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Arquata del Tronto, il ricordo, la storia e la gratitudine che restano per Don Francesco Armandi e il Sindaco Petrucci

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Di Tamara Ciarrocchi

ARQUATA DEL TRONTO – A 10 anni dal terremoto, la memoria torna inevitabilmente nei luoghi che furono feriti più profondamente. Torna nei borghi, torna nelle piazze, nelle celebrazioni di oggi, nelle fotografie di quei giorni. Tornano i nomi di chi guidò le comunità nell’emergenza, di chi amministrò, di chi dovette prendere decisioni difficili quando tutto, intorno, era crollato.

Ma nella memoria collettiva rischia talvolta di rimanere ai margini proprio chi, in quei giorni, spese tutto se stesso per il territorio.

Don Francesco Armandi fu uno di costoro. Come ricordato anche dai giovani in questa intervista: I sogni di Ambra e Andrea (17 anni), per 10 anni in una casetta  oppure da Cristina Piermarini.

Parroco di Pescara del Tronto, Arquata, Pretare e Capodacqua, quando il terremoto sconvolse quei paesi era già provato dalla malattia. Avrebbe avuto ogni ragione per allontanarsi, cercare un luogo più sicuro, pensare anche a se stesso.

Non lo fece.

Rimase.

Pochi giorni dopo il sisma, a Pretare, trasformò una tenda in una chiesa.

Può sembrare un gesto semplice, ma in quei giorni, quando le tende erano diventate case, non lo era affatto. Poco dopo, a Pescara, in mezzo alla devastazione, volle celebrare il primo Battesimo dopo il sisma come un inno alla vita: un bambino che arrivava nel mondo mentre tutto sembrava essere morto.

Dalle macerie aveva recuperato, insieme ai Vigili del Fuoco, un antico Crocifisso. Il terremoto gli aveva strappato il braccio destro. Don Francesco volle portarlo con sé nella tenda: un Cristo ferito, da restaurare, come ferite erano, secondo lui, le anime dei terremotati, anch’esse bisognose di essere ricostruite.

Sapeva che una tragedia di quella portata può far vacillare anche la fede più salda. Sapeva che il sisma pone domande alle quali è difficile dare risposta. Le case erano crollate, interi paesi erano diventati cumuli di pietre, molte famiglie avevano perduto tutto. Al dolore per ciò che non esisteva più si aggiungeva lo smarrimento di chi non riusciva ancora a spiegarsi un perché, a immaginarsi un domani.

Bisognava ricostruire le case. Ma, prima ancora, bisognava cominciare a ricostruire le anime.

Al centro della chiesa-tenda c’era il Crocifisso mutilato. Intorno, giorno dopo giorno, cominciarono a ritrovarsi i superstiti.

Don Francesco celebrava la Messa, incontrava la sua gente, ascoltava chi aveva perso la casa e chi aveva perso una persona amata. Accoglieva chi aveva bisogno di parlare e chi, semplicemente, aveva bisogno di non essere lasciato solo.

Venivano anche i bambini, portando i loro disegni e le domande con cui cercavano, a modo loro, di dare un senso a qualcosa che sembrava non averne.

Furono proprio loro, un giorno, a dirgli: «Don Francesco, così per noi è più chiesa.»

Forse nessuno avrebbe potuto spiegare meglio ciò che era accaduto.

Perché quella tenda non era diventata una chiesa per l’altare improvvisato o per il Crocifisso appeso al suo interno. Lo era diventata perché era il cuore della comunità, dove le persone si incontravano nel Nome del Signore.

E quando arrivava la sera, don Francesco non se ne andava.

Dormiva lì, su una brandina da campo, accanto a quel Cristo senza un braccio.

Fuori, le notti dell’Appennino diventavano sempre più fredde e l’inverno si avvicinava. Per un uomo già malato non erano certamente condizioni nelle quali sarebbe stato prudente vivere.

Ma don Francesco rimase lassù.

Lo si vedeva tra gli sfollati, accanto ai bambini. Lo si incontrava tra le macerie insieme ai Vigili del Fuoco, mentre partecipava personalmente al recupero di ciò che poteva ancora essere salvato.

Più di una volta si fece voce di chi non voleva essere sradicato dal territorio.

E più di un anno dopo il terremoto, durante il recupero della sua chiesa di Arquata, furono trovate nel tabernacolo circa 40 ostie consacrate, ancora perfettamente integre.

Quella scoperta parve offrire, agli occhi di tutti, un’immagine concreta di ciò che Don Francesco aveva fatto per la sua gente: tenere accesa la speranza quando tutto sembrava perduto.

Intanto le settimane passavano, l’inverno avanzava e il freddo aumentava. La vita nei luoghi del sisma divenne durissima. Curarsi, in quelle condizioni e in un territorio devastato, era difficile. E la salute di don Francesco era già fragile.

Eppure continuò a condividere quella precarietà con gli altri.

È forse questo l’aspetto di lui che, dieci anni dopo, merita più di ogni altro di essere ricordato: quello di un uomo malato che avrebbe potuto andarsene e decise di restare.

Restò quando restare significava freddo, fatica, disagio.

Restò quando sarebbe stato ragionevole pensare per primo alla propria salute.

Restò perché quella era la sua gente e quello, anche ridotto a macerie, continuava a essere il suo posto.

Noi lo abbiamo incontrato e siamo stati al suo fianco nella doppia veste di giornalisti e volontari della Protezione Civile. Ai nostri occhi, oggi, Don Francesco incarna le parole di Gesù:

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.» (Gv 15,13)

Don Francesco era questo.

E come lui, Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata, fu una delle colonne morali di quelle terre. Due uomini diversi, con ruoli diversi, ma accomunati da una cosa essenziale: l’amore e la dedizione per le proprie comunità.

Aleandro, con la responsabilità del sindaco. Un sindaco battagliero che non si arrese mai davanti alla devastazione. Aveva il temperamento di chi non accetta un «non si può fare» come risposta, persino dall’allora capo del Governo.

Andava, insisteva, bussava alle porte, cercava soluzioni. Faceva diventare possibile ciò che sembrava impossibile.

Un sindaco che non lasciava indietro nessuno. Per lui ogni persona aveva un volto, una storia, una casa a cui tornare. Si batteva perché gli abitanti di Arquata e delle sue frazioni non venissero dimenticati, perché avessero risposte, assistenza e soprattutto la possibilità di rimanere legati alla propria terra.

La forza di ricominciare. Anche nei momenti più duri riusciva a trasmettere la convinzione che Arquata sarebbe rinata. Non era ottimismo di facciata: era una battaglia quotidiana. Lui non si limitava a sperare nella ricostruzione: la pretendeva, la cercava, la inseguiva. E quella determinazione diventò per molti una ragione in più per non arrendersi.

Oggi, a dieci anni dal sisma, è giusto ricordare.

Don Francesco Armandi morì pochi mesi dopo il terremoto, nel gennaio del 2017.

Aleandro Petrucci scomparve, anche lui malato, nel 2020.

Forse è anche per questo che le loro figure rischiano di essere consegnate troppo presto al passato.

Ma ci sono persone che non appartengono mai al passato.

Appartengono alla memoria sempre viva di una terra.

E quando si torna a parlare di quel terremoto, tra le macerie, accanto ai Vigili del Fuoco, tra gli sfollati, nella tenda diventata chiesa, davanti a quel Crocifisso del Seicento, nell’ufficio improvvisato di un sindaco di campagna, sbalzato suo malgrado agli onori delle cronache del mondo, nei disegni dei bambini che cercavano di ricominciare, noi vediamo sempre i loro volti.