(Foto Calvarese/SIR)

Di Riccardo Benotti

C’è un momento, nel libro di don Gabriele Vecchione, in cui un uomo di settant’anni racconta perché ha iniziato a drogarsi: “Ho provato una volta ed ero in paradiso perché avevo dimenticato il dolore che mi soffocava”. Maurizio è un sopravvissuto all’eroina, frequenta la messa ogni mattina e ha smesso di drogarsi quando ha smesso di fare la vittima. È in questa zona di confine tra la carne viva e il Vangelo che si muove “Vorrei che fossi qui” (Piemme), un testo che arriva in libreria a ridosso della Settimana Santa con un registro diverso da quello consueto della letteratura religiosa.

Don Vecchione è un presbitero della diocesi di Roma, classe 1988, fondatore della Comunità San Filippo Neri, che accoglie ragazzi in condizione di fragilità. Il sottotitolo – “Variazioni sulla Settimana Santa” – potrebbe suggerire un commento liturgico. Non lo è. È un corpo a corpo con i testi della Passione, condotto giorno per giorno, dalla Domenica delle palme alla Domenica in albis, dove l’esegesi biblica si intreccia a storie reali: Ester, tredici anni, che si presenta in parrocchia con libri non suoi chiedendo di poter fare i compiti; Fernando, che porta le prove delle molestie subite da un uomo di Chiesa e poi sparisce nella dipendenza; Gianluca, che in una comunità di recupero canta a cappella gli auguri al figlio che non vede da otto anni. Non sono figure retoriche né casi pastorali: sono volti che attraversano il testo con una forza che impedisce ogni lettura consolatoria.

Il ritmo è volutamente sinusoidale, come avverte lo stesso autore: giù nell’abisso, poi di nuovo alla luce. La Passione secondo Giovanni diventa un’antropologia: Pietro non è un codardo ma un uomo che reagisce con la spada; Giuda ha bisogno di lanterne perché non ha luce propria; Pilato sacrifica la verità per conservare il potere. Vecchione legge la Passione come uno specchio e ci costringe a riconoscerci nei personaggi che preferiremmo ignorare: non nei discepoli fedeli, ma nei traditori, nei violenti, negli indifferenti.

Il filo che attraversa tutto il libro è la solitudine. L’introduzione è una confessione: anni di isolamento, feste a cui non si è invitati, la scoperta che nessuno può comprenderci fino in fondo. Da questa esperienza nasce l’intuizione centrale: la solitudine patita diventa preparazione all’intimità con il Gesù solo del Getsemani. Il titolo – preso in prestito dai Pink Floyd – dice esattamente questo: il desiderio che qualcuno sia presente là dove tutto sembra perduto.

Colpisce lo stile: diretto, ruvido, senza paura di provocare. Don Vecchione smonta con lucidità ciò che chiama “lo stolido sorriso ecclesiastico” e rifiuta l’equazione tra speranza e ottimismo. La speranza, per lui, non è “andrà tutto bene” ma la possibilità che ciò che è andato male abbia un giorno un senso. È una distinzione che pesa, soprattutto in un tempo in cui il linguaggio ecclesiale rischia di scivolare nella rassicurazione a buon mercato. Quando arriva alla Risurrezione, non la trasforma in trionfo ma la racconta attraverso il risus paschalis medievale: il riso come simbolo liturgico, il gioco come segno di chi crede davvero che la croce non sia l’ultima parola.

I diritti d’autore sono interamente devoluti alla Comunità, dove ragazzi fragili mangiano, studiano, si riprendono e quando è il momento se ne vanno. E non è un dettaglio editoriale.

In un panorama in cui troppa letteratura preferisce il tono rassicurante o l’erudizione distaccata, “Vorrei che fossi qui” ferisce e accompagna allo stesso tempo. Arriva nei giorni giusti, quelli in cui la liturgia chiede di stare davanti alla croce senza scappare. E ricorda che la fede non è un riparo dal dolore, ma il coraggio di attraversarlo senza restare soli.

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