DIOCESI – Le équipe di Pastorale della Famiglia della Diocesi di Ascoli Piceno e della Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto hanno offerto ai giovani fidanzati delle diocesi del Piceno il tradizionale pellegrinaggio annuale a Loreto, svoltosi domenica 1 marzo. Un appuntamento ormai consolidato che ha coinvolto numerose coppie impegnate nel cammino di preparazione al matrimonio, accompagnate da parroci e collaboratori parrocchiali.
La giornata si è aperta in mattinata con l’arrivo dei partecipanti verso le ore 9.30, seguito dall’accoglienza nella Cripta dei Santi Pellegrini, situata nella Basilica Inferiore del Santuario. Qui mons. Gianpiero Palmieri, vescovo delle due diocesi, ha guidato una riflessione sul valore profondo del sacramento del matrimonio, soffermandosi sulle diverse situazioni delle coppie: fidanzati, conviventi e famiglie che hanno già intrapreso la vita genitoriale, tutte accomunate dalla scelta di consacrare la propria unione.
Nel suo intervento il vescovo ha proposto ai presenti una meditazione sulla relazione tra “io” e “tu” nella vita di coppia. «Quante volte – ha osservato – quando diciamo “io ti amo”, l’“io” è immenso e il “tu” molto piccolo». Da questa constatazione mons. Palmieri ha invitato i fidanzati a riflettere sul cammino di maturazione dell’amore, nel quale l’io impara progressivamente a ridimensionarsi per lasciare spazio all’altro, riconosciuto nella sua dignità, libertà e unicità.
Il vescovo ha ricordato come ogni relazione autentica nasca dalla crescita reciproca: l’io dell’individuo matura proprio grazie all’incontro con il “tu”, che diventa un alleato nel superare egoismi e immaturità. Allo stesso tempo ha messo in guardia da quelle dinamiche interiori che la tradizione cristiana ha individuato nei cosiddetti vizi capitali, interpretati come diverse forme di un io eccessivamente ingombrante.
Ripercorrendo l’insegnamento del monaco Evagrio Pontico, mons. Palmieri ha spiegato come atteggiamenti quali avarizia, ira, vanagloria o accidia possano diventare ostacoli alla maturazione delle relazioni. Tuttavia ha sottolineato che la relazione stessa, vissuta nella coppia e nella comunità, diventa il luogo in cui l’io si ridimensiona e il “tu” dell’altro acquista valore sempre maggiore.
Al centro della riflessione è rimasto il messaggio del Vangelo: ogni persona ha bisogno di sentirsi amata. «Dio – ha ricordato il vescovo – dice a ciascuno: “Ti ho creato per essere amato e per amare”». Da qui l’invito a coltivare la vita spirituale e sacramentale, affinché la relazione di coppia non cerchi nell’altro ciò che solo Dio può donare pienamente.
Alle 12 si è svolta la celebrazione della Santa Messa, presieduta dal vescovo Palmieri, momento centrale del pellegrinaggio. La giornata è proseguita con il pranzo condiviso tra tutte le coppie nei locali adiacenti alla Basilica e, nel pomeriggio, con un momento di preghiera culminato nel passaggio nella Santa Casa, cuore del Santuario.
Si è trattato di un gesto simbolico con cui i fidanzati hanno affidato la futura vita coniugale a Maria e Giuseppe, nella loro casa.
Accoglienza, empatia e condivisione sono state le sensazioni più frequentemente espresse dai partecipanti al termine della giornata, che si è rivelata un’occasione intensa di confronto, riflessione e preghiera nel cammino verso il matrimonio.
Tra le testimonianze raccolte anche quella di Alessandro e Sara: “È stata una giornata piacevole e costruttiva, ricca di contenuti, riflessioni e nuove amicizie che hanno mantenuto vivo il nostro interesse nell’ascolto. Addentrarsi nei sette vizi capitali, analizzandoli uno ad uno… wow, affascinante! Non capita spesso di fare autocritica e confrontare la propria indagine caratteriale con quella del partner. Grazie al vescovo, a don Luigi, a Franco e a tutto lo staff per il contributo alla crescita personale e di coppia”.
Un’altra coppia che ha preso parte all’incontro ha raccontato: “La giornata è stata piena, intensa e importante per fare luce su qualcosa che per noi non è affatto scontato: leggere nel quotidiano la relazione di coppia a seconda della resa o meno ai sette vizi (che poi abbiamo scoperto essere otto) capitali. Ci ha colpito molto il discorso di monsignor Giampiero, che ci ha parlato in modo profondo e delicato, con toni concreti ma allo stesso tempo leggeri. Le letture proposte ci hanno aiutato a mettere ancora più a fuoco un aspetto fondamentale: ricordare, in ogni situazione, che noi siamo gli Amati, intimamente amati da Dio. Questa è la verità della nostra vita, da anteporre a ogni offesa, giudizio o desiderio che vorremmo realizzare secondo la nostra logica. La logica di Dio Padre, invece, opera in noi se ci affidiamo pienamente al suo amore, lasciandolo agire nelle nostre vite”.
Molto intensa anche la testimonianza di Davide e Valentina: “Le parole del vescovo sono state illuminanti anche nel mio difficile cammino di elaborazione del lutto che sto vivendo. Quando all’inizio Sua Eccellenza ci ha chiesto di segnare i peccati capitali in cui ci sentivamo più fragili, io ne avevo indicati “solo” due. Quando poi ci ha spiegato gli otto peccati nella vita di coppia, secondo l’insegnamento del monaco Evagrio, sono rimasto sconvolto nel constatare che quasi tutti, chi più chi meno, avevano contribuito ad ampliare il mio malessere. Ho capito che si può essere egoisti anche nella sofferenza, aspettando che siano gli altri a venirci a cercare o a comprendere. E ho pianto un pianto diverso da quello degli ultimi tempi. All’inizio mi sono sentito nudo davanti alle mie mancanze, ma subito dopo ho provato gratitudine per averle riconosciute: in questi mesi mia moglie si era ritrovata a orbitare troppo a lungo intorno alle mie frustrazioni, alla rabbia e alla delusione per l’ingiustizia che stavo vivendo. L’esperienza di questa giornata mi ha aiutato a capire come andare avanti: rimodulare l’io, ridimensionare i sentimenti negativi legati alla perdita, tornando a una vita di coppia equilibrata e complementare, anche nella sofferenza e nel rispetto delle rispettive anime. Non possiamo scegliere ciò che ci colpirà nella vita, ma possiamo prendere coscienza di quanto possa incidere su di noi, anche grazie all’amore della propria metà, che è poi l’amore di Dio manifestato attraverso l’uomo. Non so se queste parole riescano davvero a esprimere quanto bene mi abbia fatto vivere questa giornata, ma sentivo il bisogno di esprimere la mia gratitudine per l’esperienza che ci avete donato».
8 vizi capitali come forme dell’io gigantesco
La tradizione cristiana ha individuato, già a partire dal monaco africano Evagrio Pontico (IV-V secolo), una serie di “pensieri” — logismoi in greco — che non sono semplici pensieri, ma vere strutture di personalità, atteggiamenti profondi. Evagrio ne elencava otto, non sette: la settima, la tristezza, si è persa per strada nella trasmissione successiva, recuperata da Gregorio Magno con l’aggiunta dell’invidia. Ciò che tutti questi hanno in comune è una cosa sola: sono otto modi diversi in cui l’io è gigantesco.
Avarizia e gola
L’avaro è colui che si regge in piedi trattenendo. Il suo io si stabilizza trattenendo beni, denaro, ma anche persone — controllandole, manipolandole, impedendo loro di essere libere. Pensiamo alla madre che non riesce a lasciare andare il figlio adulto: “Sei mio”. Non si tratta di un eccesso d’amore, ma di un io troppo grande che, per sopravvivere, ha imparato a trattenere. Ci sono anche persone che trattengono sé stesse: hanno paura di essere ferite, così non si donano, non danno tempo, non danno ascolto. È l’egoismo di chi è stato ferito.
Il goloso, invece, non trattiene ma ingoia. Non si tratta solo del cibo, anche se lo stomaco pieno è psicologicamente rassicurante. L’aspetto più profondo è l’ingoiare le persone: l’altro smette di esistere come soggetto e diventa una funzione del mio io. Nella coppia, significa che l’altro non ha spazio, non ha voce, non ha identità: è assorbito completamente nell’orbita del mio io ingombrante.
Ira e tristezza
Quando l’io viene ferito, può reagire in due modi opposti. L’ira è la reazione emotiva alla ferita: vuole cambiare la realtà, reagire all’ingiustizia. C’è un’ira buona, quella dell’indignazione di fronte al male, che Gesù stesso manifesta nel Vangelo. Ma c’è anche un’ira che nasce dalla ferita e che dilaga, distrugge, danneggia le relazioni. Il contrario dell’ira, nella Bibbia, è la pazienza: in ebraico, “avere grandi nervi”, saper prendere un respiro profondo prima di dire ciò che ci viene spontaneo.
La tristezza è l’altra faccia della stessa medaglia. Chi è ferito e non reagisce con l’ira si ripie ga sulla propria ferita, la custodisce, la fa crescere in silenzio. Aspetta che l’altro se ne accorga, e quando finalmente glielo chiede risponde: “Niente”. Poi, a distanza di giorni, tira fuori la ferita. Anche la tristezza, dice Evagrio, è un modo sbagliato di stare al mondo: è sempre sintomo di un io troppo grande, che dà troppa importanza alle ferite ricevute e pretende che il mondo venga incontro a lui.
Vanagloria e superbia
Il vanagloriosos dipende dal consenso degli altri: ogni suo gesto è orientato all’approvazione, all’applauso, al riconoscimento. Sia nella forma del narcisista di successo, sia in quella più depressa di chi è sempre in ansia per sapere se ciò che fa va bene, il suo equilibrio interiore è perennemente in balia del giudizio altrui. Come dice Evagrio, la vanagloria è come una mala pianta che soffoca anche le piante buone: persino il bene, se fatto per essere ammirati, perde la sua autenticità.
La superbia è qualcosa di più radicale: è il delirio dell’io. Il superbo pensa di non sbagliare mai, non chiede mai scusa, non chiede mai niente a nessuno. Ha perso il senso del proprio essere creatura. Per fortuna, prima o poi la vita lo fa scendere dal piedistallo — e spesso questa caduta produce una profonda crisi, necessaria per ritrovare il senso della propria fragilità.
Lussuria e accidia
La lussuria, nel senso che le dà Evagrio, non riguarda soltanto la sessualità. È l’attaccamento immaturo al piacere, l’incapacità di affrontare la fatica. Come il bambino che non vuole staccarsi dalla mamma, il lussurioso cerca sempre l’esperienza piacevole, nuova, esaltante, e fugge non appena la relazione richiede impegno, fedeltà, costruzione paziente. La vita autentica, invece, è un equilibrio sano tra piacere e fatica, tra riposo e cammino.
L’accidia è il vizio di chi ha scollinato la metà della vita e si guarda indietro con una sorta di nausea esistenziale. Intorno ai quarant’anni — i monaci la chiamavano “il demone di mezzogiorno” – si può avvertire un senso di vuoto, di sogni accantonati, di tempo sprecato. Si può attraversare questa crisi in modo salutare, riprogettando la propria vita con creatività, oppure sprofondare in un non-senso paralizzante. La comunità, la coppia, la fede possono essere risorse preziose in questo passaggio.








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