Di Carletta Di Blasio e Alessandro Palumbi
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ARQUATA DEL TRONTO – Inauriamo oggi una rubrica dedicata agli abitanti di Arquata del Tronto in vista del decimo anniversario del terribile sisma che nel 2016 colpì la popolazione del territorio. Attraverso testimonianze, racconti e riflessioni, daremo voce agli anziani, ai giovani, alle famiglie, alle associazioni, ai commercianti, ai volontari e a chi in questi anni ha curato le anime delle persone. Saranno voci diverse, capaci di restituire non soltanto il dolore e le difficoltà provocate dal terremoto, ma anche la forza dei legami, la solidarietà ricevuta, la capacità di resistere, le difficoltà incontrate e le speranze per il futuro. Perché Arquata non è soltanto un luogo da ricordare, ma una comunità da incontrare. E il modo migliore per celebrare questo anniversario significativo è proprio quello di tornare a esserci: insieme, accanto alle persone, nella memoria, ma soprattutto nella speranza.
Iniziamo con la testimonianza di Vinicio Paradisi e Vincenza Pala, la cui vita, dieci anni dopo il terremoto che devastò Pescara del Tronto, scorre ancora dentro una SAE (Soluzione Abitativa in Emergenza) di 60 mq. “Una casa prefabbricata che doveva essere provvisoria, un riparo per tre o quattro anni al massimo”, raccontano i due coniugi, e che invece oggi è diventata il loro orizzonte quotidiano, il luogo in cui temono di dover trascorrere il resto della loro vita.
La loro voce è ferma, a tratti segnata dalla rabbia, a tratti dalla stanchezza, a tratti dalla rassegnazione. “Non vogliamo essere ripresi in video: abbiamo rilasciato numerose interviste in questi anni con la speranza di sollecitare un intervento, ma è stato tutto invano. Ogni anno, a cadenza regolare, ad ogni anniversario, tornano le telecamere. Quest’anno è anche peggio: forse l’anniversario dei dieci anni impone un’attenzione obbligata sul nostro territorio, ma in realtà per noi non è cambiato e non cambierà nulla”.
Una frase che è una ferita che non si rimargina.
Un ricordo doloroso, un salto nel vuoto
Prima del terremoto, Vinicio e Vincenza vivevano in una grande casa di proprietà a tre piani, con un bel giardino e tanto spazio per trascorrere le loro giornate. Poi quella terribile notte.
Ricordano i due coniugi: “La casa ha tremato tantissimo, ma non è crollata. Nonostante la scossa molto forte e la grande paura, non ci siamo resi conto di quello che era successo. Solo uscendo, abbiamo preso coscienza dell’inferno che c’era fuori: polvere, macerie, non riuscivamo a vedere quasi nulla. Ho urlato il nome della mia vicina, la quale mi ha risposto che lei era viva, ma la sua casa si era squarciata in due parti. Poi, tra le urla generali e la nube di fumo che ci avvolgeva, abbiamo visto un nostro vicino che, tra le lacrime, portava via suo figlio senza vita, un bambino di quattro anni”.
Dopo i soccorsi delle prime ore, è arrivato il momento peggiore: prima la conta dei morti e poi, alcune settimane dopo, la conta dei danni alle abitazioni. “Ci riteniamo fortunati: non abbiamo perso parenti stretti della nostra famiglia e questo ci è sembrato un grande miracolo – raccontano Vinicio e Vincenza -. La nostra casa, seppur danneggiata, avrebbe potuto essere recuperata. Ma il paese era stato evacuato: servizi interrotti, strade compromesse, nessuna possibilità di restare lì“.
Così i due coniugi hanno dovuto fare una scelta: andare a vivere in una casetta SAE per restare in paese oppure accettare un contributo mensile per andare in locazione in una cittadina nei territori limitrofi. “Abbiamo scelto la SAE – spiegano i due anziani -, convinti che sarebbe stato un passaggio breve. All’epoca avevamo 65 anni. Ci dissero che avrebbero impiegato tre o quattro anni per ricostruire. Pensammo: ‘restiamo qui, facciamo un sacrificio per qualche anno e poi rientriamo a casa nostra’“.
“Ci dissero che avrebbero impiegato tre o quattro anni per ricostruire – ripete Vinicio -. E noi ci abbiamo creduto”. “Invece di anni ne sono passati dieci – aggiunge Vincenza -. Ora abbiamo 75 anni e di ricostruzione non c’è traccia”.
Una ricostruzione mai partita, una vita sospesa
Il tema della ricostruzione è quello che più li ferisce. Lo ripetono con lucidità, con amarezza, con una rabbia che non cerca più sfogo.
Vinicio ricorda i colloqui con i funzionari del Comune, le spiegazioni tecniche, le procedure, i piani urbanistici, i sondaggi geologici: “Per fare il PUA (Piano Urbanistico Attuativo) hanno impiegato sei anni! Sei anni solo per la pianificazione. Poi la redazione dei progetti. Volete sapere a che punto sono? ‘Adesso li stiamo avviando’, ci hanno risposto. Una frase che significa, in sostanza, che i lavori non sono ancora iniziati”.
Poi aggiunge: “Qualche settimana fa alcuni operai hanno portato un escavatore, hanno fatto una buca e poi sono andati via. Giusto per far vedere, cosicché uno non possa dire che non abbiano neanche cominciato!”.
È di Vincenza la conclusione più amara: “Se solo per pianificare e progettare hanno impiegato 10 anni, significa che ce ne vorranno altri 10 per costruire. E noi nel frattempo cosa faremo? La casetta prefabbricata, dopo 10 anni, mostra tutti i suoi limiti. Del resto sono case di cartone costruite per le emergenze, non destinate a durare a lungo. Quanto potranno reggere ancora? Ma in questo momento non è questo a preoccuparci maggiormente. La nostra paura più grande è dover morire qui. Noi tra 10 anni, avremo 85 anni. Non so se ci arriveremo o se morremo qui“. Poi aggiunge, sconfortata: “Ma se io dovessi morire qui, dovranno cacciare il feretro dalla finestra, perché dalla camera al soggiorno non c’è spazio sufficiente per far passare una bara”.
Una frase che non è solo immagine: è la misura della loro frustrazione, della sensazione di essere stati umiliati.
Una comunità che si è spenta, una vita sociale assente
Il villaggio SAE in cui risiedono Vinicio e Vincenza ospita ormai quasi solo anziani. “Su 26 casette SAE, tranne qualche eccezione, siamo tutti anziani. Ci sono tre famiglie con figli piccoli o adolescenti, ma per il resto ci sono due signori sui 65 anni e poi tutte persone ancora più anziane: oltre a noi, che abbiamo 75 anni, e ad altri nostri coetanei, c’è anche un signore di 87 anni e una signora addirittura di 93″, spiega il marito, che ogni giorno fa i conti anche con la noia e la solitudine, soprattutto in inverno: “La vita sociale è quasi scomparsa. Subito dopo il sisma, hanno posizionato qui nel nostro quartiere un container della Protezione Civile, dove per un po’ abbiamo cucinato insieme e siamo stati in compagnia. Poi, dopo un paio d’anni, è stato smontato e non è stato sostituito con nient’altro. Anche una pizzeria aperta nella zona è stata chiusa. Lo stesso vale per un bar, che precedentemente era ubicato a Pretare e che era stato delocalizzato a Pescara: anche questo chiuso. Attualmente non ci sono attività commerciali ricreative, ad eccezione di un ristorante e di una piccola sala, che però può accogliere solo una decina di persone e che non ha una cucina. Siamo stufi. Stanchi. Ci ripetiamo e sentiamo ripetere sempre le stesse cose. Ma la nostra situazione non cambia mai”.
Prosegue la moglie: “Molti residenti hanno scelto altre località: alcuni sono in affitto grazie ai contributi CAS (contributo autonoma sistemazione) ottenuti e sono in attesa di rientrare; altri invece hanno abbandonato il paese ed acquistato una nuova abitazione altrove grazie ai risparmi privati. Poi ci sono coloro che avevano una seconda casa qui ad Arquata, non a Pescara del Tronto, ma in altre zone meno colpite dal sisma, e paradossalmente quelle case, che erano disabitate da anni, sono già state ricostruite perché non necessitavano del PUA e ora sono nuovamente vuote. Noi, invece, siamo ancora nelle casette“.
La richiesta: “Una scelta che non sia una condanna”
La coppia non chiede miracoli. Chiede una possibilità.
“Dateci un’altra possibilità – dice Vincenza -. Dieci anni fa abbiamo fatto una scelta sbagliata. Ci siamo fidati di quello che ci è stato detto, del fatto che nell’arco di tre o quattro anni avremmo riavuto la nostra casa. Ci siamo fidati ed abbiamo sbagliato. Non vogliamo più sentirci così: stupidi, ingannati, traditi. Probabilmente nessuno lo ha fatto volontariamente, ma questa è la realtà. Ci stanno umiliando“.
Chiede Vinicio: “È possibile fare una richiesta al Commissario Straordinario per la Ricostruzione Guido Castelli? Se necessario, siamo disposti anche a parlarci personalmente. Vorremmo poter accedere ad un’altra soluzione abitativa, come chi ha scelto il contributo per l’autonoma sistemazione. Non vorremmo che la nostra scelta, fatta a 65 anni sotto altre premesse e sotto altre promesse, diventi una condanna a vita. Una condanna non solo per i 10 anni già trascorsi, ma anche per i 10 che ancora probabilmente serviranno per la ricostruzione. Vorremmo uscire da questa condizione che, per noi, non è più sostenibile”.
Aggiunge Vincenza: “Vorremmo che ci venisse offerta un’altra possibilità di scelta. In questi 10 anni, infatti, io e altri cittadini abbiamo dovuto affrontare anche delle malattie oncologiche qui nelle casette e non vi dico quanto sia stato difficile. Vorremmo che almeno ci venisse restituita la possibilità di morire in una casa dignitosa“.
La storia di Vinicio e Vincenza è la storia anche di altri anziani residenti a Pescara del Tronto. È la storia di chi ha perso tutto, ha creduto nella ricostruzione e oggi si sente sospeso, dimenticato, intrappolato in un limbo che non ha più nulla di provvisorio.
“Qualcuno è morto sotto le macerie. Qualcuno sta morendo nelle casette. Ma tutti siamo morti dentro“, concludono Vinicio Paradisi e Vincenza Pala.
Una frase che pesa come un macigno.
Una frase che racconta più di qualsiasi dato, più di qualsiasi piano urbanistico, più di qualsiasi promessa.
Una frase che, dieci anni dopo, non dovrebbe essere pronunciata da nessuno.
Il nostro augurio, a Vinicio e Vincenza e a tutti coloro che sono ancora nelle casette SAE, è che Pescara del Tronto e quindi le vite di chi vi abita, non restino un luogo sospeso tra le macerie del passato e la ricostruzione del futuro. Che sia in una casa ricostruita nel loro comune o che sia in una casa in affitto in una località nelle vicinanze, auguriamo loro che il futuro si faccia presente. Prima possibile. Prima che sia troppo tardi.