SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Da pochi mesi ho iniziato a riscoprire la figura della poetessa sambenedettese Bice Piacentini, e sono forse due le cose che maggiormente mi colpiscono. Da una parte, a livello umano, la sento in un certo senso vicina perché la sua vita, come la mia, è divisa fra San Benedetto e Roma; dall’altra mi affascina il fatto che i luoghi in cui ha abitato, sia nella nostra Città che nella Capitale, abbiano subito un tragico destino e oggi non esistano più.
È nota la vicenda dell’Arco dei Fiorani. Nel 1857 Anastasio Fiorani, nonno materno di Bice, voleva collegare due edifici di sua proprietà costruendo un ponte aereo su quella che un tempo si chiamava Via dei Vetturini e che oggi è Via Fileni. Il Comune non era favorevole al progetto, ma Anastasio riuscì a spuntarla solo grazie alle sue influenti conoscenze: suo fratello Luigi Fiorani era infatti Cappellano di Papa Pio IX, e a lui non si poteva dire di no. Per far digerire la cosa all’amministrazione locale, l’arco fu dedicato al dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato appena tre anni prima, nel 1854. Si può dire che questa struttura accompagnò tutta la vita di Bice: fu realizzata un anno dopo la sua nascita (21 agosto 1856) e venne distrutta nel giugno del 1944 dai tedeschi in ritirata, quando la poetessa era morta da due anni (18 maggio 1942). Oggi l’Arco di Fiorà, come lo chiamava la gente del popolo, non esiste più e il suo ricordo è legato soprattutto a un noto e frequentato ristorante che dall’arco stesso prende il nome.
Questo, però, non è l’unico luogo del Paese Alto ad aver subito una trasformazione rispetto ai tempi in cui era frequentato da Bice: laddove oggi c’è la piazza a lei dedicata, un tempo si trovavano numerose abitazioni demolite dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Analoga sorte subì la casa dei Pajelli, adiacente all’ex scuola elementare Ettore Sciarra.
Veniamo ora all’abitazione romana di Bice Piacentini che — come si legge in un brano del Dott. Giuseppe Merlini nel volume Campane mîne, maje sòvve scurdate, edito dal Circolo dei Sambenedettesi — si trovava nel Rione Borgo, proprio davanti alla Basilica di San Pietro. Questo quartiere, il 14º Rione di Roma, venne stravolto a partire dal 28 ottobre 1936 (14º anniversario della Marcia su Roma) da Benito Mussolini, su progetto del celeberrimo Marcello Piacentini — lontano parente della Poetessa. L’obiettivo era costruire Via della Conciliazione, area dove un tempo sorgevano numerosi edifici, compreso quello di Bice nei pressi di Borgo Nuovo. Percorrendo l’antica strada si sarebbe visto in lontananza solo il Portone di Bronzo, ma una volta giunti alla fine si apriva il grande spettacolo: l’immensa piazza con la maestosa Basilica nella quale è sepolto San Pietro. L’effetto “wow” era assicurato!
La casa di Bice era in realtà la Casa di Jacopo da Brescia (medico di Leone X), disegnata addirittura da Raffaello, ed era preceduta dalla Casa di Febo Brigotti (medico di Paolo III). Oggi questi edifici sono stati ricostruiti ad angolo, poco lontano dalla loro collocazione originaria. Allo stesso modo Palazzo Alicorni, che a seguito della definizione del nuovo confine fra Italia e Città del Vaticano si trovava a sconfinare nel nuovo Stato, venne demolito e ricostruito a Borgo Santo Spirito. Altri palazzi furono ruotati: Palazzo Rusticucci, che si affacciava su Piazza San Pietro, fu ruotato di 90 gradi, mentre Palazzo dei Convertendi fece addirittura una “piroetta” di 180 gradi. Non vennero risparmiate neppure le chiese: San Lorenzo in Piscibus fu inglobata nei Propilei del Piacentini, la Nunziatina spostata di qualche decina di metri e San Giacomo a Scossacavalli completamente demolita.
Insomma, tanto a San Benedetto quanto a Roma, Bice Piacentini è stata testimone non solo di una trasformazione urbanistica, ma di un vero e proprio cambiamento epocale.