Foto di Don Florio del giornale Il Nuovo Amico di Pesaro
Articolo di Lucilio Santoni
Coloro che pregano con la poesia pregano Dio, e Dio prega in loro. La poesia è impareggiabile nella sua sublime bellezza e nella sua capacità di condurci al mistero dell’Infinito.
E la poesia ha come terreno di coltura uno stupore silenzioso, sembra dirci don Mario Florio. La forza del silenzio la nutre. Lo stupore ci concede di trovare noi stessi, di trovare Dio, ascoltare la sua voce quando bussa alla nostra porta. “Solo lo stupore conosce”, scrive Gregorio di Nissa. E probabilmente il più grande degli stupori è proprio nello scoprirsi in relazione con l’altro, nell’essere capaci di soffrire e gioire con l’altro. Infatti Florio dice di sfogliare i volti dell’umanità, nei quali “sente il fruscio di quel quaderno strano che è la vita”.
È come se quello stupore silenzioso togliesse alla lingua tutte le funzioni comunicative che la rendono parlabile e comprensibile all’uso comune. In effetti, la lingua della poesia è l’incomunicabile che resta dopo che ogni comunicazione è stata sospesa e disattivata: è il resto imparlabile che eccede ogni idioma e ogni scambio linguistico. “Portata all’estremo / la voce tace / e si asciuga”, scrive ancora Don Florio.
La poesia viene da Dio e il silenzio permette di crearla perché nasce da lì e porta lì, al centro esatto di una meditazione sull’essenziale della vita. La parola poetica infatti, contrariamente al rumore della cosiddetta comunicazione, fa entrare in se stessi e dà felicità, felicità “in Dio”. E poiché la poesia è quasi nella sua totalità Parola di Dio, l’unica speranza per il futuro risiede proprio nella poesia. Nell’ascolto e nella pratica della poesia diventiamo ciò che veramente siamo, senza più la vecchia distinzione fra credenti e non, bensì tutti aperti al mistero dell’universo.





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