GROTTAMMARE – A Milano, alla Galleria Still, dal 16 settembre al 30 ottobre, è in programma “L’Ombra di Narciso”, la nuova mostra fotografica di Vito Sforza, fotografo artistico e architetto originario di Ancora e residente a Grottammare, curata da Denis Curti. Al centro del progetto c’è il corpo e, attraverso segni e simboli impressi sulla pelle di una modella, una riflessione sull’identità contemporanea, sul rapporto con la propria immagine e sul ruolo che oggi hanno smartphone e social.
Il catalogo è stato pubblicato dalla casa editrice Amalassunta di Monte Vidon Corrado.
Partiamo dal titolo: perché “L’Ombra di Narciso”? Che cosa rappresenta oggi, secondo lei, il mito di Narciso in una società in cui siamo continuamente davanti a uno specchio digitale?
Viviamo in una società della trasparenza, dove siamo continuamente esposti allo sguardo degli altri e, attraverso i social network, anche al nostro stesso sguardo. La costruzione dell’identità è ormai diventata un processo sempre più legato all’immagine che mostriamo e alle risposte che riceviamo. Già nel 1979 Christopher Lasch parlava di «narcisismo culturale», individuando in una società fondata sulla visibilità e sulla ricerca di approvazione un nuovo modo di rapportarsi a sé stessi. È da questa riflessione che nasce «L’Ombra di Narciso». L’ombra è ciò che non mostriamo, ciò che resta fuori dall’immagine pubblica: la parte più fragile, intima e contraddittoria di noi. Oggi lo specchio di Narciso non è più l’acqua, ma uno schermo. E forse il vero rischio è che, nel tentativo continuo di mostrare un’immagine costruita, artefatta e performativa, finiamo per perdere di vista ciò che siamo realmente.
Al centro delle sue fotografie c’è il corpo della modella, sulla cui pelle vengono impressi simboli e segni. Come nasce questa scelta e che significato hanno questi simboli all’interno del progetto?
L’ecosistema digitale seleziona e premia prevalentemente ciò che appare desiderabile, conforme e culturalmente appropriato. Riprendendo la terminologia della psicologia analitica di Carl Gustav Jung, la rete amplifica e standardizza la Persona: la maschera sociale attraverso cui l’individuo si adatta alle aspettative collettive. Parallelamente, tutto ciò che viene percepito come fragile, ambiguo o dissonante tende a essere escluso dalla coscienza e relegato nella dimensione dell’Ombra. Più che favorire un reale processo di integrazione psichica, l’iper-visibilità contemporanea sembra rafforzare la distanza tra l’immagine che l’individuo presenta pubblicamente e gli aspetti della personalità che rimangono esclusi dalla rappresentazione. In termini junghiani, la centralità della Persona rischia di relegare l’Ombra in uno spazio sempre meno riconosciuto e integrato. Il monitor diventa così il luogo di una continua negoziazione identitaria, dove il soggetto osserva, costruisce e modifica la propria immagine in relazione allo sguardo altrui. Il richiamo al mito di Narciso suggerisce proprio questa tensione tra l’amore per sé stessi e il rischio di confondere la rappresentazione del sé con la sua complessità. All’interno di questo quadro teorico, il corpo assume un ruolo centrale, configurandosi come spazio di resistenza e di riscrittura identitaria. Nella condizione della modernità liquida descritta da Zygmunt Bauman (2000), segnata da legami precari e identità instabili, il tatuaggio emerge come un tentativo di ancorare il soggetto a una dimensione materiale e durevole. Laddove l’immagine digitale appare fluida, volatile e destinata a dissolversi nel flusso incessante del feed, il segno inciso sulla pelle afferma una presenza concreta e una traccia persistente, sottraendo simbolicamente l’individuo alla liquidità della propria proiezione virtuale.
Lei non sembra voler raccontare soltanto ciò che mostriamo agli altri, ma soprattutto quello che tendiamo a nascondere. Che cosa vuole portare alla luce con queste immagini?
La scelta del corpo umano come soggetto di indagine nasce dalla necessità di riportare qualcosa di concreto e reale all’interno di una dimensione, quella digitale, in cui tutto è continuamente modificabile, sostituibile e destinato a scomparire nel flusso continuo delle immagini. Nei miei scatti il corpo della modella diventa quindi uno spazio di scrittura e di riscrittura dell’identità. I simboli impressi sulla pelle richiamano i concetti junghiani di Persona e di Ombra: da una parte la maschera sociale che mostriamo agli altri, dall’altra ciò che rimane nascosto, rimosso o non conforme alle aspettative. Il tatuaggio ha per me un significato particolare proprio perché è un segno permanente. In una società in cui l’immagine digitale è fluida e continuamente modificabile, la pelle diventa invece un luogo di resistenza, una superficie sulla quale i segni e i disegni rimangono impressi. I simboli non vogliono quindi essere semplicemente decorativi: sono tracce di una tensione interiore, di ciò che tentiamo di mostrare e di ciò che invece cerchiamo di nascondere, anche perché talvolta non ne siamo nemmeno perfettamente consapevoli, vista anche la superficialità con la quale agiamo e viviamo. Nel mio lavoro tento di istituire il corpo come luogo elettivo in cui Persona e Ombra convivono e possono esprimersi, anche in modo contraddittorio e, comunque, estremamente complesso. Perseguo dunque lo scopo di mettere in discussione l’idea di una rappresentazione di sé unitaria, stabile e coerente, nettamente definita e chiaramente visibile, così come viene riprodotta nei social. Cerco invece di far emergere la molteplicità, la complessità e la fluidità dell’identità individuale che caratterizza ogni essere umano. Anche l’aspetto delle fotografie nasce da questa contrapposizione. Le tonalità fredde, l’alternanza tra colore e bianco e nero e l’atmosfera quasi asettica richiamano il mondo degli schermi e delle immagini digitali. Ma dentro questa freddezza rimane qualcosa di profondamente fisico: la pelle, il corpo, il segno. La materia si oppone alla volatilità dell’immagine digitale.
La mostra nasce anche dalla collaborazione con l’artista Lucia Postacchini. Come avete lavorato insieme e quanto è stato importante questo dialogo nella costruzione del progetto?
“L’Ombra di Narciso” nasce da una domanda che mi accompagna da tempo: che cosa rimane di noi al di là dell’immagine che mostriamo agli altri? La fotografia, nell’epoca digitale, ha cambiato profondamente il proprio ruolo. Non è più soltanto memoria o documentazione, ma è diventata uno degli strumenti attraverso cui costruiamo e modifichiamo continuamente la nostra identità. È da qui che nasce il mio interesse per la Postfotografia di Joan Fontcuberta e, più in generale, per la critica costruttiva alle caratteristiche di una società nella quale siamo costantemente esposti e chiamati a mostrarci. Mi interessa soprattutto ciò che questa esposizione tende a nascondere: la parte fragile, contraddittoria e meno presentabile di noi. Da questa riflessione nascono i cinque nuclei del progetto: fragilità, rabbia, invidia, eros dissonante e vergogna, che considero alcune delle forme attraverso cui l’Ombra contemporanea può manifestarsi. Per rappresentarle ho scelto il corpo. La pelle diventa una superficie sulla quale poter scrivere e rendere visibile ciò che normalmente rimane dentro. I segni che attraversano il corpo della modella non sono tatuaggi permanenti, ma interventi temporanei realizzati insieme all’artista Lucia Postacchini. Sono nati da una ricerca su diverse tradizioni di marcatura del corpo, mediterranee, berbere e africane, che ho reinterpretato in funzione del progetto. Specializzata nella pittura del corpo, o body painting, Lucia mi ha aiutato a realizzare concretamente il mio progetto attraverso uno storyboard connesso alla mia professione di architetto. Grazie al materiale che io stesso le ho fornito, è riuscita a realizzare composizioni creative con le immagini. Per questo, ogni seduta di pittura è durata parecchie ore, così come il mio lavoro nello studio fotografico. La sua collaborazione è stata importante proprio perché non volevo ritrarre corpi tatuati e quindi con una sorta di identità definitiva, ma realizzare una costruzione simbolica di un’identità fluida, arcaica eppure moderna, che cambia, si costruisce e si modifica continuamente. La pelle diventa così il punto d’incontro tra ciò che mostriamo, ciò che cerchiamo di nascondere e ciò che realmente siamo. In questo senso il titolo “L’Ombra di Narciso” non vuole parlare soltanto di narcisismo. Narciso è anche la persona che si perde nella propria immagine. L’ombra è invece ciò che quell’immagine non riesce a contenere: la fragilità, il desiderio, la paura, la rabbia, la vergogna, le potenzialità inespresse. Il progetto non vuole fornire risposte, ma porre domande. In particolare: quanto siamo consapevoli del fatto che ci impegniamo costantemente a costruire un’immagine perfetta di noi stessi, mentre oscuriamo gli aspetti di noi con i quali non vogliamo entrare in contatto? Quanto spazio dedichiamo all’ascolto della nostra interiorità e di ciò che ci caratterizza? È in quello spazio, per me, che comincia l’ombra. Il percorso che porta a “L’Ombra di Narciso” non nasce però con questa mostra. Il progetto si inserisce infatti in una ricerca sviluppata nell’arco di vent’anni, dal 2006 al 2026, e attraversata da una domanda costante: come si costruisce, si trasforma e diventa visibile l’identità?
Tracce d’identità.
Le ricerche sviluppate tra il 2006 e il 2026, pur affrontando soggetti e linguaggi differenti, fanno parte di un unico percorso: un’indagine sui processi culturali attraverso cui l’identità si costruisce, si trasforma e diventa visibile. La fotografia è il principale strumento attraverso cui questa ricerca prende forma. Non è soltanto un mezzo per rappresentare la realtà, ma uno strumento di osservazione e di riflessione sulle trasformazioni sociali, culturali e simboliche della contemporaneità. La pratica fotografica procede insieme alla ricerca teorica, attraverso riferimenti all’antropologia, alla sociologia, alla filosofia dell’immagine, alla psicologia analitica e alla cultura visuale. Nel corso degli anni è cambiato l’oggetto dell’indagine, ma non la domanda di fondo. Dalle prime ricerche sul paesaggio urbano e sulle trasformazioni del territorio, l’attenzione si è progressivamente spostata verso il corpo, inteso come luogo nel quale la società imprime identità, appartenenze, desideri e conflitti. Un elemento di continuità è proprio quello della superficie. Nei primi lavori l’involucro e il cartone da imballaggio diventavano metafora della costruzione identitaria; successivamente la superficie è diventata la pelle, con il tatuaggio inteso come forma di scrittura del sé; oggi è sempre più lo schermo digitale a rappresentare il luogo nel quale l’identità viene costruita, modificata ed esposta. In questa prospettiva, “Paesaggio Umano”, “Io Sono Falso”, “La realtà manipolata”, “Ri-Tratto. Iconografia familiare”, “Ti-Amo”, “La società della comunicazione senza limiti”, “La morte negata”, “Bellezza & Alterità” e “L’Ombra di Narciso” non sono ricerche separate, ma tappe di un unico percorso. Le opere più recenti conducono naturalmente verso la cultura ibrida, nella quale fotografia, tecnologie digitali e intelligenza artificiale stanno modificando il rapporto tra immagine e realtà e, di conseguenza, il modo in cui costruiamo e rappresentiamo noi stessi. In questi vent’anni la fotografia è stata quindi per me soprattutto una pratica di ricerca: un modo per osservare le trasformazioni della società attraverso le superfici sulle quali ogni epoca lascia le proprie tracce d’identità.