SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sempre più spesso, durante il fine settimana, ragazzi e giovanissimi arrivano al pronto soccorso dopo aver bevuto troppo. Ma quello che si vede in ospedale è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più complesso, fatto di nuove dipendenze, fragilità emotive e cambiamenti sociali.
Se ne è parlato nella trasmissione radiofonica “Parliamone con”, che curo per Radio Azzurra, con Giusseppina Petrelli, primario del Pronto soccorso e Medicina d’urgenza dell’ospedale “Madonna del Soccorso” di San Benedetto del Tronto, e Fabiana Faiella, responsabile dei Servizi territoriali per le Dipendenze patologiche di Ascoli Piceno.
Il fine settimana lascia tracce evidenti nei pronto soccorso. “Quando arrivo al mattino – racconta la dottoressa Petrelli – uno dei segnali più chiari è il continuo arrivo di barelle con ragazzi molto giovani, spesso in stato soporoso dopo aver bevuto troppo”. Non si tratta di numeri altissimi, precisa, ma di un fenomeno che rappresenta solo “la punta dell’iceberg”.
In alcuni casi si tratta di giovanissimi. “Capita di vedere ragazzi anche di 14 anni arrivare in coma etilico“. Spesso sono gli amici a chiamare l’ambulanza, ma non mancano situazioni in cui i ragazzi vengono lasciati davanti al pronto soccorso e chi li accompagna si allontana per paura di essere identificato.
Negli ultimi anni è cambiato anche il tipo di casi che arrivano in ospedale. “Una volta le dipendenze erano più riconoscibili – spiega Petrelli –. Oggi invece ci troviamo di fronte a abusi occasionali o a sostanze nuove, difficili da identificare anche con gli esami di laboratorio”. Questo rende più complessa la diagnosi e l’intervento.
Secondo la dottoressa Faiella, responsabile dei Servizi per le dipendenze patologiche di Ascoli Piceno, il fenomeno è strettamente legato alla diffusione del binge drinking, cioè il consumo rapido di grandi quantità di alcol, soprattutto durante il weekend. “È una pratica ormai normalizzata tra i giovani – spiega – anche perché l’alcol è facilmente accessibile e socialmente accettato”.
I dati mostrano inoltre un aumento significativo tra le ragazze e le giovanissime. “Il problema – aggiunge Faiella – è che questa modalità di consumo episodico spesso non viene percepita come una dipendenza vera e propria. Per questo molti ragazzi non arrivano ai nostri servizi territoriali ma finiscono direttamente nei pronto soccorso quando la situazione diventa critica”.
Non sempre le famiglie chiedono aiuto. “C’è ancora molto stigma attorno a queste problematiche – osserva –. A volte si tende a minimizzare o a pensare che sia solo una questione di volontà del ragazzo. In realtà la dipendenza è una malattia e va affrontata come tale”.
Le conseguenze dell’abuso di alcol possono essere gravi anche indirettamente. “Il binge drinking abbassa il livello di autocontrollo – spiega Petrelli – e spesso vediamo arrivare ragazzi dopo incidenti stradali, ma anche per risse o comportamenti a rischio”. Non mancano casi legati a rapporti sessuali non protetti o a situazioni di violenza.
A rendere ancora più preoccupante il quadro è l’età sempre più precoce del primo contatto con l’alcol. “In Italia l’utilizzo inizia anche a 13 anni o prima – sottolinea la dottoressa –. A quell’età l’organismo non è ancora in grado di metabolizzare correttamente l’etanolo e l’alcol può agire direttamente su aree del cervello che regolano emozioni e impulsi”.
Accanto alle dipendenze da sostanze emergono anche nuove forme di disagio. Tra queste le dipendenze tecnologiche, legate all’uso eccessivo di smartphone, social network e videogiochi. “È un fenomeno molto diffuso e spesso sottovalutato – spiega Faiella – anche perché riguarda ormai tutte le generazioni”.
Il campanello d’allarme scatta quando i ragazzi iniziano a isolarsi e a disinvestire nelle attività quotidiane, dalla scuola allo sport. Nei casi più estremi si arriva alla cosiddetta sindrome di Hikikomori, in cui i giovani si chiudono nella propria stanza e vivono quasi esclusivamente nella dimensione virtuale.
Un altro fronte critico è quello delle nuove sostanze sintetiche, sempre più difficili da individuare. “Molte non sono rilevabili con i normali esami di laboratorio – spiega Petrelli – e questo costringe il medico del pronto soccorso a fare quasi l’investigatore, ricostruendo il contesto e i sintomi per capire cosa è stato assunto”.
Per affrontare il problema, le due specialiste insistono sulla necessità di rafforzare la prevenzione. “Dovrebbe diventare una politica strutturale – conclude Faiella – attraverso interventi nelle scuole e una rete territoriale che coinvolga sanità, istituzioni e famiglie”.
Proprio le famiglie restano il primo presidio. “Il pronto soccorso può curare l’emergenza – ricorda Petrelli – ma i genitori devono saper cogliere i segnali di disagio e parlare con i figli. Solo così si può intervenire prima che il problema esploda”.





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