La chiesa madre della nostra Città è dedicata al patrono, il santo martire Benedetto. Eppure sono molti i dipinti e le statue che raffigurano la Vergine Maria. Iniziamo la nostra visita dal simulacro dell’Immacolata Concezione, partendo dal significato e dalla storia di questo dogma. La Chiesa insegna che a causa del peccato originale di Adamo ed Eva ogni essere umano eredita questa colpa al momento del concepimento. Tuttavia, in vista della sua divina maternità, Maria è stata esentata da questa colpa e pertanto quando venne concepita nel grembo di sua madre Anna in lei non ci fu nessuna macchia di peccato. Celebriamo dunque l’Immacolato Concepimento di Maria l’8 dicembre e di conseguenza nove mesi dopo, ovvero il giorno 8 settembre, festeggiamo la sua Natività. Su questo tema ci fu un’aspra disputa fra coloro che ritenevano Maria priva di ogni macchia di peccato, soprattutto i francescani, e coloro invece che pensavano il contrario, in particolar modo i domenicani. Dopo secoli di dibattiti e accese discussioni, il Papa Pio IX l’8 dicembre 1854 pose fine alla questione dichiarando verità rivelata da Dio il fatto che Maria fosse immacolata sin dal suo concepimento.
A questo punto, la Storia della Chiesa si incrocia con quella della nostra realtà locale. Infatti nel 1855 una violenta epidemia di colera travolse la Città di San Benedetto – alla fine si conteranno 395 vittime – e il Priore Raimondo Voltattorni e il Governatore Giovanni Battista Paci non sapendo più cosa fare si recarono il 10 luglio 1855 ai piedi della statua dell’Addolorata (di cui parleremo fra poco) e fecero voto che se l’Immacolata fosse intervenuta a sanare la situazione, la Città l’avrebbe onorata in perpetuo con una novena e una solenne processione. Le cose in breve tempo migliorarono e i sambenedettesi, per mantenere la parola data, realizzarono per mezzo di Giovanni Battista Latini di Mogliano un simulacro in cartapesta da utilizzare durante la processione. Questa primitiva effige è custodita nelle stanze parrocchiali.
Quella che invece vediamo in chiesa è una statua in legno realizzata nel 1954 benedetta a Roma il 21 gennaio dal Cardinale Masella in occasione dell’Anno Mariano proclamato da Pio XII. Questa effige ci permette di parlare dell’iconografia dell’Immacolata Concezione che è mutuata da Apocalisse 12, brano nel quale l’Apostolo Giovanni vede una donna vestita di sole, coronata di 12 stelle, che schiaccia un drago e ha ai suoi piedi la luna, qualcosa di molto simile a ciò che abbiamo davanti agli occhi. Il nostro simulacro infatti ha 12 stelle – come quelle che appaiono nella bandiera europea che fu disegnata dal devoto mariano Arsène Heitz e sventolò per la prima volta l’8 dicembre 1955 – al posto del vestito di sole ha un abito bianco (perché è tutta pura sin dal suo primo istante di vita) e celeste (come il cielo dove sarà assunta al termine della sua vita), schiaccia un serpente realizzando la promessa che Dio fece al diavolo in Genesi 3 e ha ai suoi piedi la luna, la quale, al contrario della Vergine, ha delle macchie ed è mutevole: Maria invece è rimasta in modo costante e permanente nello stato di grazia nel quale Dio l’ha plasmata.
Passiamo ora alla statua dell’Addolorata che ha una spada che le trafigge il petto, rendendo visibile ciò che Simeone disse a Maria nell’episodio della Presentazione al Tempio di Gesù: «Una spada ti trafiggerà l’anima». Naturalmente l’anziano profeta stava alludendo alla futura morte di Gesù. Spesso capita di vedere Maria come donna dei 7 dolori con altrettante spade che rappresentano i momenti più tristi della vita della Vergine (come per esempio nel dipinto di Antonio Tempesta nella chiesa di Santo Stefano Rotondo in Roma): la Circoncisione, la Fuga in Egitto, lo Smarrimento di Gesù al Tempio, la Via Crucis, la Morte, la Deposizione e la Sepoltura. Per contro esistono anche le 7 gioie di Maria, rappresentate ad esempio dall’artista fiammingo del Quattrocento Hans Memling: l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi, Resurrezione, Pentecoste, Ascensione e Incoronazione di Maria.
Presso la chiesa di San Benedetto esisteva la Confraternita del Carmelo che ha realizzato l’omonimo altare. Il Carmelo – il suo significato è “giardini di Dio” – ha una storia lunga che merita di essere raccontata. Esso è un’altura che si trova nel nord della terra di Israele e che fu luogo di rifugio per il profeta Isaia in un momento di siccità. Il profeta vide da lontano una nube che finalmente annunciava l’attesa pioggia. I teologi medioevali – seguendo ragionamenti lontani dal nostro modo di pensare – giunsero a dire che la nuvola rappresentava Maria e la pioggia Cristo. Da qui il titolo mariano di “Madonna del Carmelo”. Su questo monte si stabilirono nel XII dei monaci che presero il nome di “carmelitani”. Il 16 luglio 1251 si racconta che la Vergine apparve a San Simone Stock, promettendogli che chi avesse portato lo scapolare – segno della sua protezione – sarebbe morto in grazia di Dio. Lo scapolare– che nella sua forma originale possiamo osservare nel bel dipinto Nostra Signora del Carmelo di Pietro Novelli – nel corso del tempo si ridusse in un rettangolo di stoffa, chiamato “abitino”, che è proprio quello che la Madonna per mezzo di suo Figlio sta donando a Santa Apollonia, riconoscibile per le tenaglie che tiene in mano con le quali fu martirizzata. Nel dipinto sono presenti anche Santa Lucia, il cui culto è presente nel territorio sambenedettese, e San Nicola di Bari, vestito da vescovo con un pastorale orientale con due serpenti e le tre palle d’oro donate dal santo a tre fanciulle povere che così poterono sposarsi. La presenza di San Nicola è dovuta anche al fatto che egli è il patrono dei naviganti in quanto i vita placò una tempesta. Nel volto di San Nicola scorgiamo l’autoritratto del pittore Nicola Monti. Sin dal Seicento la Madonna del Carmelo veniva festeggiata a San Benedetto il giorno 2 luglio, ma progressivamente questa festa fu soppiantata da quella per la Madonna della Marina.
Spostiamoci ora presso l’altare della Madonna del Suffragio che possiamo considerare come un altro titolo relativo dalla Madonna del Carmelo. Si racconta infatti che agli inizi del 1300 la Madonna apparve a monsignor Jacques Duèze, futuro papa Giovanni XXII, assicurandogli che coloro che fossero morti in grazia di Dio portando lo scapolare sarebbero stati liberati dal Purgatorio il primo sabato successivo alla loro morte. In questo dipinto vediamo che la Madonna, su intercessione dei santi francescani Giacomo della Marca – che nelle sue infiammate prediche parlava spesso del Purgatorio tanto da ispirare Bartolomeo di Tommaso per i dipinti della Cappella Paradisi a Terni – e Pietro di Alcantara – una delle tre anime ad andare direttamente in Paradiso secondo Teresa d’Avila – che per mezzo di un angelo libera un’anima dal Purgatorio. Fra i personaggi che sono in attesa di andare in Paradiso ce ne è uno che guarda in basso: si tratta dell’autore del dipinto, il fermano Filippo Ricci, padre di Alessandro Ricci che ha dipinto una tela molto simile nella chiesa di Santa Maria dei Monti in Grottammare. Questo radicato culto per la Madonna del Carmelo nella sua versione di Madonna del Suffragio ha fatto sì che lungo il Tronto nel 1975 fu consacrata dall’allora vescovo Vincenzo Radicioni una chiesa dedicata alla Vergine proprio con questo titolo.
Portiamoci ora davanti alla Statua della Madonna di Loreto, patrona della nostra diocesi e chiamata dai sambenedettesi “Madonna de j Cuppette” per il fatto che la Vergine con il suo Divin Figlio è seduta sulle tegole della propria abitazione. Si racconta che nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1294 gli angeli trasportarono la casa di Maria da Nazareth a Loreto. Più realisticamente fu la famiglia De Angelis, preoccupata per le sorti di questo luogo santo a causa della insidiosa presenza dei musulmani in Terra Santa, a smontare pezzo pezzo la casa della Vergine per poi ricostruire la sua abitazione nella città marchigiana. Comunque sia, seguendo la tradizione, ogni anno nelle città delle Marche fra il 9 e il 10 dicembre si accendono dei falò, detti in dialetto “fochere”, per indicare agli angeli la strada da seguire per raggiungere Loreto. Il simulacro è in cartapesta come quello della Immacolata Concezione col quale condivide anche le fattezze del volto: si tratta dei lineamenti tipici della donna marchigiana che noi possiamo riscontrare anche nel viso de “La Retara” di Aldo Sergiacomi in Piazza Matteotti. Questo soggetto è stato rappresentato con una impostazione classicista e con colori sgargianti da Annibale Carracci per la chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo in Roma. Spesso si mette a paragone questo dipinto con la Madonna di Loreto di Caravaggio e si afferma che il Merisi è stato rivoluzionario nel rappresentare la Vergine Lauretana in quella posizione, ovvero in piedi adagiata sulla porta, avendo in braccio Gesù. In realtà Caravaggio si è semplicemente ispirato all’altro modello iconografico col quale la Madonna viene rappresentata ossia quello che noi ritroviamo proprio nella Santa Casa di Loreto: in questo caso Maria sta in piedi e porta in braccio Gesù. In simili fattezze la ritroviamo anche presso la sede di Montemonaco dei Musei Sistini.
Terminiamo la nostra visita davanti alle tela cinquecentesca della Madonna del Rosario fatta dipingere dalla omonima confraternita. Questo tipo di iconografia si diffuse particolarmente dopo la Battaglia di Lepanto nella quale la flotta cristiana sconfisse quella musulmana il 7 ottobre 1571. Poiché le forze cristiane erano nettamente inferiori, San Pio V attribuì il felice esito all’intercessione della Vergine Maria e per questo istituì la Festa della Madonna del Rosario. Dopo la Madonna che dona lo scapolare e la Madonna che dona gli abitini vediamo ora che la Vergine per mezzo del suo Gesù Bambino regala le corone del Rosario a San Domenico Guzman e a Santa Caterina da Siena. Come possiamo vedere tutti questi soggetti iconografici sono ascrivibili alla concezione del dono o della grazia, cioè a un intervento divino in favore delle creature. Possiamo riscontrare l’archetipo di questo modello iconografico nel mosaico della “Traditio Legis” nella chiesa di Santa Costanza in Roma nel quale Cristo dona ai Santi Pietro e Paolo un cartiglio con scritto «Dominus pacem dat» ovvero «Il Signore dà la pace». Tornando al nostro dipinto, vediamo che la scena si svolge all’interno di una mandorla azzurra sulla quale a caratteri d’oro sono riportate le parole del Salmo 44,10: «Astitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate» ovvero «La regina si erge alla tua destra in abito d’oro, circondata da variopinto splendore». Su 15 medaglioni sono rappresentati i misteri tradizionali del Rosario: L’Annunciazione, la Visitazione, la Natività, la Presentazione al Tempio, il Ritrovamento nel Tempio (Misteri Gioiosi da recitare il lunedì e il sabato); Gesù nell’Orto degli Ulivi, la Flagellazione, l’Incoronazione di Spine, la Via Crucis, la Morte in Croce (Misteri Dolorosi da recitare martedì e venerdì); la Resurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste, l’Assunzione e l’Incoronazione di Maria (Misteri Gloriosi da recitare il mercoledì e la domenica). Il 16 ottobre 2002 in occasione del XXIII anniversario della sua elezione e Sommo Pontefice, San Giovanni Paolo II tramite la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae istituì i Misteri Luminosi (da recitare il giovedì): il Battesimo, le Nozze di Cana, la Proclamazione del Regno di Dio, la Trasfigurazione e l’Eucaristia. Nella parte bassa del dipinto, sulla sinistra un uomo regge un cartiglio con le parole di Is 11,1 «Egredietur virga de radice Jesse» ovvero «Spunterà un virgulto dalla radice Jesse» mentre un altro uomo sulla destra regge la scritta «Ecce virgo concipiet et pariet filium», citazione di Is 7,14 che significa «Ecco la Vergine concepirà».
Relativamente a tutto ciò che abbiamo raccontato, nel Museo di Arte Sacra possiamo ammirare il bozzetto della statua lignea realizzata nel 1954 a Ortisei; il Calice e la Patena fatti realizzare da don Giacinto Nicolai – parroco dal 1880 al 1890 di San Benedetto Martire e vescovo di Ripatransone dal 1890 al 1899 – in occasione della fine della seconda ondata di colera nel 1886; e due dipinti di Alessandro Ricci per la Confraternita della Madonna del Carmelo: La Madonna dona a San Simone Stock lo scapolare e la Madonna dona a Santa Maddalena de Pazzi il velo della purezza.