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Femminicidio, il caso di Tania si poteva evitare?

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Una telefonata al 112, iniziata e finita con poche parole: «Venite, l’ho uccisa». Poi l’attesa dei carabinieri accanto al corpo senza vita della donna con cui aveva condiviso una parte della propria esistenza.

Si chiamava Tania Sperindio, aveva 62 anni. È stata uccisa il 15 Luglio 2026 a Mulazzano, frazione del comune di Coriano (Rimini). Per il delitto è stato fermato l’ex marito, Mario Bonifazi, 71 anni, che, secondo quanto riferito dalle prime ricostruzioni giornalistiche e dagli investigatori, avrebbe confessato l’omicidio telefonando personalmente ai carabinieri. La vittima presentava una grave ferita alla testa, compatibile con un colpo inferto con un corpo contundente, verosimilmente un martello, circostanza che dovrà essere confermata dagli accertamenti medico-legali.

Le indagini sono nelle fasi iniziali e sarà la magistratura ad accertare responsabilità, movente e dinamica dei fatti. Proprio per questo, ogni valutazione deve attenersi ai dati sinora emersi, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza garantita dall’articolo 27 della Costituzione.
Secondo le informazioni disponibili, la coppia era separata da tempo, aveva due figli e, pur non vivendo più insieme, manteneva rapporti. La donna frequentava ancora l’abitazione dell’ex marito, dove avevano vissuto durante il matrimonio. Al momento non risultano pubblicamente denunce, ammonimenti o misure cautelari che facessero presagire un rischio imminente.

È proprio questo aspetto a rendere il caso particolarmente complesso. La violenza nelle relazioni affettive non sempre è preceduta da segnali evidenti per familiari, vicini o istituzioni. La letteratura criminologica parla di violenza di controllo e di violenza post-separazione, fenomeni nei quali la fine della relazione può essere vissuta dall’autore come una perdita di potere e di identità, trasformando il rifiuto dell’autonomia della partner in un fattore di rischio.

Come evidenziano numerosi studi internazionali, la separazione non coincide necessariamente con la cessazione del pericolo; al contrario, rappresenta uno dei momenti statisticamente più delicati nelle dinamiche della violenza di genere.
Le cronache continuano talvolta a utilizzare espressioni come “raptus”,tragedia familiare” o “delitto passionale“. La ricerca accademica invita invece ad abbandonare queste categorie.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la violenza contro le donne come un problema strutturale di salute pubblica e di diritti umani.

Analogamente, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la legge n. 77 del 2013, individua nella disparità di potere tra uomini e donne uno dei fattori che alimentano la violenza. Il femminicidio rappresenta l’esito estremo di un continuum di comportamenti di controllo, sopraffazione e dominio. Non è il prodotto di un improvviso impulso irrazionale, ma spesso il punto terminale di una dinamica relazionale caratterizzata dalla negazione dell’autonomia della vittima.

Negli ultimi anni il legislatore italiano ha progressivamente rafforzato gli strumenti di contrasto alla violenza di genere.
Un primo passaggio fondamentale è stato il Codice Rosso (legge n. 69 del 2019), che ha accelerato l’intervento della magistratura nei procedimenti riguardanti maltrattamenti, stalking e violenza sessuale.
Successivamente, la legge n. 168 del 2023 ha ulteriormente ampliato gli strumenti di prevenzione, rafforzando le misure cautelari, estendendo l’utilizzo del braccialetto elettronico, valorizzando la valutazione del rischio e introducendo nuove disposizioni per una risposta più tempestiva delle autorità.
Sul piano sovranazionale continua a costituire il principale riferimento la Convenzione di Istanbul, che impone agli Stati di fondare la propria azione su quattro pilastri: prevenzione, protezione delle vittime, perseguimento degli autori e politiche integrate.

Nel caso di Coriano sarà la Procura a valutare la qualificazione giuridica dei fatti e l’eventuale contestazione delle aggravanti previste dal codice penale.
Ogni femminicidio riapre inevitabilmente una domanda: si poteva evitare?
Nel caso di Tania Sperindio, allo stato delle informazioni disponibili, non risultano elementi pubblici che consentano di affermare l’esistenza di precedenti segnalazioni o di specifiche richieste di aiuto. Sarebbe quindi scorretto attribuire responsabilità preventive alle istituzioni senza attendere gli esiti delle indagini.

La criminologia distingue infatti tra fattori di rischio e fattori predittivi. Nessun singolo elemento consente di prevedere con certezza un omicidio; è invece l’insieme di indicatori — precedenti violenze, minacce, ossessione, disponibilità di armi, controllo coercitivo, escalation aggressiva — che può orientare la valutazione del rischio.
Proprio per questo le linee guida internazionali insistono sulla formazione continua delle forze dell’ordine, della magistratura, dei servizi sociali, degli operatori sanitari e dei centri antiviolenza nella cosiddetta risk assessment, la valutazione multidisciplinare del rischio.
Ogni femminicidio produce una narrazione pubblica che rischia di concentrarsi esclusivamente sul momento dell’omicidio. In realtà, il diritto e la ricerca scientifica suggeriscono uno sguardo più ampio.

Il contrasto alla violenza di genere non si esaurisce nell’inasprimento delle pene. Richiede educazione al rispetto delle relazioni, formazione degli operatori, sostegno alle vittime, efficaci strumenti di protezione e un cambiamento culturale che riconosca tempestivamente le dinamiche del controllo e della sopraffazione.

Il caso di Tania Sperindio ricorda che la separazione non elimina automaticamente il rischio e che la violenza può manifestarsi anche in rapporti che, dall’esterno, sembrano mantenere una normalità.
L’accertamento della responsabilità penale spetterà esclusivamente alla magistratura. Alla società spetta invece il compito di interrogarsi su come rendere sempre più efficace la prevenzione, affinché il prossimo femminicidio non sia raccontato come l’ennesima tragedia “imprevedibile”, ma come un evento che un sistema di tutela sempre più preparato riesca, quando possibile, a impedire.

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