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FOTO Festa Madonna della Marina, migliaia di fedeli alla processione, Vescovo Gianpiero: “Alzare lo sguardo e ripartire”

DIOCESI – Un clima fresco, con qualche folata di vento di troppo. «Soffia il maestrale!» dice un anziano seduto sul marciapiede della banchina Malfizia. Allora ricordiamo la celebre poesia San Martino di Giosuè Carducci (1883), memoria degli antichi studi superiori: «…E sotto il maestrale urla e biancheggia il mar…». Una leggera paura ci assale, dal momento che dovremo salire su un’imbarcazione per la tradizionale processione di barche in mare. Ma, pensando a Lei, alla Madonna della Marina, che regge sulle ginocchia il suo Bambino, la paura svanisce, con la convinzione che non succederà nulla.

Arriva l’Arcivescovo Gianpiero Palmieri, della Diocesi di Ascoli Piceno e della Diocesi di San Benedetto del TrontoRipatransoneMontalto. Ha il passo sicuro, il sorriso sulle labbra e stringe la mano alle persone che già affollano la banchina. È alla sua terza Festa della Madonna della Marina. Gli va incontro il neo sindaco della città, Nicola Mozzoni, insediatosi nel maggio di quest’anno, insieme al comandante della Capitaneria di Porto di San Benedetto del Tronto, il capitano di fregata Giuseppe Quattrocchi, che gli ricorda come, per lui, questa sia la prima festa, essendosi insediato il 31 luglio 2025.

Sono numerose le autorità presenti. C’è il parroco della Madonna della Marina, don Patrizio Spina; don Giuseppe Giudici, responsabile dell’Ufficio diocesano della Pastorale del Mare; don Roberto Antonio Melone, nominato nel luglio 2026, dopo essere stato a lungo parroco della Gran Madre di Dio a Grottammare e parroco in solido a Martinsicuro, al quale formuliamo i più sentiti auguri di buon cammino nella nuova missione pastorale. Sono presenti anche lo storico don Luciano Paci, monsignor Romualdo Scarponi, don Luigino Scarponi, don Nicola Spinozzi, cappellano militare collaboratore di Compamare di San Benedetto del Tronto, oltre ad altri sacerdoti e ai diaconi Emanuele Imbrescia e Pietro Mazzocchi.

Il Vescovo sale a bordo della Marcantonio II, dell’armatore Carlo Di Domenico. Durante la navigazione viene recitato il Santo Rosario; don Patrizio Spina fa infatti omaggio ai presenti di una bella coroncina in legno. Nel corso della preghiera il Vescovo ricorda le famiglie che vivono del mare e, soprattutto, i sofferenti delle guerre e i caduti del mare di ogni tempo. Più volte viene invocata la Vergine perché conceda la pace al mondo.

Terminato il Rosario, il motopesca, seguito da altri pescherecci e da numerose imbarcazioni, si dirige al largo per la tradizionale «Processione di barche in mare», non senza qualche ondeggiamento, sapientemente governato dagli esperti timonieri. Giunti al largo di Grottammare, davanti al piccolo Santuario di San Francesco di Paola, protettore dei naviganti, si svolge la toccante cerimonia del lancio delle corone in mare da parte del Vescovo e del sindaco. Appena le corone toccano il pelo dell’acqua, le sirene delle barche, raccolte in cerchio attorno all’imbarcazione principale, risuonano all’unisono.

Si odono anche i botti provenire dalla terraferma, risposta simbolica alle sirene del mare: il saluto e le onoranze della città di San Benedetto del Tronto ai caduti del mare e l’invocazione della protezione della Vergine Maria, Stella del Mare. Il momento, sferzato dal forte vento e accompagnato dal moto delle onde, è particolarmente intenso ed emozionante. In quell’istante si percepisce come il mondo dei vivi e quello degli scomparsi sembrino unirsi attraverso lo scrigno del mare e della preghiera.

Al termine della cerimonia, l’equipaggio offre una merenda ai presenti e perfino agli occupanti di alcune imbarcazioni che si erano accostate a pochi centimetri dalla Marcantonio II, condividendo fraternamente il saluto conclusivo e la gioia del termine della processione in mare.

«Quando saliamo su una barca e, come oggi, c’è il vento, incominciamo a impallidire perché abbiamo paura che la nostra barca si rovesci. Non ci rimane, allora, che stare fermi, in cappa, riducendo le vele al minimo ed evitando che le onde ci travolgano di traverso.

Oppure, in questi nostri tempi, quando ci guardiamo intorno e non chiediamo nient’altro che di essere felici, nella serenità e nella tranquillità delle relazioni semplici, in famiglia, con i vicini, nel posto di lavoro, nella nostra città, rimaniamo come sbalorditi perché, quasi fossero nascoste sotto le ceneri della quotidianità, improvvisamente divampa la violenza. Una violenza che non ci aspettavamo, una violenza che esplode magari per un nonnulla. E si insinua nel nostro cuore un dubbio: che anche lì siamo rimasti un po’ a metà, un po’ bloccati, come se fosse tramontato quasi per sempre un sogno: il sogno della concordia, il sogno della pace, nelle relazioni “micro” e anche in quelle “macro”, quelle del mondo intero.»

Ha poi detto il Vescovo Gianpiero durante l’omelia della Messa celebrata sulla banchina, dove tantissima gente attendeva seduta davanti all’altare.

«Oppure veniamo da questi giorni terribili, quando il cielo sembra impazzire e, invece di piovere acqua rigeneratrice, cadono chicchi di grandine grandi come un pugno, che distruggono le nostre coltivazioni faticosamente realizzate, i tetti delle auto, i vetri delle case e perfino quelli della cattedrale. Rimaniamo senza parole e ci sembra di non avere più le energie per ripartire.

Anche lì sono rimasto colpito, perché tanta gente ha sentito questo nel cuore: “Anche questa! Questa no…”, come se mancassero ormai le energie per ricominciare.

Sono tante le situazioni della vita nelle quali abbiamo l’impressione di andare in stallo. Ognuno di noi potrebbe raccontarne un’infinità: entriamo in una situazione di blocco, di pausa forzata; non riusciamo ad andare né avanti né indietro e ci sembra di non trovare mai una soluzione. La speranza degli uomini sembra quasi inaridirsi; subentrano lo sconforto e un senso di impotenza. E questo stato d’animo è molto diffuso. Lo si legge nei volti e lo si ascolta nelle parole di tante persone.

Ecco allora la festa della Madonna della Marina. Ne abbiamo davvero tanto bisogno, perché siamo invitati ad alzare lo sguardo. E, quando lo alziamo, vediamo l’immensità del mare, l’immensità del cielo e vediamo Maria, la Stella del Mattino, che è sempre stata sentita dai sambenedettesi come il riferimento sicuro per tutti i naviganti, per tutti i pescatori e per tutti noi.

Questa è una lezione» – ha proseguito il Vescovo – «che abbiamo imparato dai nostri progenitori, dai nostri nonni. La loro fede semplice e profonda sembra averli sostenuti, sembra aver funzionato. Avevano imparato ad alzare lo sguardo e a vedere Maria. Hanno imparato ad alzare lo sguardo verso la Cattedrale, a incrociarlo con quello della Madonna della Marina e hanno imparato a pregare.

Quella preghiera e quello sguardo erano fondati su una fiducia che è difficile spiegare: una fiducia nel Dio della vita, una fiducia in Maria e in ciò che c’è oltre il mare, oltre il cielo, oltre la terra; in ciò che è oltre tutto e sul quale siamo invitati a fissare lo sguardo.

E allora, alzando lo sguardo, possiamo dire: “Sì, è possibile ripartire, oggi e sempre”. È possibile ripartire, come hanno fatto i nostri progenitori e i nostri nonni. Ci guardiamo tra di noi, ci incoraggiamo a vicenda e forse risentiamo dentro di noi quella spinta che non viene da noi, ma dallo Spirito Santo, dallo Spirito di Dio, dalla presenza di Dio dentro di noi.

È lo Spirito di cui Paolo, nella Lettera ai Romani, dice che geme e lotta, perché sta partorendo una vita nuova nel mondo. Da ogni crisi, da ogni difficoltà possiamo ripartire e, se lo vogliamo, possiamo fare un passo in avanti. Possiamo anche fare un passo indietro, ma possiamo soprattutto andare avanti: essere più solidali, più coesi, più determinati, più pieni di speranza.»

«Pensiamo alla Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato. Immaginiamo Maria sotto la Croce. Penso che non ci sia un dolore più grande di quello di vedere morire un figlio, e di vederlo morire disprezzato, condannato da tutti, offeso da tutti. Vedere il proprio Figlio morire così e, per di più, sentirsi dire da Lui: “Donna, tuo figlio è un altro: è questo discepolo amato, che è qui accanto a te”.

Io penso che Maria abbia potuto sentire gridare dentro di sé: “Io non voglio un altro figlio, io voglio Te”. Ma, in quel momento, Maria affidò tutta se stessa a quel Figlio che vedeva sulla Croce e affidò tutta se stessa al Padre, anche nella lacerazione più totale.

Solo dopo Maria comprese che la sua maternità non terminava, ma si allargava a tutti, anche a noi che oggi siamo qui.

La speranza, anche in Maria, nasce da uno sguardo rivolto a suo Figlio sulla Croce. È questo il dono che Maria ricevette quando Gesù, sulla Croce, non spirò – come dice il Vangelo di Giovanni – ma donò lo Spirito Santo, e lei era là, ai piedi della Croce. Le donò la speranza, la forza di ripartire e di continuare a lottare, anche dopo aver attraversato il dolore più grande.

Pensiamo poi alla seconda lettura. La Chiesa non sa ancora che cosa deve fare; i discepoli comprendono quanto sia difficile annunciare il Vangelo. Anche qui Maria è nel Cenacolo e prega con i discepoli, prega con la Chiesa. Lei, che sa che nulla è impossibile a Dio, è presente nel Cenacolo della Pentecoste. È lì che Maria incomincia a essere segno di sicura speranza.

Alzare lo sguardo verso Dio, oltre il mare e oltre il cielo; alzare lo sguardo verso Maria e ritrovare i motivi della speranza. È questo che la Festa della Madonna della Marina ci invita a fare.

Proprio ieri ho letto sul giornale che il bisogno di speranza delle persone è diventato talmente forte da spingerle ad aggrapparsi a tutto, perfino all’idolatria dei numeri. Un numero che magari è stato suggerito da chissà chi, da un parente defunto oppure per semplice scaramanzia.

Pensate: nei primi tre mesi dell’anno il gioco d’azzardo è aumentato del 17%, raggiungendo i 45 miliardi di euro. Alla fine dell’anno arriverà a 190 miliardi. Vale a dire più di quanto il nostro Paese spenda per la sanità. La gente affida all’azzardo somme enormi, mentre lo Stato ne ricava soltanto una piccola parte. È una situazione folle, che dimostra come molte persone si aggrappino a qualsiasi cosa pur di trovare un po’ di speranza.

E allora chiediamo al Signore di non fondare la nostra speranza sul fragile legno dell’idolatria, di un numero che diventa un dio, ma di aggrapparci a un Legno molto più grande: quello della Croce, dal quale nasce la speranza che viene da Dio e che oggi Maria ci indica ancora una volta.»

 

 

Susanna Faviani: Giornalista pubblicista dal '98 , ha scritto sul Corriere Adriatico per 10 anni, su l'Osservatore Romano , organo di stampa della Santa Sede per 5 anni e dal 2008 su L'Avvenire, quotidiano della CEI. E' Docente di Arte e Immagine nella scuola secondaria di primo grado di Grottammare dal 1996. Ha scritto libri e suoi articoli di Storia dell'Arte e Storia sono in varie pubblicazioni. Dirige un periodico culturale online : www.laconchiglianews.it .