela, è probabilmente dato da quell’entusiasmo per la vita e da quell’amore nel fare con cui provo a “restituire” il bene ricevuto. Viviamo in un tempo frammentato, dove la spiritualità è sempre più relegata all’intimo, il territorio viene spesso ridotto a una semplice espressione geografica e le istituzioni sono non di rado percepite come distanti dalle istanze quotidiane. Sono però convinto che l’arte possieda ancora la possibilità di creare e stimolare connessioni invisibili, operando in maniera multidisciplinare. Quando lavoro, ad esempio, non penso all’opera come a un oggetto isolato dal contesto, ma come a una “presenza” capace di rivolgersi a una comunità così come alle energie invisibili; una traccia di passaggio e perfino una memoria collettiva, perché, pur guardando avanti, si riallaccia a tutti coloro che mi hanno preceduto. Per questo credo che il compito dell’artista contemporaneo, nel pieno del vortice tecnologico, non sia quello di aggiungere “rumore” alle immagini, ma di restituire “densità” alle emozioni essenziali. In questo senso, spiritualità, territorio e istituzioni non sono realtà opposte, ma aspetti differenti della stessa esperienza umana. La spiritualità senza radici rischia di diventare ricerca astratta; il territorio, senza una visione spirituale, si riduce a superficie da consumare; le istituzioni, prive di una tensione poetica, perdono il contatto con il fluire della vita. L’arte può allora creare un dialogo tra questi mondi, grazie a un abbraccio che non costringe, e spero che il mio lavoro riesca a esprimere e custodire questo equilibrio.
Nelle sue opere dedicate al sacro sembra esserci sempre grande essenzialità e profondità interiore: cosa significa per lei dipingere il sacro oggi?
Significa, prima di tutto, “difendere il mistero”. Viviamo in un’epoca che tende a spiegare tutto, a consumare e a esporre persino le emozioni private, mentre il sacro richiede silenzio, attesa e contemplazione per potersi svelare. Per questo sento il bisogno di un linguaggio vasto nella visione ma essenziale nell’azione, dove il vuoto abbia la stessa importanza della materia dipinta. Non credo che il sacro coincida necessariamente con l’iconografia religiosa tradizionale: può manifestarsi all’improvviso in una certa luce del giorno, in una sospensione in attesa del tempo, in una vibrazione capace di toccare uno spazio interiore. Per me la pittura non deve imporre una verità, ma creare le condizioni affinché ciascuno possa ascoltare qualcosa di sé che normalmente resta sommerso dalle preoccupazioni del mondo. Oggi il gesto più rivoluzionario non è stupire, quanto lasciarsi stupire dalla bellezza del creato. Solo allora potrà affiorare una “ricchezza” che non nasce dall’eccesso, bensì dall’essenzialità. Esattamente come quando si tolgono elementi da un’opera: non si tratta di impoverire l’immagine, ma di avvicinarla a una verità più nuda, più luminosa e forse proprio per questo più spirituale. Scrivevo in un recente editoriale che il destino ultimo dell’arte è quello di ricondurre l’essere umano verso l’Origine da cui proviene, non come evasione dalla realtà oggettiva, ma come ritorno alla verità più profonda dell’esistenza. Perché ogni autentico atto creativo è, in fondo, una “preghiera della materia”, un flusso tramandato da ogni generazione che tenta di ritrovare la fonte dalla quale ha iniziato a scorrere.
Una sua opera commissionata dalle Guardie Svizzere Pontificie è presente nell’Aula Paolo VI. Che valore ha avuto, umanamente e artisticamente, questo riconoscimento?
L’opera che mi è stata commissionata dalle Guardie Svizzere Pontificie e collocata nell’Aula Paolo VI, nel giorno per loro più rappresentativo, quello del giuramento, mi ha fatto verificare personalmente, nel contesto centrale della nostra fede, come l’arte riesca ad attraversare il tempo mantenendo intatta la propria vocazione di testimonianza e di “porta” verso l’altrove. Quando un’opera entra in un luogo del genere, smette di appartenere soltanto all’autore per diventare parte di un patrimonio collettivo che non è solo artistico, inserendosi nella scia di un dialogo millenario tra uomini e memoria, storia e fede. Questo mi ha confermato che la pittura non è decorazione, ma custode di una funzione prossima alla religione: creare uno spazio di raccoglimento e di lode, di meraviglia e di interrogazione interiore. Il contrasto tra la limitatezza del gesto pittorico, qualcosa di umano, imperfetto, intimo, e la dimensione universale della Chiesa mi ha fatto comprendere come la vera arte non nasca dall’ambizione di essere perenne, ma dalla sincerità di un gesto autentico, che aspira a creare con Dio e, nei capolavori, perfino come Dio.
Ci può descrivere la grande tela esposta in Vaticano?
L’opera si intitola “Mater Ecclesia – 1527. I custodi della Fede” ed è un dipinto a olio su tela di grande formato, commissionato dalle Guardie Svizzere Pontificie e realizzato appositamente in occasione della commemorazione del quinto centenario del Sacco di Roma. Il quadro ripercorre uno degli episodi più drammatici della storia italiana ed europea del Cinquecento, quando, il 6 maggio 1527, un esercito composto prevalentemente da lanzichenecchi tedeschi occupò la città compiendo incendi, saccheggi e devastazioni di ogni tipo. L’opera descrive il drammatico momento della città in fiamme, raffigurando però non le ben note violenze, già documentate da importanti dipinti del passato, quanto l’aspetto eroico delle Guardie Svizzere e quello simbolico e universale di una Chiesa rappresentata dalla Basilica di San Pietro, che appare sullo sfondo nel suo splendore, irradiata da un caldo sole. Il dipinto celebra la fedeltà alla missione e il valore delle Guardie Svizzere che, dopo aver messo in salvo Papa Clemente VII a Castel Sant’Angelo, attraversano la scena in salita, simbolo delle difficoltà, facendo da corona a una madre con la sua bambina, metafora della “Mater Ecclesia”. È un’opera in cui ho cercato di rappresentare non solo l’evento storico nel suo aspetto più alto e simbolico, ma anche l’immagine eterna di una Chiesa che è amore, fede e servizio.





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