RIPATRANSONE – Economista civile, studioso delle forme comunitarie del credito, docente ordinario di Economia Politica presso l’Università Lumsa di Roma, editorialista di Avvenire e vicepresidente della Fondazione “The Economy of Francesco“: è questo il profilo del prof. Luigino Bruni, voce autorevole nel dialogo tra economia, spiritualità e società, che continua ad interrogare il nostro tempo con uno sguardo che unisce rigore e umanità.

Lo abbiamo incontrato al termine della presentazione del suo libro “Quando il credito odorava di grano. Alla scoperta dei Monti frumentari nell’Italia Centro-Meridionale”, un incontro promosso dalla Banca di Ripatransone e del Fermano ed avvenuto lo scorso Martedì 21 Luglio 2026 al Teatro Luigi Mercantini a Ripatransone.

Nella lunga e piacevole conversazione che intratteniamo, partiamo proprio da qui e ripercorriamo la storia dei Monti frumentari, la natura del credito come legame sociale, la dimensione del dono, il ruolo della fede nell’economia e i segni – spesso invisibili – di una possibile rinascita.

Prof. Bruni, in che modo i Monti frumentari rappresentano una forma di protobanca e di welfare ante litteram?

“I Monti frumentari erano banche nel senso pieno del termine, solo che, al posto della moneta, il loro capitale era grano: quintali, tonnellate di grano. I prestiti venivano erogati e rimborsati in grano. Il tasso d’interesse era calcolato con la differenza tra raso e colmo: si prendeva al raso del contenitore e si restituiva colmo, in genere un 5–7% in più all’anno.

Prestare grano significava prestare vita. Nel Settecento, infatti, il frumento era una delle pochissime fonti di nutrimento. Si prestava per la semina, per sopravvivere, ma anche per le feste: Natale, Pasqua, il Santo Patrono. La festa era pane, quanto il pane stesso. Per questo i Monti si diffusero rapidamente nel Centro e nel Sud Italia, soprattutto nell’Ascolano e nel Fermano”.

Che cosa sta emergendo dalla vostra ricerca nelle Diocesi del Piceno?

È un lavoro in corso, quindi i dati non sono definitivi. Tuttavia possiamo già dire che abbiamo trovato una rete di Monti totalmente sconosciuti. Solo nella Diocesi di Ascoli ne abbiamo già censiti più di cento e nella Diocesi di San Benedetto stiamo scoprendo delle belle sorprese. Gli archivi parrocchiali e diocesani custodiscono documenti preziosi. Quando la ricerca sarà pubblicata, restituiremo un quadro completo di queste istituzioni che hanno sostenuto per secoli le famiglie contadine”.

Perché il credito non era percepito come debito, ma come legame sociale. Oggi esistono le stesse dinamiche?

La parola credito viene da credere, da fidarsi, da fede. È una dimensione del fidarsi. Anche oggi, nonostante gli algoritmi, alla fine tutto si regge sulla fiducia. Ma nel passato era ancora più evidente: le persone si legavano attraverso rapporti di credito e debito. Il credito rafforzava il legame sociale, non lo indeboliva; al contrario, lo faceva diventare produttivo.

Le prime banche – quelle di grano, poi le casse rurali e le casse di risparmio – erano luoghi preziosi, perché raccoglievano credito dalle famiglie e lo rimettevano in circolo per altre famiglie ed imprese. Il credito è fondamentale per ogni comunità, come ricorda la stessa Costituzione”.

In che modo dono e credito convivevano nei Monti frumentari?

“I Monti frumentari nascevano nel Quattrocento dai Francescani e poi dalla Chiesa, con uno scopo sociale, non a scopo di lucro. La dimensione del dono, quindi, era costitutiva. È tipico del modello italiano, latino e cattolico non separare il dono dal contratto.

Le casse rurali, le banche francescane, le imprese familiari: erano intrecci di credito, dono, contratto, interessi, altruismo, concorrenza. In caso di calamità naturali, come grandinate o carestie, il debito veniva condonato. Il paese chiedeva grazia al Vescovo e il Vescovo rispondeva sempre sì. Nell’ordinarietà, però, capitale e interesse andavano restituiti.

Questo modello non è assimilabile al capitalismo nordico, protestante, americano, che in Italia si è affermato solo negli ultimi vent’anni, con una distinzione molto netta tra il mondo delle fondazioni e del no-profit e quello dell’economia normale del contratto senza dono”.

Lei ha citato Max Weber: il capitalismo nasce da uno spirito. Che cosa significa oggi? In che modo la fede può orientare un’economia più umana e relazionale?

“Weber e la riflessione classica hanno sempre raccontato che nessuna impresa vive solo di denaro. Il denaro è troppo poco per reggere una vita intera. Le persone vogliono di più: vogliono tutto della vita. Fino a qualche decennio fa, la fede informava tutto: il paradiso, l’inferno, l’idea che Dio ti vede anche quando sei solo. Rimborsare o non rimborsare un debito non era solo questione di pene, multe o tribunali: era questione di coscienza morale. L’etica, quindi, aveva molto a che fare con la dimensione religiosa.

Oggi viviamo, di fatto, in un mondo post‑cristiano, ma resta vero che l’economia è troppo poco.  Servono corde robuste che tengano insieme le città. Fides in latino significa fiducia, fede, ma significa anche corda. La fede è una corda che tiene insieme le comunità“.

Dunque è questo il compito profetico dell’economia nel nostro tempo?

“Sì, il compito profetico dell’economia oggi è ritrovare la sua dimensione spirituale. Questo significa annunciare che la vita vale più del profitto ed implica la necessità di rimettere al centro la persona, perché l’economia deve servire la vita, non consumarla.

In secondo luogo è necessario ricostruire fiducia, perché senza fiducia non esistono né mercati né comunità.

Infine siamo chiamati a costruire un modello di economia fondato su fraternità, giustizia e cura. Un’economia che sappia custodire la terra, che sappia produrre senza distruggere. Un’economia profetica che sappia ridurre le disuguaglianze, perché non accetta che il successo di pochi richieda il sacrificio di molti.

Un’economia del genere non è utopia, ma necessità storica. Solo così, infatti, tornerà ad essere una forza che genera legami, fiducia e futuro”.

Che cosa l’ha portata a dedicare la sua vita allo studio dell’economia civile?

“Da ragazzo ho fatto la tesi ad Ancona sul pensiero di Amartya Sen, un economista e filosofo indiano, premio Nobel per l’Economia nel 1998, che ho rivisto di recente: ha 93 anni. Fin da giovane ho fatto parte di gruppi ecclesiali, quindi la fede è sempre stata parte essenziale della mia vita. Ho scelto l’economia pensando di contribuire a un mondo migliore.

Poi la vita mi ha portato a occuparmi di grandi progetti internazionali: l’economia di comunione, l’economia civile, l’economia di Francesco che abbiamo fatto nascere con Papa Francesco. C’è un destino nella storia delle persone: il mio posto al mondo si è sempre intrecciato con un impegno per un’economia più umana, più giusta, più fraterna. Non è solo un mestiere: è il mestiere del vivere, dell’esistenza“.

Dove vede oggi i segni di una rinascita economica e spirituale?

“La rinascita, quella vera e non quella raccontata nei social, è spesso invisibile. Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. E oggi vediamo cadere foreste intere: guerre, crisi ambientale, tensioni geopolitiche. È un tempo triste.

Ma è proprio durante le grandi crisi che le primavere iniziano nei sottoboschi, nei muschi, nei licheni. Oggi ci sono realtà promettenti: ‘L’economia di Francesco’, un movimento internazionale di giovani economisti, e poi i giovani stessi, il loro impegno per la pace e per l’ambiente. Mi colpisce che siano tornati in piazza in tanti: non accadeva dagli anni ’70. Quando i giovani si muovono, il mondo si muove, perché i giovani sono le sentinelle dell’aurora: annunciano un giorno diverso che sta per arrivare. È nei giovani che vedo la speranza di un’economia nuova”.

L’economia, nelle parole del prof. Luigino Bruni, non è un grafico né un algoritmo, ma una trama di vita. È fatta di mani che si tendono, di corde che non si spezzano, di comunità che resistono anche quando tutto sembra franare. I Monti frumentari, con il loro grano che profumava di pane e di festa, tornano a parlarci come un’eredità viva: ricordano che il credito è fiducia, che il dono non è un’eccezione ma una forma di civiltà, che la spiritualità non è un altrove ma una forza che tiene insieme le città.

E così, ascoltando Bruni, si comprende che la profezia dell’economia non è un annuncio lontano: è un invito a guardare meglio ciò che già cresce. Nei giovani che tornano in piazza, nelle comunità che non si arrendono, nelle foreste silenziose che ricominciano a respirare. Perché la rinascita, quella vera, non fa rumore. Avanza piano, come un bosco che si rigenera dopo l’inverno. E ci chiama a riconoscerla, a custodirla, a farla diventare futuro.

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