La riflessione sulla stupidità umana elaborata da Dietrich Bonhoeffer nasce da un’esperienza storica estrema, ovvero, il collasso morale della Germania sotto il nazismo. Bonhoeffer non osserva la stupidità come un limite intellettuale, ma come una forma di resa etica. È stupido, per lui, non chi ignora, ma chi rinuncia consapevolmente al proprio giudizio, lasciandosi trascinare dalla massa, dal potere, dal linguaggio dominante.

Questa rinuncia al pensiero individuale è ciò che rende possibile l’adesione a sistemi disumani senza avvertirne il peso morale. La stupidità diventa così una forza collettiva, socialmente prodotta, che trasforma persone ordinarie in ingranaggi docili. Non è un caso che Bonhoeffer la consideri più pericolosa della malvagità: il male può essere riconosciuto e contrastato, la stupidità, invece, si auto-legittima e si protegge da ogni confutazione.

In questo quadro, il dialogo con Hannah Arendt risulta particolarmente illuminante. Analizzando il processo al gerarca nazista Eichmann, Arendt individua nella banalità del male la cifra distintiva dei totalitarismi: non mostri eccezionali, ma funzionari ordinari incapaci — o non disposti — a pensare. Il male radicale non nasce necessariamente da un’ideologia profondamente interiorizzata, bensì dal vuoto del pensiero critico, dall’obbedienza automatica, dalla separazione tra azione e coscienza.

Bonhoeffer e Arendt, pur muovendosi su piani diversi — teologico il primo, politico-filosofico la seconda — convergono su un punto decisivo: pensare è un atto morale. Non un lusso per intellettuali, ma una responsabilità che riguarda ogni individuo. Quando il pensiero si spegne, quando ci si limita a “fare ciò che fanno tutti” o a “seguire le regole”, la coscienza si ritrae e il male diventa amministrabile.

Recuperare il senso critico, allora, non significa soltanto informarsi meglio. Significa accettare il rischio del giudizio personale, sottrarsi alla comodità delle risposte semplici, resistere alla pressione del consenso. Significa riconoscere che pensare può essere faticoso e persino scomodo. Bonhoeffer lo ha pagato con la vita; Arendt con l’isolamento e l’incomprensione.

Il loro lascito comune è chiaro e scomodo, la libertà non si perde all’improvviso, ma quando smettiamo di pensare. Oggi questo rischio assume forme nuove, meno appariscenti ma non meno incisive. Viviamo una disumanizzazione quotidiana, fatta di indifferenza, di delega morale, di distanza dall’altro ridotto a funzione, numero o problema. Nessuno può sentirsi esente. Per questo non basta denunciare: occorre costruire una nuova mentalità capace di generare prossimità, responsabilità reciproca, attenzione reale alle persone e alle loro fragilità. Pensare, oggi, è scegliere di restare umani. E questa scelta riguarda tutti.

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