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Haiti. la missionaria Boschetti: “Viviamo in un Paese in guerra, migliaia di morti di cui non si ha notizia”

(Foto ANSA/SIR)

Di Patrizia Caiffa

“Noi viviamo in un Paese in guerra. Bisogna che la comunità internazionale sappia che il massacro, orribile, disumano, dei contadini di Kenskoff, di queste povere persone, famiglie intere svegliate nel cuore della notte per essere sacrificate, è solo uno dei tanti di cui all’estero non si ha notizia. Nel solo periodo da aprile a giugno di quest’anno sono state uccise dai banditi 1.408 persone e 656 ferite”. Vuole far arrivare al mondo la voce disperata e il dolore immenso del popolo haitiano la missionaria laica Maddalena Boschetti, tra i pochissimi italiani che ancora restano ad Haiti, sua patria di adozione da quasi 25 anni. Dal 2008 è a Mare-Rouge, nel comune di Môle Saint-Nicolas, nelle zone rurali del nord ovest, dove aiuta bambini malati, con disabilità e famiglie in situazione di vulnerabilità. L’ennesimo episodio di grave violenza per mano delle gang è accaduto tra domenica 23 agosto e lunedì 24 agosto a Kenskoff, alle porte della capitale Port-au-Prince. Un’incursione di uomini armati ha provocato almeno 47 morti e 22 feriti. Decine di persone sono state rapite. Alcuni giorni dopo sono stati rilasciati 19 ostaggi, tra cui sei bambini. Papa Leone XIV li ha ricordati durante l’Angelus di domenica scorsa, chiedendo che “vengano rilasciati senza indugio tutti gli ostaggi” e rivolgendo “un accorato appello a tutti i responsabili affinché si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza”.  Un anno fa, sempre a Kenskoff, i banditi avevano fatto irruzione nell’orfanotrofio dell’organizzazione Nph, prelevando la responsabile della casa per bambini disabili Gena Heraty, amica di Maddalena Boschetti, e altre otto persone (tra cui bambini), poi liberati a fine agosto. Da allora l’orfanotrofio è stato abbandonato e i bambini trasferiti in strutture più sicure.

Maddalena Boschetti con una anziana haitiana – (foto: M.Boschetti)

“Domenica sera, alle 22.30 locali, è apparso il primo messaggio: spari segnalati in diverse località di Kenskoff”, racconta al Sir Maddalena, spiegando come ad Haiti, per spostarsi, è obbligatorio controllare sul cellulare i messaggi inviati dai vari gruppi di sicurezza. Segnalano sparatorie, scontri, esplosioni di droni, manifestazioni, cadaveri sulla carreggiata, incidenti. “Raffiche di notizie che vorrebbero essere utili per scegliere un percorso per arrivare a destinazione, oppure per decidere se rinviare di qualche giorno uno spostamento più impegnativo attraverso il Paese – spiega -. L’utilità di queste allerte è affidata all’esperienza di chi le riceve e alla possibilità di verificare, attraverso contatti sul posto, il grado di pericolosità effettivo della situazione”.

A volte per raggiungere una destinazione bisogna ricorrere agli elicotteri delle Nazioni Unite, talmente le strade sono insicure.

Il giorno successivo all’incursione a Kenskoff, era l’alba di lunedì, un altro messaggio sul telefonino confermava l’avanzata nella notte dei banditi. “Nel loro procedere davano fuoco a case e a chiese, prendendo anche in ostaggio decine di persone innocenti, fra cui bambini e anziani, poveri contadini del posto, minacciando di ucciderli se la polizia fosse intervenuta”, riferisce la missionaria.

Un orrore documentato perfino da video pubblicati sui social, in particolare sui canali privati del capo gang Izo,

“che si atteggia ad artista rap sui media e sui social, dove pubblica aggiornamenti continui sulle sue composizioni deliranti e sulle violenze che infligge”. Le piattaforme social hanno chiuso gli account di Izo, che contavano centinaia di migliaia di followers, ma i video continuano a circolare.

Nuovi scontri armati a Gressier e Mirebalais. Dimenticato l’orrore di Kenskoff, da alcuni giorni le notifiche sul telefonino della missionaria segnalano scontri armati a Gressier e Mirebalais, nel sud e nel centro del Paese. A Mirebalais, in particolare, “fino a pochi anni fa era attivo uno dei più importanti ospedali, completamente gratuito, costruito e finanziato da ong straniere, demolito dai banditi.

Atto in cui solo l’ignoranza più ottusa e il piacere diabolico di distruggere un luogo dove veniva fatto del bene sono stati superiori alla violenza”.

La conta dei morti, feriti e sfollati cresce a dismisura. Nella capitale Port-au-Prince, nelle sole zone di Cité Soleil e La Plaine, vicino all’ospedale dei camilliani Foyer Saint Camille, da aprile a giugno sono stati contati 463 morti e 256 feriti, 176 casi di violenza sessuale, 18.000 persone rifugiate interne. Nel centro del paese –Mirebalais, Saut-d’Eau, Petite-Rivière de l’Artibonite –  dal 29 al 31 marzo sono state uccise almeno 70 persone secondo l’Onu (83 secondo fonti locali). Ad Haiti i rifugiati interni sono un milione e mezzo (dati Oim), ossia 12 persone su 100 che hanno dovuto abbandonare le proprie case per fuggire da una violenza cieca e insensata.

Haiti, nella missione dove opera Maddalena Boschetti – (foto: M.Boschetti)

Gli Usa rimpatriano i rifugiati haitiani. E mentre ad Haiti si vive in guerra il governo degli Stati Uniti ha assurdamente dichiarato che le condizioni di vita nel Paese caraibico sono migliorate e quindi i rifugiati haitiani devono tornare in patria. “Sono iniziati i viaggi di ritorno: su 340.000 rifugiati sono solo qualche centinaio quelli già rimpatriati. La stampa ufficiale dichiara che sono previsti più voli settimanali perché il rimpatrio continui”, dice la missionaria. L’agenzia federale statunitense per l’immigrazione (Ice) sta imponendo l’uso di cavigliere elettroniche con tracciamento Gps a centinaia di immigrati haitiani, con una forte concentrazione nello stato dell’Ohio, in particolare nella città di Springfield. Il governo Usa ha perfino annunciato che spenderà fino a 20 milioni di dollari per fornire agli agenti dell’immigrazione (Ice) migliaia di guanti speciali che danno dare scosse elettriche agli immigrati catturati. “Mi viene in mente l’immagine dantesca dei demoni che con il forcone obbligano i dannati a rimanere nella pece bollente”, constata amaramente Maddalena. La risposta della missionaria è la stessa da 25 anni: “Restare, continuare a condividere la mia vita con questi fratelli e sorelle così rifiutati dagli uomini potenti, ma così amati da Dio. È Lui che mi ha dato occhi per vedere la bellezza delle persone vere che mi circondano e un cuore che le ama immensamente”.

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