SAN BENEDETTO – Il centro diurno “Madre Antonia”, nato all’interno del progetto “Oblate Adriatico”, rappresenta un nuovo punto di riferimento per donne in condizioni di vulnerabilità, marginalità o vittime di sfruttamento. Ospitato presso la Casa dei Giovani della Parrocchia Sant’Antonio da Padova a San Benedetto del Tronto, il centro si propone come uno spazio sicuro e inclusivo, dove intraprendere percorsi di crescita personale, integrazione e autonomia. Ne parliamo con Mario Paoletti, responsabile dell’ambito Accoglienza e della parte legale del progetto.
Dottor Paoletti, può raccontarci come nasce il centro diurno “Madre Antonia” e quali sono le sue radici?
Il centro “Madre Antonia” nasce all’interno del progetto sociale “Oblate Adriatico”, promosso dalle Suore Oblate del Santissimo Redentore. Questa congregazione ha una storia lunga quasi due secoli, iniziata in Spagna grazie all’intuizione di Maria Antonia de Oviedo e José Benito Serra, e da sempre è impegnata nel supporto a donne in contesti di prostituzione, vittime di tratta o in situazioni di forte marginalità. Il centro rappresenta una naturale evoluzione di questa missione, adattata alle esigenze del territorio.
Qual è l’obiettivo principale del centro e a chi si rivolge?
L’obiettivo è offrire alle donne uno spazio sicuro e accogliente in cui poter intraprendere un percorso di empowerment. Non ci limitiamo all’aspetto formativo, ma lavoriamo anche sulle dimensioni personale e relazionale. Ci rivolgiamo in particolare a donne straniere o in condizioni di fragilità sociale, spesso con storie complesse alle spalle, che necessitano di supporto concreto e di un contesto in cui sentirsi accolte.
Quali attività vengono proposte all’interno del centro?
Le attività sono pensate per uno sviluppo integrale della persona. Offriamo corsi di lingua italiana per favorire l’integrazione, percorsi professionalizzanti al lavoro in collaborazione con l’impresa di pulizie “Il Rapido”, incontri con professionisti sanitari su temi di salute e benessere, laboratori creativi come la pittura, e momenti dedicati alla spiritualità e al benessere interiore. È un’offerta ampia, che mira a rispondere ai diversi bisogni delle partecipanti.
Un elemento distintivo del progetto è il servizio di babysitteraggio. Quanto è importante questo aspetto?
È fondamentale. Molte delle donne che incontriamo sono madri e spesso rinunciano a opportunità di crescita proprio per la difficoltà di conciliare la cura dei figli. Offrire un servizio di babysitteraggio consente loro di partecipare serenamente alle attività, senza interrompere il rapporto con i propri bambini. È un segnale concreto di inclusione e attenzione alle reali esigenze delle beneficiarie.
All’interno del centro è attivo anche uno sportello sociale di ascolto. Qual è la sua funzione?
Lo sportello è uno spazio centrale del progetto. Qui raccogliamo le storie, i bisogni e le richieste delle donne, con l’obiettivo di costruire insieme a loro percorsi personalizzati di intervento. Non si tratta solo di offrire servizi, ma di accompagnare ogni persona in un cammino condiviso, rispettando i suoi tempi e le sue necessità.
Quanto è importante la rete territoriale nella riuscita dell’iniziativa?
La rete è essenziale. Collaboriamo con numerosi enti, tra cui Caritas, On The Road, il CPIA, il Consultorio familiare e diversi ambiti territoriali. Questa collaborazione permette di evitare duplicazioni e di garantire una presa in carico integrata e coordinata. Inoltre, ogni partner ha uno spazio all’interno del centro per presentare i propri servizi, facilitando l’accesso delle donne a opportunità più ampie.
Qual è stato il riscontro dopo l’avvio ufficiale delle attività?
Il riscontro è stato molto positivo. Dopo l’inaugurazione del 12 marzo, il 17 marzo abbiamo avviato le attività con un open day che ha registrato 23 iscrizioni, con donne provenienti da diversi Paesi, dal Marocco alla Nigeria, fino al Venezuela. Un dato significativo è anche la presenza di bambini: al momento sono sette, a conferma dell’importanza del servizio di babysitteraggio.
Il progetto si inserisce in un percorso già avviato. Quali sono le prospettive future?
Sì, il progetto è la prosecuzione di quanto iniziato nel 2025, quando avevamo coinvolto 15 donne. Oggi registriamo una crescita significativa, anche grazie al cofinanziamento della Fondazione Carisap e all’ampliamento della rete. Le attività proseguiranno fino al 4 giugno, per poi riprendere a settembre, con iscrizioni sempre aperte. L’obiettivo è consolidare e ampliare ulteriormente l’impatto sul territorio.
Infine, come è stata accolta questa iniziativa dalla comunità locale?
L’accoglienza è stata molto positiva, a partire dalla parrocchia Sant’Antonio da Padova e da padre Andrea, che hanno messo a disposizione gli spazi con grande entusiasmo. Questo dimostra quanto il territorio sia sensibile a tematiche sociali così importanti e quanto sia possibile costruire insieme risposte concrete ai bisogni delle persone più fragili.







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