Di Raffaele Iaria
“Pregate per il mio Paese”. E’ appello che arriva da don Silas Bogati, amministratore apostolico del Vicariato cattolico del Nepal, attraverso il Sir mentre il Paese asiatico affronta una delle più gravi tragedie degli ultimi decenni. Una alluvione che ha colpito la regione provocando 469 morti e oltre 2000 dispersi mentre proseguono le operazioni di soccorso. Tra i dispersi figurano 644 cittadini stranieri: 3 gli italiani. Un bilancio che continua ad aggravarsi con il passare delle ore. Tra le persone di cui non si hanno notizie ci sono residenti, turisti, pellegrini e lavoratori. I feriti, molti dei quali recuperati tra le macerie dei villaggi spazzati via dall’acqua e dal fango, sono stati trasportati in condizioni difficili verso i centri sanitari ancora raggiungibili, mentre decine di ponti crollati impediscono l’accesso a intere comunità.
La piena, generata dal collasso improvviso di un ghiacciaio in quota, ha liberato una massa enorme di detriti che ha corso verso valle con una violenza inattesa, ci dice il sacerdote: “il fiume ha seminato distruzione lungo il suo corso. Intere comunità sono state sorprese senza possibilità di fuga, mentre le squadre di soccorso, ostacolate dal maltempo e da nuove frane, continuano a operare in condizioni estremamente complesse”.
Nell’area colpita vivono circa venticinque famiglie cattoliche mentre nel Paese i cattolici sono meno di 10mila con 13 parrocchie, quattro delle quali nella capitale Kathmandu. Una comunità che in queste ore prega con particolare intensità. “È la seconda volta che questa regione viene colpita da un disastro simile”, spiega il sacerdote, “ma questa volta le proporzioni sono enormi. La natura ha mostrato la sua potenza distruttiva, ma la fede mostra la sua capacità di resistere”. Don Silas sottolinea anche la forza della comunità locale, che nonostante la devastazione continua a sostenersi reciprocamente, condividendo quel poco che è rimasto e cercando di mantenere viva la speranza. “Occorre unire le mani, elevare lo sguardo, sostenere questo popolo che soffre”.