I lavori che si svolgono durante l’orario scolastico
ASCOLI PICENO – In un clima nazionale caratterizzato da forti mobilitazioni studentesche, piazze attraversate da tensioni e crescenti proteste, il dibattito sul mondo della scuola coinvolge da vicino anche il nostro territorio. Lontano dagli eccessi della cronaca e dagli slogan urlati, gli studenti del Piceno scelgono la via del dialogo, del rispetto civile e della concretezza per far valere i propri diritti. Un esempio concreto arriva dall’ITIS «E. Fermi» di Ascoli Piceno, dove la comunità scolastica sta affrontando le sfide quotidiane legate alla convivenza con i cantieri interni e alla necessità di una didattica sempre più al passo con i tempi.
Per capire come i giovani stiano vivendo questo delicato momento di mobilitazione e quali siano le loro reali aspettative nei confronti delle istituzioni, della politica e delle famiglie, abbiamo intervistato Giuseppe Di Buò, rappresentante d’istituto del «Fermi». Con lui abbiamo tracciato un bilancio dello sciopero dello scorso 10 ottobre e riflettuto sul confine sottile tra dissenso legittimo e violenza, scoprendo una gioventù tutt’altro che disinteressata alla vita pubblica.
In questi giorni tanti studenti sono scesi in piazza, tra manifestazioni pacifiche e momenti di tensione. Come stai vivendo questa mobilitazione? I giovani si sentono ascoltati oppure devono alzare la voce per farsi sentire?
«Credo che questa mobilitazione dimostri che i giovani non sono affatto disinteressati a ciò che succede intorno a loro. Spesso, però, si ha la sensazione che le esigenze degli studenti vengano ascoltate soltanto quando diventano impossibili da ignorare. Lo vivo anche personalmente come rappresentante d’istituto: organizzare una protesta non è una scelta che si prende da un momento all’altro, ma a volte diventa uno strumento necessario per far emergere problemi che si trascinano da troppo tempo. Credo che non si debba arrivare sempre alla piazza per essere ascoltati e che le istituzioni debbano imparare a confrontarsi con i giovani prima che il malcontento cresca».
Al di là degli slogan, quali sono le richieste concrete degli studenti? Che cosa chiedete alla scuola, alle istituzioni e alla politica?
«Le richieste cambiano a seconda delle situazioni che ciascuno vive, ma credo che alla base ci siano esigenze comuni: una scuola che funzioni, ambienti sicuri e dignitosi, una didattica che prepari davvero al futuro e la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano gli studenti. Nel nostro caso, abbiamo chiesto soprattutto una migliore organizzazione dei lavori nel nostro istituto, affinché il cantiere non comprometta continuamente lo svolgimento delle lezioni e la fruibilità degli spazi. Alle istituzioni chiediamo risposte concrete, tempi chiari e disponibilità al confronto. Alla scuola e alla politica chiediamo di considerarci non semplicemente destinatari delle decisioni, ma persone che possono contribuire a migliorarle, perché siamo esseri umani, non marionette».
Manifestare è un diritto, ma in alcune piazze la protesta è degenerata in violenza. Dove finisce il dissenso legittimo e dove comincia il superamento di ogni limite?
«Il dissenso è legittimo e fondamentale in una società democratica. Ognuno deve poter esprimere le proprie idee, anche con forza, purché lo faccia nel rispetto delle altre persone. Il limite viene superato quando si passa dalle parole e dalla protesta alla violenza, alle minacce o alla distruzione. Non serve essere d’accordo su tutto, ma bisogna riconoscere che il diritto di manifestare non può cancellare il senso civico e il rispetto per la nostra città. Si può essere determinati, arrabbiati e persino molto duri nelle proprie critiche senza aggredire nessuno o distruggere qualcosa. La protesta deve servire a far conoscere le proprie ragioni, non a farle passare in secondo piano. Inoltre, ritengo importante riflettere sulle conseguenze che gli episodi di violenza possono avere, anche in relazione alle eventuali nuove misure legislative».
Gli episodi violenti rischiano di oscurare le ragioni di chi manifesta pacificamente? Secondo te, gli studenti devono prendere apertamente le distanze da chi trasforma la protesta in scontro?
«Sì, il rischio c’è: quando l’attenzione si concentra sugli scontri violenti, le ragioni per cui migliaia di persone sono scese in piazza possono passare in secondo piano. Per questo ritengo importante distinguere chiaramente chi manifesta pacificamente da chi sceglie la violenza. Prendere le distanze da questi comportamenti non significa rinunciare alle proprie idee o indebolire una protesta, ma difenderne il significato. Anche durante la manifestazione organizzata nel nostro istituto abbiamo scelto di portare avanti le nostre richieste attraverso cartelli, confronto e partecipazione pacifica. Credo che questa sia la strada da seguire: far parlare i problemi e le proposte, non gli scontri e la distruzione».
Si parla spesso di giovani disinteressati alla politica. Le manifestazioni smentiscono questa idea oppure esprimono soprattutto rabbia e sfiducia verso il futuro? Quanto influenzano i social le scelte degli studenti?
«Penso che definire i giovani disinteressati alla politica sia una generalizzazione. Molti ragazzi si interessano a ciò che accade, ma non sempre trovano persone disposte ad ascoltarli. Le manifestazioni possono nascere dalla rabbia e dalla sfiducia, ma anche dalla volontà di cambiare le cose. Le due dimensioni possono convivere: si può essere delusi dalla situazione attuale e, proprio per questo, decidere di impegnarsi. I social hanno un ruolo importante perché permettono di diffondere informazioni, organizzare iniziative e raggiungere rapidamente tanti studenti, come abbiamo fatto noi con la locandina dello sciopero del 10 ottobre. Allo stesso tempo, possono alimentare giudizi affrettati o diffondere informazioni false. Per questo è importante, prima di tutto, verificare l’attendibilità delle informazioni raccolte e utilizzare i social per informarsi e partecipare, senza fermarsi ai video o agli slogan, ma cercando di approfondire i problemi e di confrontarsi con chi ha idee diverse».
Se potessi parlare direttamente con il ministro dell’Istruzione, quali sarebbero le prime tre richieste che vorresti portare al suo tavolo? Quali cambiamenti servono davvero nella scuola?
«Porterei tre richieste precise.
La prima è investire maggiormente nell’edilizia scolastica e nella qualità degli ambienti, perché non possiamo parlare di diritto allo studio senza garantire spazi adeguati, sicuri e sottoposti a una manutenzione costante.
La seconda è dare maggiore spazio alla voce degli studenti, rafforzando gli strumenti di rappresentanza e creando occasioni di confronto nelle quali le proposte possano essere ascoltate e ricevere risposte concrete.
La terza è rendere la scuola più vicina al futuro dei ragazzi, promuovendo il rapporto con il mondo dello sport, aggiornando una didattica ormai datata, rendendo i laboratori realmente accessibili e migliorandone la dotazione tecnologica. Servono inoltre un orientamento efficace e collegamenti più concreti con il mondo del lavoro e con l’università.
Credo che il cambiamento debba partire da qui: una scuola che non si limiti a trasmettere nozioni, ma che metta gli studenti nelle condizioni di imparare, crescere e costruire il proprio futuro».
Che cosa diresti ai ragazzi che vogliono protestare senza ricorrere alla violenza e a quelli che pensano che solo lo scontro possa dare visibilità alle proprie idee? Quale messaggio vorresti rivolgere anche a insegnanti e famiglie?
«Direi ai ragazzi che vogliono protestare di non avere paura di esporsi e di far sentire la propria voce, ma di farlo con consapevolezza, rispetto e determinazione. La mia esperienza mi ha insegnato che partecipare non significa necessariamente essere in tanti. Durante la protesta nel nostro istituto, il numero degli studenti presenti all’esterno della scuola è stato inferiore alle aspettative, ma considero importante che alcuni ragazzi abbiano scelto di esserci e di rivendicare i propri diritti. Nonostante la partecipazione inferiore alle attese, siamo comunque riusciti a far arrivare le nostre richieste ai livelli decisionali.
A chi pensa che serva lo scontro per essere ascoltati direi che la violenza rischia di distogliere l’attenzione dai problemi reali, mentre la preparazione, la coerenza e la capacità di dialogare possono dare forza alle proprie richieste. Se durante lo sciopero di sabato avessimo fatto ricorso alla violenza, credo che si sarebbe parlato soltanto di ragazzi maleducati e irrispettosi dei beni altrui, mettendo in secondo piano i problemi che ci affliggono e le ragioni della nostra protesta.
Agli insegnanti e alle famiglie chiederei di non considerare automaticamente i giovani disinteressati, immaturi o incapaci di comprendere la realtà, ma anzi di aiutarli e incoraggiarli a far sentire la propria voce per difendere i loro diritti. Ascoltare non significa necessariamente essere d’accordo, ma riconoscere che anche gli studenti hanno idee, responsabilità e proposte. Se vogliamo giovani più partecipi e consapevoli, dobbiamo anche offrire loro occasioni concrete per esserlo».
Il filo conduttore che lega tutte le risposte è chiaro: i giovani non chiedono soltanto di essere ascoltati, ma anche di poter incidere concretamente sulle decisioni che riguardano il loro futuro.













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