DIOCESI – «Ci troviamo con gioia per questa prima assemblea diocesana. Ringraziamo la parrocchia di Centobuchi per averci ospitato; inoltre, ringrazio il vescovo di Gubbio e di Città di Castello, Mons. Luciano Paolucci Bedini, e il professor Lampugnani, che ci aiuteranno a riflettere».
Con queste parole Mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo delle diocesi di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, ha introdotto la prima assemblea sinodale delle diocesi, svoltasi sabato 24 ottobre, a partire dalle ore 9:30, presso la parrocchia del Sacro Cuore di Centobuchi, nel comune di Monteprandone.
Il tema dell’incontro, «Chiunque ama è generato da Dio» (1Gv 4,7) «… e rigenera la Chiesa», ha guidato una giornata dedicata all’ascolto, alla riflessione e al discernimento comunitario, con l’obiettivo di proseguire il cammino di rinnovamento delle comunità cristiane del territorio.
A offrire spunti di approfondimento sono stati due relatori: monsignor Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Gubbio e di Città di Castello, che ha condiviso la propria riflessione a partire dall’esperienza pastorale, e il professor Davide Lampugnani, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che è intervenuto da remoto, proponendo una riflessione sulle sfide della società contemporanea e sui processi di generatività sociale.
Accoglienza e preghiera iniziale
La mattinata si è aperta con l’accoglienza dei partecipanti e un momento di preghiera.
Alle 9:30, le parole della Prima lettera ai Corinzi (1Cor 15,51-58) hanno introdotto i lavori, offrendo lo spunto per una riflessione sul significato della trasformazione nella vita cristiana.
Nel suo intervento iniziale, il vescovo Palmieri ha spiegato le ragioni della scelta del brano biblico: «Abbiamo voluto cominciare questa assemblea con la Lettera ai Corinzi perché introduce perfettamente il tema della giornata: i processi di trasformazione della comunità cristiana. Alla luce di questo brano, possiamo riflettere su un punto centrale: la trasformazione è opera di Dio e dello Spirito Santo. Paolo dice che “noi non moriremo, ma saremo trasformati”. Questo significa che il nostro io non sparirà, ma che tutto il nostro cammino umano cambierà per renderci simili a Dio. Tutto ciò che fa parte della nostra realtà e delle nostre relazioni è destinato alla vita eterna in Dio; il resto sarà abbandonato. Siamo chiamati a un cammino in cui l’uomo vecchio muore per dare spazio all’uomo nuovo, a immagine di Gesù Risorto. Per questo, in ambito ecclesiale, la parola “formazione” non calza benissimo: il cammino cristiano è una vera trasformazione. In questo percorso convivono gioia e dolore, ma Dio lavora costantemente affinché la Morte sia vinta dalla Vita. Non dobbiamo quindi guardare a ciò che è transitorio, ma a tutto quello che rientra nella pienezza di Dio».
Nel corso dell’introduzione sono state inoltre richiamate le parole pronunciate da papa Leone XIV in occasione dell’assemblea diocesana di Roma del 18 settembre 2026. Palmieri ha sottolineato l’importanza di tradurre le indicazioni ricevute in un percorso concreto per le comunità locali: «Aiutano il nostro cammino, ma ora tocca a noi camminare e siamo qui per verificare il percorso fatto finora. Oggi ci interroghiamo insieme e rilanciamo le linee pastorali sull’esempio del Papa, facendo leva, in particolare, sui giovani e sull’educazione cristiana».
Approfondimento teologico
Conclusa la preghiera iniziale, l’assemblea è entrata nel vivo dei lavori con gli interventi dei due relatori, chiamati ad approfondire il tema della trasformazione della Chiesa da prospettive differenti e complementari: quella pastorale e quella sociologica.
Vescovo Bedini: la Chiesa guidata dallo Spirito
Il primo intervento è stato affidato a monsignor Luciano Paolucci Bedini, che ha affrontato il tema «La Chiesa guidata dallo Spirito: processi formativi, resistenze, appelli al cambiamento». La riflessione si è concentrata sulla missione pastorale e sull’azione dello Spirito Santo, attraverso la lettura dei primi nove capitoli degli Atti degli Apostoli.
«Sono contento di vedere una Chiesa radunata in assemblea, che ne rappresenta il volto più bello. Per rispondere al tema assegnatomi, ho pensato al testo degli Atti degli Apostoli: se non ripartiamo da lì non comprenderemo nulla, perché ci racconta come nasce la Chiesa grazie allo Spirito Santo. La questione decisiva è che la missione della Chiesa è la stessa missione di Gesù, il quale la continua attraverso di noi, che siamo il suo Corpo. Se pensiamo che le due missioni siano separate, rischiamo di sbagliare: Gesù ci ha promesso che la sua opera sarebbe continuata con la potenza dello Spirito Santo. Questo è il cuore della verifica delle indicazioni di papa Leone: dobbiamo capire se ciò che viviamo come Chiesa sia davvero la missione di Gesù e se sia frutto della nostra trasformazione a opera dello Spirito, e non dei nostri progetti. Alla fine di un anno pastorale dovremmo chiederci se abbiamo fatto ciò che il Signore voleva e se Gesù è arrivato dove desiderava. Questo è l’unico orizzonte possibile: ascoltare lo Spirito per chiederci: “È così che avrebbe voluto Gesù?”.
Rileggendo i primi nove capitoli degli Atti, il termine Spirito Santo torna ben 29 volte. Egli è chiamato “Promessa del Padre” e impone calma e attesa. Qui emerge la nostra prima resistenza: abbiamo fretta, dobbiamo sempre fare qualcosa e l’attesa ci fa sentire meno cristiani. Lo Spirito innesca trasformazioni lunghe e profonde. La via più semplice, ma sbagliata, è decidere prima e poi invocarlo; invece, dobbiamo saper aspettare che operi in noi, evitando i meccanismi di autoreferenzialità dettati dalla fretta. Lo Spirito Santo agisce solo in un clima di preghiera autentico e fraterno, ed è lì che va fatto il vero discernimento.
Siamo chiamati a comprendere a fondo la sinodalità: tutti abbiamo ricevuto lo Spirito, ma esso opera pienamente quando siamo tutti insieme. In questo contesto, è importante rivalutare la figura del vescovo, che garantisce che stiamo camminando nella volontà di Dio. Ogni comunità cristiana, infine, ha bisogno di una casa capace di offrire conforto e accoglienza».
Davide Lampugnani: i processi di generatività sociale
La parola è passata poi al professor Davide Lampugnani, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che è intervenuto da remoto con una relazione dal titolo «Quando un processo è davvero trasformativo e generativo? Le sfide che aspettano la Chiesa oggi». Al centro del suo contributo, il concetto di generatività sociale e le condizioni che consentono di promuovere processi capaci di produrre cambiamenti duraturi.
«La generatività sociale è un concetto complesso e privo di una definizione rigida o di un programma predefinito, poiché si cala nella concretezza della vita attraverso forme molteplici e diverse. Si tratta di un modo di essere e di agire che accetta la relazione con l’altro, aiutandolo a sua volta a diventare generativo. Alla base di tutto c’è quindi una dimensione relazionale. Per non renderlo astratto, abbiamo identificato quattro verbi fondamentali che permettono di riconoscere un processo generativo:
- Desiderare: non c’è generatività senza desiderio. Questo non si inventa, ma nasce da un incontro, da qualcosa che ci tocca e ci inquieta, spingendoci a uscire da noi stessi per aspirare a qualcosa che ancora non c’è.
- Mettere al mondo: essere generativi significa far nascere qualcosa di specifico e concreto, legato all’inquietudine del nostro desiderio, evitando di disperdere le energie in troppe attività.
- Prendersi cura: dopo aver fatto nascere qualcosa, dobbiamo accompagnarlo e sostenerlo. I percorsi generativi richiedono tempo, energie e risorse, affinché ciò che è stato creato possa crescere e diventare sostenibile.
- Lasciare andare: è il passaggio più difficile, in cui molti si bloccano. Significa consegnare ad altri ciò che abbiamo creato e curato, permettendo loro di dare un proprio contributo. Questo comporta la rinuncia al controllo e l’accettazione del cambiamento, riconoscendo il valore dell’apporto altrui.
Questi quattro verbi sono uniti tra loro in una struttura circolare. Questo movimento è in controtendenza rispetto alla società attuale e per questo risulta difficile e fragile. Oggi facciamo fatica a uscire dal nostro perimetro a causa della tentazione dell’autoreferenzialità e della ricerca spasmodica del controllo, che ci porta a percepire chi è fuori da noi come una minaccia».
La celebrazione eucaristica conclusiva della mattinata
La prima assemblea sinodale si è conclusa con la celebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo Gianpiero Palmieri e concelebrata da numerosi sacerdoti delle due diocesi presenti all’incontro.
Il pomeriggio proseguirà con il seguente programma:
Ore 14.00 – Visita interattiva alla mostra realizzata dal gruppo di lavoro interdiocesano a partire dall’indagine sui giovani del Piceno.
Ore 15.00 – Intervento del gruppo di lavoro interdiocesano sul tema Come sono cambiate le domande di senso degli adolescenti? Rileggiamo in profondità i dati per cogliere come interpellano la Chiesa.
A seguire, gruppi di lavoro sui processi di trasformazione delle comunità cristiane, per riflettere sulla domanda: Quali scelte possono rivelarsi davvero generative e quali fattori possono bloccare i processi?
Ore 17.00 – Conclusioni affidate al vescovo Gianpiero Palmieri, con una riflessione dal titolo Come e cosa generare?