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Lucilio Santoni: Il delirio della tartaruga gigante

Di Lucilio Santoni

La ninfa Chelone era stata invitata al matrimonio di Zeus e Hera. Ma lei snobbò, rimanendo a gozzovigliare nella sua dimora marina. Quando Zeus le chiese conto di un tale affronto, lei replicò tranquillamente che stava bene a casa sua. Il re degli dei, sentendosi deriso, si infuriò e la precipitò in mare, condannandola a portare sul dorso la propria casa, fino alla fine dei tempi. Così, secondo il mito, ebbe origine la tartaruga.

Ma un giorno, ce ne fu una, particolarmente ambiziosa, che volle trasformare quella maledizione in un peccato di grandezza. Decise di accrescere la propria casa oltre il consentito dalla natura. Voleva diventare l’animale più grande e temuto al mondo. Voleva fare del carapace una fortezza inespugnabile e invincibile.

Ci si mise d’impegno: mangiò in continuazione per giorni, mesi e anni. Il guscio cresceva e cresceva; più cresceva più lei si sentiva potente, più si sentiva potente e più mangiava di tutto, divorava ogni cosa commestibile intorno a sé.

Divenne gigante, e questo la inorgoglì.

Ormai nessun animale poteva farle paura, anzi, era lei che li comandava e li sfruttava per procurarsi sempre più cibo. Il suo sogno di grandezza finì per essere un delirio. Ogni giorno misurava il carapace e ogni centimetro in più la rendeva pazza di soddisfazione. Non ricordava neppure il tempo in cui cercava la felicità nel contemplare il mondo, nel gustare ciò che la natura le offriva, nel godere dell’amore e dell’amicizia. La sua mente aveva cancellato tutto, che non fosse il folle sogno di svilupparsi all’infinito. Aveva ridotto al minimo anche il piacere del sonno.

Ma una mattina, dopo aver passato l’ennesima notte agitata da incubi nei quali si vedeva piccola e impotente, svegliandosi, non riuscì a sollevarsi sulle zampe. Provò e riprovò, ma fu tutto inutile. Realizzò improvvisamente la dura realtà: la sua casa era diventata una fortezza impossibile da trasportare. Si sentì schiacciata. Nessuno poté né volle aiutarla. Rimase lì, come un’immensa opera abbandonata che ora le faceva da prigione inesorabile. Prima di morire, di stenti e in solitudine, ebbe il tempo di pensare a quanto fosse stato folle il suo progetto di potenza e crescita infinita.

Una favola per tartarughe, ma anche per “esseri umani moderni che non sono stati educati al retto uso della potenza” (Romano Guardini). Affinché non innalzino altre torri di Babele, ma ricostruiscano, pezzo per pezzo, Gerusalemme.

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