“Le vittime immediate sono i palestinesi, ma il vero bersaglio è Israele democratico e liberale”. È l’allarme lanciato da Gershon Baskin, analista politico israeliano, co-presidente dell’Alliance for Two States e direttore per il Medio Oriente dell’International Communities Organization (Ico), in un editoriale pubblicato oggi sulla sua piattaforma Substack e sul Jerusalem Post . Per Baskin è in corso una guerra poco visibile che non si combatte tra eserciti, ma che vede “estremisti di destra e i loro agenti tra i coloni” attaccare sistematicamente la popolazione palestinese in Cisgiordania. Secondo l’analista, gli attacchi contro villaggi, terreni agricoli, allevamenti, fonti d’acqua e comunità palestinesi non rappresentano episodi isolati, ma fanno parte di un progetto politico più ampio. “Questa è una guerra contro lo Stato di diritto, contro l’uguaglianza, contro la dignità umana, contro l’autorità dei tribunali e contro l’idea che lo Stato debba servire tutti i suoi cittadini”. Per Baskin, l’obiettivo finale degli ambienti nazional-religiosi più radicali sarebbe quello “di sostituire l’attuale ordinamento democratico con un modello di Stato fondato sulla supremazia religiosa e nazionalista ebraica”. Baskin sostiene che la violenza dei coloni non possa essere liquidata come il comportamento di poche frange estremiste. “Non è una questione marginale. È l’espressione sul terreno di un’ideologia che oggi siede all’interno del governo israeliano, dell’esercito, dello Shin Bet e presto anche nel sistema giudiziario”. Gli estremisti, aggiunge, “non hanno bisogno di rovesciare lo Stato dall’esterno: lo stanno svuotando dall’interno”.
L’analista, già mediatore israeliano, noto soprattutto per il suo contributo alla liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit nel 2011, denuncia inoltre l’espansione degli insediamenti e degli avamposti in Cisgiordania, il trasferimento forzato di numerose comunità palestinesi e l’applicazione differenziata della legge tra coloni e palestinesi. “Quando i palestinesi vengono attaccati e lo Stato non li protegge, Israele cambia. Quando i ministri giustificano o incoraggiano questa violenza, Israele cambia”. Per Baskin, opporsi alla violenza dei coloni non significa essere contro Israele. Al contrario, “difendere i palestinesi dal terrore dei coloni non è solo una causa palestinese, ma una necessità democratica israeliana”. L’autore individua uno scontro tra “due visioni di Israele”: una “democratica, pluralista, umana e fondata sullo Stato di diritto” e un’altra “messianica, suprematista, autoritaria e violenta”. “Il silenzio non è neutralità. Il silenzio è resa”, conclude Baskin che avverte: “Se non li fermeremo, i palestinesi continueranno a soffrire per primi. Ma Israele democratico, liberale e capace di vivere in pace con i suoi vicini potrebbe essere la vittima finale”.