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Arquata, Vescovo Palmieri: “Restare per cambiare e fare del cambiamento un’occasione di conversione”

ARQUATA DEL TRONTO – La memoria della terribile notte che segnò per sempre la comunità arquatana; la forza ostinata e la resilienza di un popolo che non ha mai smesso di resistere; la responsabilità collettiva e la solidarietà arrivata da ogni parte d’Italia; la faticosa ricostruzione, tra risultati raggiunti e prospettive future; la cura delle comunità ferite, attraverso l’ascolto e la prossimità; nuovi modi e forme per abitare le aree interne; il modo il ruolo della Chiesa nel cammino di ricostruzione, ancora lungo, che resta da compiere.

Di questo – e di molto altro – si è parlato oggi, Domenica 23 Agosto 2026, nell’area SAE di Pescara del Tronto, durante il convegno “Comunità che (r)esistono. Memoria, cura e futuro delle aree interne”, che si è tenuto dalle ore 18:30 alle ore 20:00.

L’iniziativa, inserita nel calendario delle celebrazioni promosse in occasione del decennale del sisma, ha riunito voci istituzionali, ecclesiali e del mondo della ricerca per affrontare un tema cruciale: come rendere nuovamente abitabili, vitali e attrattivi i territori dell’entroterra? E soprattutto: come sostenere le comunità nel lungo percorso della ricostruzione, oltre la fase emergenziale?

Sei sono stati gli illustri relatori che hanno impreziosito il convegno con i loro interventi:

  • mons. Gianpiero Palmieri, vescovo delle Diocesi del Piceno e vicepresidente della CEI;
  • il sen. Guido Castelli, commissario straordinario del Governo per la ricostruzione post sisma 2016;
  • il prof. Giovanni Xilo, esperto di change management e governance delle aree interne;
  • il prof. Marco Giovagnoli, responsabile del Corso di Laurea in Scienze Giuridiche per il Governo dei Territori, presso l’Università di Camerino;
  • don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana;
  • mons. Felice Accrocca, vescovo della Diocesi di Assisi–Nocera Umbra–Gualdo Tadino e Foligno.

Il saluto delle autorità civili

L’appuntamento, che  è stato moderato dalla giornalista Agnese Testadiferro, si è aperto con i saluti delle autorità.

A rompere il ghiaccio è stato il sindaco di Arquata del Tronto, Michele Franchi, il quale ha rivelato l’emozione del ricordo ed evidenziato la forza dimostrata dalla comunità dopo il sisma, sottolineando la tenacia delle famiglie che, nonostante dieci anni di difficoltà, continuano a credere nella ricostruzione. “Sono stati momenti difficili, ma è uscito il bello delle persone di Arquata”, ha affermato, ribadendo il proprio impegno a restare accanto ai cittadini e a guardare al futuro con una speranza rinnovata.

Poi è stata la volta della prefetta di Ascoli Piceno, Giovanna Longhi, insediata da pochi giorni, la quale ha sottolineato l’importanza della memoria e della presenza sul territorio, assicurando pieno sostegno alla ricostruzione. Ha riconosciuto il lavoro svolto finora dalle istituzioni e ha garantito “la massima disponibilità del mio ufficio a collaborare e ad accelerare la rinascita di questo territorio veramente splendido”.

Ricostruire dopo la frattura: il commissario Castelli invita alla speranza come responsabilità condivisa

“Non è semplice parlare a Pescara, perché quello che è accaduto tra il 23 e il 24 Agosto 2016 è stata una tragedia immane, di cui ciascuno di noi conserva un ricordo, un frammento, un’immagine”, ha esordito il commissario straordinario Castelli, sottolineando come quei mesi abbiano “segnato una frattura profonda, un prima e dopo nella vita delle persone” e come la ricostruzione richieda non solo interventi tecnici, ma “una visione di futuro capace di contrastare lo spopolamento e rilanciare l’Appennino”.

Il senatore ha poi proseguito spiegando che “la ricostruzione ha due tempi e due dimensioni. Due tempi, perché i primi anni sono stati complicati, abbiamo impiegato tanto tempo a calibrare le misure. Poi finalmente abbiamo sistemato le cose. Il tempo perduto, purtroppo, non lo restituirà nessuno. Ma ora abbiamo l’obbligo di non perderne altro, di recuperare“.

Castelli ha infine richiamato il valore della presenza umana nei territori appenninici, minacciati dallo spopolamento e dalla fragilità idrogeologica, “problemi che esistevano già prima del 24 Agosto 2016”, in conseguenza di “un modello sociale che per decenni ha insegnato ai nostri ragazzi che il futuro era solo nelle grandi città. È stato un errore che in Italia si è consumato”. Il commissario ha quindi ribadito la necessità di “rileggere l’Appennino per mitigare l’abbandono”.

Ha quindi concluso, ribadendo che la speranza non è un sentimento passivo, ma una responsabilità condivisa: “Oggi, al Meeting di Rimini, papa Leone ha detto che non deve esserci spazio solo per chi alimenta disperazione e stanchezza, bensì deve esserci spazio anche per chi sostiene che c’è speranza. Ma ce la dobbiamo meritare tutti. Io per primo“.

La forza di rimanere cambiando: la riflessione dell’arcivescovo Palmieri tra restanza e rinascita

Il secondo ad intervenire è stato il vescovo Palmieri, il quale ha richiamato la complessità e la profondità del momento, definendolo “un tempo di riflessione comune, inaugurato dal commissario straordinario, ma vissuto insieme a ciascuno dei relatori e dei presenti”. Ha poi ricordato la notte del terremoto, vissuta anche da lui, e la grande solidarietà che ha sostenuto le comunità nei giorni più difficili.

La riflessione di mons. Palmieri è poi entrata nel vivo con il tema della restanza, per usare il linguaggio di Vito Teti: “Penso che chi ha deciso di tornare nei luoghi feriti per ricominciare, abbia fatto una scelta molto bella e molto coraggiosa, perché rimanere non è un gesto statico: significa reinventarsi, cambiare pur restando nello stesso luogo. È la stabilitas benedettina, unita alla conversatio morum, la conversione dei costumi. La stabilitas significa non solo decidere di rimanere, ma decidere di cambiare rimanendo. Rimanere non è un gesto statico: è un gesto dinamico. Si rimane reinventandosi, si rimane trasformandosi, si rimane accettando che il luogo ti chieda un cambiamento. La conversatio morum è proprio questo: la comunità che rimane decide di cambiare e fa del cambiamento un’occasione di conversione“.

Il vescovo Gianpiero ha quindi evidenziato la ricchezza spirituale dei territori benedettini tra Norcia ed Ascoli Piceno e la necessità di custodire questa eredità come fondamento della rinascita.

Il vicepresidente della CEI ha infine ricordato i gesti di solidarietà che hanno accompagnato la comunità, come quello degli operai della Palmolive che hanno volontariamente finanziato il restauro di un’opera d’arte, un’Annunciazione salvata dalle macerie: un segno, ha detto, “della bellezza che nasce quando le persone si fanno vicine, quando la pietà diventa cura e memoria condivisa”.

Sviluppo dal basso e comunità resilienti: la visione di Giovanni Xilo per le aree interne

Il sociologo Giovanni Xilo ha portato una riflessione ampia e strutturata sullo sviluppo delle aree interne, maturata nella sua esperienza nella Strategia Nazionale per le Aree Interne. Ha ricordato come, dopo il terremoto, si sia chiesto ai territori di accelerare la costruzione di una strategia di sviluppo, proprio mentre si affrontava l’emergenza: “Già la situazione è disastrosa … e chiediamo anche di scrivere una strategia per l’altro!”.

La sua analisi ha individuato tre condizioni fondamentali per lo sviluppo dei territori montani e dei piccoli comuni. Prima di tutto uno sviluppo endogeno, costruito dal basso, fondato su identità, mestieri, cultura e risorse locali. Non modelli calati dall’alto, non “la fabbrica portata da fuori”, ma progetti nati dalla comunità. Poi le alleanze territoriali: i sindaci non possono essere soli. Le esperienze di successo sono quelle in cui amministrazioni, associazioni, imprese e cittadini costruiscono una visione comune. Il sindaco diventa “l’ingrediente che lega”. Infine il policentrismo italiano: l’Italia non è periferia, ma un mosaico di identità territoriali. Le politiche pubbliche devono riconoscere questo policentrismo e sostenere i piccoli Comuni, oggi indeboliti dalla perdita di personale e competenze amministrative. Xilo ha denunciato che “stiamo perdendo la battaglia della pubblica amministrazione territoriale italiana” .

Xilo ha quindi concluso con un appello all’associazionismo tra Comuni come unica via per garantire servizi, rappresentanza politica e capacità progettuale.

Restanza, memoria e dignità dei territori: lo sguardo storico di Marco Giovagnoli

Il prof. Marco Giovagnoli ha offerto una lettura storica e culturale delle aree interne, partendo dalla propria esperienza diretta nel post-sisma. Ha ricordato la necessità di “esserci”, citando l’impegno immediato dopo le scosse del 2016.

La sua riflessione si concentra su tre assi principali:

  • La frattura territoriale italiana: richiamando la distinzione di Maglio Rossi-Doria tra Italia dell’osso e Italia della polpa, Giovagnoli ha ricordato che le aree interne erano storicamente dinamiche, ricche di scambi e vitalità. Il secondo dopoguerra ha invece privilegiato città, coste e grandi infrastrutture, marginalizzando i territori montani.
  • La complessità della restanza: citando Vito Teti, ha sottolineato che restare non è solo scelta ma anche necessità. Le comunità non si ricostruiscono artificialmente: nascono nel tempo, attraverso conflitti, relazioni, storie condivise.
  • La questione demografica: lo spopolamento è reale, ma non può diventare l’alibi per la chiusura dei servizi. La demografia è un processo lento e i territori vivono grazie ai “restanti”, ai nuovi abitanti, ai migranti che diventano parte della comunità. La sfida è garantire diritti e pari dignità, richiamando l’articolo 3 della Costituzione.

Giovagnoli ha infine invitato a guardare al futuro senza perdere il presente: la cura delle persone che restano è la base per ogni rinascita.

Farsi prossimi nelle ferite: l’appello di don Marco Pagniello a una rinascita guidata dalla comunità

Il direttore di Caritas Italiana don Marco Pagniello ha riflettuto sul ruolo della Chiesa nelle emergenze e sulla necessità di imparare dagli errori del passato. Ha ricordato che Caritas è chiamata a “farsi prossima” con gesti concreti e con una presenza che accompagna le comunità ferite: “Caritas Italiana ha il compito di organizzare, coordinare, farsi prossima nelle situazioni di emergenza”, perché “la speranza poi va organizzata, non basta solo denunciarla, direbbe don Tonino Bello“.

Il direttore ha poi affrontato il tema della restanza con una sincerità cruda: “In tutte le emergenze, chi resta, spesso, non lo fa per scelta ma per mancanza di alternative”. E ha portato l’esempio dell’Ucraina e quello de L’Aquila 2009: “L’immagine dei pullman che portavano via gli sfollati da L’Aquila è per me indelebile. Stavo assistendo ad una nuova deportazione. Non potevano scegliere, non potevano fare altrimenti. Chi aveva potuto scegliere era già andato via”.

Per Caritas, la rinascita deve partire dalla comunità: centri di comunità, luoghi di incontro e di memoria, piccoli progetti che ricostruiscono legami e mestieri. “La prima scelta nostra è sempre quella di dare protagonismo alla comunità, perché non ci potrà mai essere una vera rinascita, se la comunità non ne diventa protagonista“. Ma, per fare questo – ha spiegato don Marco  – ” è necessario non trascurare le ferite invisibili, quelle spirituali e psicologiche, che spesso vengono ignorate. Le comunità non sono solo ferite, perché ci sono chiese e case crollate, ma perché le ferite sono nell’anima. E quelle ferite, se non vengono da subito curate, non permettono nemmeno quello sviluppo della comunità o la famosa restanza”.

Infine, un appello civile a fermarsi, fuori dall’emergenza, per decidere davvero quali scelte fare come Paese “per non far disperdere le comunità”.

“O ci salviamo insieme o affoghiamo tutti”: la denuncia di mons. Accrocca”

Ultimo ad intervenire è stato mons. Felice Accrocca, primo firmatario della lettera dei 141 Vescovi delle aree interne, che ha denunciato  l’idea che alcuni territori vadano “accompagnati a morire”, come scritto nel Piano Strategico nazionale. Una visione, per lui, sbagliata e pericolosa: “Non si può agire come un uomo d’azienda: se muoiono parti del Paese, soffre tutto il corpo. La perdita di un territorio è perdita di patrimonio storico, culturale e paesaggistico“.

Mons. Accrocca ha poi ricordato che la bellezza dei luoghi non è naturale, ma frutto del lavoro umano: “La bellezza di un territorio arriva dall’interazione dell’uomo con l’ambiente. I luoghi benedettini non sono belli da soli: li hanno fatti i monaci, incanalando acque, trasformando luoghi, dissodando territori”.

Il relatore ha proseguito, chiedendo politiche più giuste, che non si basino solo sul numero degli abitanti, ma sulla vastità dei territori e sui servizi da garantire: “La politica oggi, persa dietro i sondaggi, è inadatta a scelte di lungo periodo. Una scelta i cui frutti si vedranno tra 10 o 15 anni, forse li raccoglierà l’avversario: questa è la difficoltà”.

L’arcivescovo Accrocca, infine, ha insistito sul ruolo vitale dei piccoli presìdi locali, come negozi, bar, scuole, spiegando come la loro chiusura segni la morte dei paesi, perché sono luoghi di relazione e di identità: “Se muore un bar, un negozietto di genere alimentare, muore il paese. Il negozio non è solo commercio: è luogo di aggregazione, di incontro, di vita”. Ha quindi invitato le comunità a superare il campanilismo e a costruire alleanze territoriali, perché solo così lo sviluppo endogeno può diventare reale: “Siamo chiamati a sostenere attivamente questi presìdi, anche pagando un prezzo, perché si tratta di un investimento sul futuro dei territori. Non è un dispendio, è un investimento”.

Poi l’appello netto alla responsabilità collettiva: “O ci salviamo insieme o affoghiamo tutti. Non è un giudizio: è una constatazione”.

Un invito a progettare insieme

Nelle conclusioni, affidate a mons. Palmieri, è stato sottolineato come “questa giornata voglia essere un grazie a tutti coloro che, in questi anni, ci sono stati vicini; un invito a riprogettare e a sognare insieme; e anche un momento per sentirci parte di un’unica solidarietà nazionale. Come hanno ricordato il vescovo Felice Accrocca e il Commissario Castelli, le aree interne stanno tornando al centro della riflessione del Paese: forse siamo davvero all’inizio di una nuova riscoperta del loro ruolo strategico, dentro una visione più ampia e consapevole dell’Italia”.

Nel decennale del sisma, il convegno di Pescara del Tronto ha ricordato che la ricostruzione non è solo un insieme di cantieri, bensì passa dalle comunità, dai presìdi locali e da scelte politiche a lungo periodo. Le aree interne non sono margini da accompagnare al declino, ma territori strategici che chiedono visione, responsabilità ed alleanze. La memoria del sisma resta il punto di partenza; la capacità di lavorare insieme, l’unica strada per il futuro.

Foto di Emanuele Santori

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Carletta Di Blasio: