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Arquata, 10 anni dal terremoto, intervista al sindaco Michele Franchi: “Non ci aspettavamo di essere ancora così indietro”

 

Di Carletta Di Blasio e Alessandro Palumbi

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ARQUATA DEL TRONTO – Prosegue la nostra rubrica di approfondimento in vista del decimo anniversario del terribile sisma che nel 2016 colpì la popolazione di Arquata del Tronto.

Dopo la testimonianza dei coniugi Vinicio Paradisi e Vincenza Pala (leggi qui l’articolo: https://www.ancoraonline.it/2026/08/12/pescara-del-tronto-vinicio-e-vincenza/), oggi è la volta del sindaco di Arquata del Tronto, Michele Franchi, un uomo che si è trovato a fronteggiare eventi forse più grandi di lui e che oggi porta addosso tutta la fatica e la frustrazione di una burocrazia che rallenta ogni passo, soffrendo per ogni risposta che vorrebbe dare con la concretezza e la certezza che i suoi cittadini meriterebbero, ma che purtroppo non sempre può garantire.

Il sindaco ci accoglie con quella cordialità schietta e genuina che appartiene alla gente di montagna: un modo di aprire la porta e la parola, che non è semplice cortesia, ma un tratto identitario, fatto di accoglienza ed autenticità. Durante il dialogo sincero che abbiamo, Franchi ripercorre con lucidità e dolore le ore dell’emergenza, il bilancio delle vittime, le difficoltà della ricostruzione e la resilienza della sua comunità.
Un racconto che non è solo cronaca, ma testimonianza viva: la notte delle scosse, le corse tra le macerie, i corpi ritrovati, la forza dei volontari, le lentezze burocratiche, le speranze che resistono.
Un’intervista che diventa memoria collettiva.

Le prime ore dopo il sisma

Come ha vissuto quella notte?

“Ricordo una grande paura e il telefono che squillava in continuazione. All’epoca, infatti, io ero vice sindaco e il sindaco Petrucci non è stato immediatamente reperibile, perché stava mettendo in sicurezza la nipotina che dormiva a Trisungo.

Subito dopo i primi minuti, sono andato con altri volontari della Protezione Civile a dare un’occhiata intorno e ci siamo resi conto che la piazza non c’era più. Appena girato l’angolo per salire verso il borgo di Arquata, abbiamo visto i massi delle mura crollate. C’era il fuoco e abbiamo subito interdetto il passaggio. Siamo quindi tornati alla sede della Protezione Civile, ci siamo messi le scarpe antinfortunistiche e siamo andati a fare un giro per le frazioni.

A quel punto ci siamo divisi i compiti: chi andava verso Pescara, chi verso Piedilama, chi verso il Borgo di Arquata, chi a Capodacqua, chi a Tufo. Al telefono continuavano ad arrivare messaggi strani e contraddittori. Non si è capito nulla, finché non si è fatto giorno. Solo allora abbiamo compreso la portata di quello che era successo. Io all’inizio sono stato mandato a Piedilama, solo verso le 5:30 mi sono recato a Pescara del Tronto”.

Cosa ha trovato a Pescara del Tronto?

“Lì ho visto di tutto: alcuni corpi di persone morte, persone ferite, persone salvate, amici che si stavano rimboccando le mani per salvare altre vite. Non ho capito più niente! Non lo nascondo: io non ho un cuor di leone. Quello che mi sono trovato davanti sembrava uno scenario di guerra: cadaveri, feriti, detriti, urla, terrore negli occhi delle persone. Non era semplice andare sopra le macerie e recuperare le persone intrappolate al di sotto. Ma l’arrivo del soccorso alpino è stato decisivo: gli alpinisti ci hanno aiutato a scavare con le mani, ci hanno dato coraggio.

In tutto il territorio abbiamo contato 52 vittime, tra i morti sotto le macerie e quelli che il giorno dopo sono deceduti in ospedale. Di queste 52 persone, ben 48 erano di Pescara del Tronto e dintorni, 3 del Borgo di Arquata, 1 di Capodacqua. In tutta quella situazione di devastazione, il dolore più grande è stato vedere i corpi dei bambini morti. Questo ce lo porteremo dentro per sempre. Nelle frazioni più colpite, come Pescara, Tufo e Capodacqua, di alcune persone non si trovavano neanche i corpi: anche quello dei dispersi è stato un altro grande dolore”.

La popolazione: ieri e oggi.

Quanti abitanti aveva Arquata prima del sisma?

“Dieci anni fa, prima di Ottobre 2016, eravamo circa 1.100 residenti, anche se in estate arrivavamo a 7-8.000 persone: tornavano qui, infatti, tutti coloro che avevano una seconda casa, magari ereditata dai genitori o dai nonni. Parlo di Ottobre, perché dopo le scosse del 24 Agosto furono solo l’inizio. Nonostante tutto, eravamo pronti ad iniziare la ricostruzione, ma i terremoti del 26 e del 30 Ottobre hanno buttato a terra tutto quello che era rimasto in piedi. A quel punto abbiamo dovuto sfollare più di mille persone in una mattinata”.

Oggi la situazione qual è?

“Oggi Arquata conta circa 920 residenti, ma solo 700 circa sono domiciliati stabilmente. Alcuni di coloro che avevano una seconda casa, non l’hanno ricostruita qui. E poi una generazione l’abbiamo persa: quando porti un ragazzo sfollato al mare o in vallata, riportarlo qui non è semplice”.

La ricostruzione: a che punto è?

Partiamo dalla ricostruzione delle strutture pubbliche: è stata tutta completata?

“I primi tempi, nei mesi successivi al sisma, abbiamo ricevuto veramente tanta solidarietà e, grazie alla generosità di importanti fondazioni, aziende ed associazioni, siamo riusciti a ripartire subito con i servizi fondamentali ai cittadini. La Fondazione Agnelli e la Fondazione Stampa hanno finanziato la costruzione della scuola e della palestra. La Pfizer ha sovvenzionato il centro sociosanitario. Gli Alpini, infine, hanno costruito molte piccole strutture. Il municipio è stato ricostruito grazie ai fondi pubblici e la Curia, attraverso i fondi dell’8xMille, ha recuperato alcuni importanti edifici di culto, oltre che restaurato e messo in sicurezza alcune opere d’arte di grande valore. Da questo punto di vista, non possiamo lamentarci”.

Per quanto riguarda le abitazioni private, invece, a che punto è la ricostruzione?

“Questa è una domanda difficile a cui rispondere, perché bisogna distinguere tra frazioni perimetrate, cioè quelle che necessitano di un PUA (Piano Urbanistico Attuativo), e frazioni non perimetrate, cioè quelle al di fuori della zona PUA. Questa differenza è fondamentale, perché l’iter burocratico e quindi i tempi di ricostruzione sono completamente diversi.

Nelle frazioni non perimetrate, come Spelonga, Colle, Faete, Borgo, Trisungo, Camartina, Forca Canapine, la ricostruzione della grande maggioranza delle abitazioni è partita: molte sono state già recuperate, in altre i lavori sono stati avviati. In queste frazioni qualcuno è già rientrato a casa.

Nelle frazioni perimetrate, invece, come Pretare, Piedilama, Arquata, Pescara del Tronto, Tufo, Capodacqua o Vezzano, la ricostruzione è ancora in fase embrionale. A Pretare la ricostruzione è appena partita, a Piedilama in parte, così come anche a Capodacqua e Tufo. Al Borgo di Arquata e a Pescara del Tronto, invece, i lavori sono un pochino in ritardo”.

Ci pare di capire che il nodo principale sia stato il PUA. Perché i tempi sono stati così lunghi?

“Il PUA è complesso. Bisogna fare sondaggi geologici e studi approfonditi del terreno, che hanno richiesto anni. Poi, in base all’esito delle ricerche, bisogna stabilire dove e come rifare il complesso impianto di rete fognarie, corrente elettrica, gas ed acqua. Non solo: bisogna anche ascoltare la popolazione, capire se vuole restare sul posto o se vuole trasferirsi altrove. Poi bisogna fare aggregati. Per tutto questo ci vuole tempo”.

Capiamo, ma 10 anni ci sembrano decisamente troppi. Cosa ha rallentato le varie fasi di lavoro?

“Dieci anni sono tanti. Lo so. Ma ci sono state diversi ostacoli.

Tanto per iniziare il Commissario Straordinario di Governo per la ricostruzione post sisma è cambiato 5 volte: abbiamo avuto Vasco Errani da Settembre 2016 a Settembre 2017; poi Paola De Micheli da Settembre 2017 ad Ottobre 2018; a lei è seguito Piero Farabollini da Ottobre 2018 a Febbraio 2020; infine Giovanni Legnini, da Febbraio 2020 a Gennaio 2023, prima di giungere all’attuale Commissario in carica Guido Castelli.

Non solo. All’inizio abbiamo avuto a che fare con ordinanze incomplete, quindi  abbiamo dovuto attendere che il quadro operativo si consolidasse, lasciando che gli elementi ancora non definiti venissero verificati e allineati prima di poter procedere con valutazioni e comunicazioni fondate.

Poi c’è stato il COVID, che ha rallentato in generale ogni processo burocratico, sia per un rallentamento dei lavori dei vari uffici, sia per una maggiore difficoltà a reperire materie prime per la ricostruzione.

Infine devo aggiungere anche che molti progettisti sono sovraccarichi di lavoro e non riescono a garantire tempi rapidi. Nel frattempo, inoltre, alcune situazioni si sono evolute: alcuni cittadini sono morti e abbiamo dovuto ricominciare daccapo le pratiche con gli eredi, una volta completate le successioni.

Infine le ditte del luogo sono insufficienti per soddisfare tutte le richieste di ricostruzione, quindi abbiamo dovuto attendere che alcune aziende subappaltassero i lavori ad altre ditte.

Tutte queste situazioni, prese singolarmente, sembrano risolvibili agevolmente; ma, messe tutte insieme, hanno davvero creato numerosi problemi”.

La resilienza della comunità e le prospettive per il futuro

Alla luce di quanto ci ha detto, cosa si sente di dire ai suoi concittadini?

“Dopo dieci anni è difficile trovare le parole giuste. Abbiamo scelto di ascoltare tutti. Forse anche troppo. Ma di questo non mi pento. Ora non ci aspettavamo di essere ancora così indietro. Perciò non voglio fare promesse. Voglio solo impegnarmi per accelerare i tempi”.

Comprendiamo la sua cautela, ma ci sembra opportuno dare ai cittadini delle prospettive chiare, soprattutto sulle tempistiche.

“Che dire?! Secondo me, nelle frazioni non perimetrate, tra 4, massimo 5 anni, la ricostruzione sarà terminata o comunque in dirittura d’arrivo. Per le abitazioni nelle frazioni perimetrate, invece, servirà più tempo, ma almeno verrà restituita al territorio un’idea di paese: una visione chiara, una trama urbanistica coerente che ricomponga le frazioni, ridisegni gli spazi e restituisca continuità a ciò che il sisma ha frammentato.

Comprendo bene che le mie parole portino con loro un rischio: quello che anche le persone più resilienti possano perdere fiducia. Ma credo che gli Arquatani meritino verità e trasparenza e quindi mi sento di essere sincero, come sempre: in questo momento dobbiamo avere forza e pazienza. E comunque voglio rassicurare tutti i cittadini sul fatto che stiamo ricostruendo una città ricca di servizi: scuola, nido, centro sanitario, farmacia, banca, fibra ottica. Il futuro, sebbene ora ci sembri lontano, sarà all’altezza dei nostri sogni”.

La richiesta allo Stato

In questa situazione complessa in cui si trova Arquata, cosa si sente di chiedere allo Stato?

“Serve una deroga seria, una zona franco-urbana in cui agire con rapidità. Il sisma ci ha piegato. Siamo svantaggiati. Ora dobbiamo recuperare. Servono inoltre infrastrutture e servizi adeguati. Non è possibile dover combattere con problemi aggiuntivi, oltre a quelli che già abbiamo, come i cantieri sulla SS4 Salaria. La nostra è una comunità provata: residenti e commercianti hanno raccontato un decennio di disagi, polveri, rumori, semafori che rallentano la vita quotidiana e un’economia che fatica a respirare. Non possiamo impiegare 45 minuti per arrivare ad Ascoli! Per un territorio come il nostro, già sofferente per le ferite che il sisma ha inferto, questo è un ulteriore flagello. Il nostro territorio deve essere raggiungibile.

Come ogni anno, anche questa volta, tra il 23 e il 24 Agosto, la comunità si riunirà per la consueta commemorazione insieme alle autorità. Forse il modo più vero di custodire la memoria – di ciò che è stato e di chi non c’è più – è proprio permetterci di guardare avanti, di immaginare un domani che non sia solo il riflesso delle macerie, ma la possibilità concreta di un futuro diverso, capace di trasformare il dolore in orizzonte”.

L’intervista al sindaco di Arquata è un viaggio dentro una ferita ancora aperta.
Dieci anni dopo, la comunità vive tra memoria e attesa, tra ricostruzione e nostalgia, tra resilienza e stanchezza.
Ma dalle sue parole emerge una certezza: Arquata non ha mai smesso di lottare. E continua a farlo, giorno dopo giorno, casa dopo casa, nome dopo nome.

Carletta Di Blasio: