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San Benedetto grande interesse per il convegno “Utopie in dialogo: giovani, salute mentale, migrazioni e cultura”

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”, è sulle note e parole di “Un matto” di Fabrizio De Andrè che si è aperto ieri il convegno “Utopie in dialogo: giovani, salute mentale, migrazioni e cultura” a San Benedetto del Tronto. Ad organizzarlo la Cooperativa Utopia in occasione del suo ventennale e che opera sul territorio da un anno a sostegno dei giovani. “Abbiamo voluto porre al centro l’attenzione alle fragilità giovanili – ha introdotto Christian Gretter, presidente della cooperativa Utopia – Una fragilità che dobbiamo sempre più considerare uno stato della condizione umana da cui partire che si può superare attraverso la rete e l’inclusione, dove la cultura può e deve essere un supporto fondamentale”.

Nella sala del Museo del Mare, hanno prima portato il loro saluto l’europarlamentare Carlo Ciccioli, il consigliere regionale Andrea Cardilli il direttore del Dipartimento di società e politica dell’università di Urbino, Edoardo Barberis, Simona Marconi alla guida dell’ATS 21, Remo Appignanesi, dirigente dell’azienda sanitaria territoriale di Ascoli Piceno,  Meri Marziali del consiglio di amministrazione di Legacoop Marche 3.0.

A seguire, alla presenza di cento persone, dopo  si sono alternati tanti esperti del tema del disagio giovanile. Ad inquadrare subito il problema giovanile Stefano Laffi, sociologo ed esperto di politiche giovanili, che ha sottolineato la fatica dei giovani di oggi a vivere questo mondo: “Per i ragazzi da oltre 10 anni c’è paura del futuro, vivono un malessere che non abbiamo visto arrivare. Noi adulti abbiamo uno sguardo distorto nei loro confronti, vogliamo sempre vedere gli adulti che saranno e fatichiamo a vedere chi sono. Relativizziamo troppo i loro dolori e così facendo smontiamo il loro valore e peso. E così facciamo disastri. Invece il mondo adulto e delle comunità deve essere in grado di accompagnarli nell’adolescenza e aiutarli ad aprire la porta della stagione adulta per stare nel mondo. Dobbiamo vederli e guardare con loro in faccia la realtà e non far finta che le cose vanno bene. Dobbiamo relativizzare il presente e lavorare sui mondi possibili, facendogli respirare il futuro”.

Per stare al fianco dei giovani ha spiegato bene Franco Lolli, psicoterapeuta, quale debba essere il ruolo dell’educatore: “Deve riuscire a spingere il giovane a una nuova forma di sazietà, che sia in grado di dargli una soddisfazione uguale o maggiore di quella che trova nel sintomo. L’operatore deve trovare una relazione intensa con il ragazzo, ma senza trasformarsi in seduttore. Per questo il suo intervento non deve essere mai diretto sul giovane, ma proiettato su un elemento terzo, una causa, un progetto. L’interesse dell’operatore deve rimbalzare sul giovane come effetto secondario, catturandolo attraverso una passione”.

A parlare dell’importanza della costruzione della rete attorno al ragazzo con disagio è stata Alessia Norcio, psicologa e psicoterapeuta, responsabile salute mentale giovani di Trieste: “Ci ritroviamo spesso ad avere a che fare con una fragilità che mette in scacco la famiglia. E’ fondamentale non chiudere il ragazzo subito in una diagnosi, ma che le realtà che se ne fanno carico imparino a stare anche nell’incertezza, accompagnandolo”. A venire incontro alle famiglie e ai giovani stessi può essere inoltre anche il digitale, come ha raccontato Stefano Alemanno, pedagogista e ideatore dell’app Youngle: “I giovani sono continuamente in rete e la stessa deve essere sfruttata in maniera costruttiva per essergli di supporto. Ci sono sistemi di intelligenza artificiale molto efficaci dove i ragazzi trovano altri giovani pronti a essergli vicini indirizzandoli in caso di bisogno verso servizi di sostegno vero e proprio”.

Un convegno che ha guardato al problema della salute mentale prendendo in considerazione anche i giovani migranti. Illuminante l’intervento di Nogaye Ndiaye, scrittrice italiana figlia di genitori senegalesi: “Il razzismo spesso viene interiorizzato da ragazzi che vengono da altri Paesi o nati da genitori stranieri. Purtroppo crescono pensando di essere un problema, avendo una percezione di sé distorta attraverso lo sguardo degli altri. Ma se si è visti come un pericolo, questo che effetto può avere sulla salute mentale?”. Problematiche che ben conosce Lara Ricciatti, responsabile della Comunità Casa Lucia della Coop Utopia che si occupa di accogliere minori stranieri: “Accogliamo  dei sopravvissuti che portano segni di privazioni e torture e arrivano da noi frammentati e rotti. Dobbiamo provare a dare un senso al puzzle della loro vita e per questo non possiamo istituzionalizzare il loro disagio, ma dobbiamo guardare al bisogno del singolo. Questo ricordandoci che il diritto ad avere un futuro vale tanto per i giovani italiani, quanto per quelli che vivono nelle comunità”. La stessa Lucia Zagagnoli, psicologa della Coop Utopia ha ricordato come “prima della patologia c’è un trauma non risanato. Spesso perché i ragazzi stranieri riescano a crescere, è importante non privarli delle loro origini e cultura”. E non si possono affrontare i dubbi e i drammi di questi ragazzi senza tener conto dell’importanza stessa che il viaggio ha avuto per loro, come ha sottolineato Iside Baldini, specializzata in etnopsichiatria: “Dobbiamo pensare al viaggio migratorio come ad un dispositivo di  iniziazione, dove i ragazzi muoiono a se stessi per rinascere adulti. Diventano uomini e donne che si possono occupare della famiglia rimasta in Africa”.

Un convegno in cui la stessa psichiatra Giovanna Del Giudice, già dell’equipe Basaglia, ha ricordato come sia “importante non perdere la speranza da parte di chi lavora con i giovani continuando a costruire diritti per i giovani, mentre l’operatore sociale Alessandro Metz ha ricordato a tutti i presenti l’importanza di “continuare ad essere operatori sociali e non controllori sociali. Dobbiamo ricordarci che lavoriamo con persone in condizione temporanea di necessità, non scivolare nell’assistenzialismo, ma fornire strumenti per l’emancipazione”. A chiudere infine il presidente di Legacoop Marche, Gianfranco Alleruzzo: “All’interno dei tanti servizi che forniamo nelle città, rispondiamo a sempre maggiori bisogni, e a seguito di questo si crea sempre più convivenza fra tante diversità. Ora dobbiamo cercare di estendere questa capacità di produrre cultura di convivenza, insegnando alle persone a stare nel conflitto”.

 

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