DIOCESI – In occasione dell’incontro “Martinsicuro Multietnico e Multireligioso – 10 anni di dialogo Cattolici e Islam”, in programma domenica 20 settembre 2026, alle ore 21, presso l’Anfiteatro di Martinsicuro, abbiamo incontrato don Vincent C. Ifeme, direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto.
La serata avrà come filo conduttore “Pellegrini di Speranza – In cammino insieme nel dialogo e nel rispetto verso un futuro di pace”.
Don Vincent, da dove nasce questo cammino di dialogo tra cristiani e musulmani?
È un cammino che abbiamo iniziato dieci anni fa a Centobuchi di Monteprandone, con il titolo “Cristiani e musulmani per conoscerci”. Da lì è cominciato un percorso insieme alla comunità musulmana di San Benedetto del Tronto e della vallata, con la presenza dell’Imam Mustafa Batzami.
Negli anni successivi abbiamo continuato a incontrarci ogni anno, coinvolgendo anche i Focolarini. Già dal secondo anno, sempre a Centobuchi, abbiamo organizzato un incontro nella piazza del paese dedicato al tema della famiglia. Era un tema particolarmente sentito, perché sia i musulmani sia i cristiani cattolici riconoscono nella famiglia un valore fondamentale.
Successivamente, grazie alla disponibilità e all’accoglienza di don Luigino Scarponi, il percorso si è spostato a Sant’Egidio alla Vibrata.
In occasione della festa del Patrono, la comunità ci accoglieva per vivere insieme un momento di dialogo e di convivialità con la comunità musulmana.
Ogni anno sceglievamo un tema comune. Abbiamo parlato, ad esempio, della figura di Abramo nelle due tradizioni religiose e, in un’altra occasione, della figura di Maria nel cristianesimo e nell’Islam.
Quest’anno arriviamo dunque al decimo anno e abbiamo scelto Martinsicuro.
Mi sembra una scelta particolarmente significativa e, in qualche modo, provvidenziale, perché è un territorio caratterizzato da una bella convivenza tra persone di culture e tradizioni diverse. La presenza della comunità musulmana, composta anche da tunisini e algerini, è legata da tempo alla vita del territorio, anche attraverso il mondo della pesca.
In fondo, il senso di tutto questo cammino è molto semplice: un dialogo che continua da dieci anni e che nasce dal desiderio di conoscerci.
In questi anni avete dialogato soprattutto con la comunità musulmana. Avete mai pensato di allargare il percorso anche alla comunità ebraica, considerando il comune riferimento alle religioni abramitiche?
Sinceramente, nel nostro territorio non siamo a conoscenza della presenza di una comunità ebraica organizzata con la quale poter avviare un percorso stabile. Questo non significa certamente che non ci sia disponibilità al dialogo.
A livello regionale, il dialogo con la comunità ebraica si è sviluppato, in particolare, attraverso la comunità ebraica di Ancona. Nel nostro territorio, invece, non abbiamo finora intrapreso un percorso analogo, semplicemente perché non abbiamo incontrato una realtà organizzata con cui poterlo costruire.
Dopo dieci anni, qual è il frutto più importante di questo cammino?
Il frutto, ma anche l’obiettivo, è innanzitutto quello di conoscerci. La comunità musulmana vive accanto a noi, fa parte del nostro territorio e della nostra società: non possiamo fare finta che non esista.
Credo che il pregiudizio sia uno degli ostacoli più grandi al dialogo. Quando hai accanto una persona, un fratello, a prescindere dalla sua religione, inizi a conoscerlo davvero. Puoi comprendere il suo punto di vista, il suo modo di guardare la realtà. E ti accorgi che tante cose che forse pensavi di sapere sull’altro, in realtà, non corrispondono necessariamente alla realtà.
Il dialogo, dunque, aiuta prima di tutto a conoscersi?
Esattamente. Il dialogo ci aiuta a conoscerci e, attraverso la conoscenza, permette di abbattere quei muri di pregiudizio che spesso nascono semplicemente dalla distanza e dalla mancanza di incontro.
Penso che questo sia già uno dei frutti più belli di questi dieci anni. Oggi l’Imam Mustafa lo vediamo come un fratello, pur sapendo che egli vive un ruolo religioso diverso dal nostro. Un imam, in qualche modo, svolge nella comunità musulmana una funzione che può ricordare quella di un sacerdote nella comunità cristiana.
Ma al di là dei ruoli religiosi c’è la persona, con la sua umanità. Condividere un momento semplice, come prendere insieme un gelato o trascorrere del tempo in compagnia, ci aiuta a comprendere che siamo persone umane come noi, con tante cose che ci accomunano.
Naturalmente, ciascuno vive la propria fede e si rivolge a Dio secondo la propria tradizione religiosa. Noi lo facciamo attraverso la fede cristiana, loro attraverso l’Islam. Ma questa differenza non impedisce di incontrarsi, di conoscersi e di riconoscersi reciprocamente come fratelli.
Anche questo appuntamento è rivolto a tutti?
Sì. È un invito a partecipare, a non avere paura dell’altro e, soprattutto, a non fermarsi ai pregiudizi.
Conoscersi significa dare un volto e una storia alla persona che abbiamo accanto.
Il dialogo non significa rinunciare alla propria identità o alle proprie convinzioni. Significa, piuttosto, avere il coraggio di incontrare l’altro, ascoltarlo e scoprire che, pur nella diversità delle nostre fedi e delle nostre culture, possiamo condividere molto.
Dopo dieci anni, credo che questo sia il messaggio più importante che possiamo lasciare: il cammino continua, e possiamo percorrerlo insieme, nel rispetto reciproco e nella speranza di costruire una società più fraterna e più capace di pace.





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