Di Patrizia Caiffa
Dal Libano alla Siria, da Gaza alla Libia, passando per Tunisia e Golfo Persico, mons. Giorgio Bertin continua a seguire da vicino le crisi che attraversano il Medio Oriente e il Nord Africa. Francescano, classe ’46, vescovo emerito di Gibuti, oggi presiede Caritas Mona (Medio Oriente e Nord Africa), la rete delle Caritas della regione, e invita a guardare oltre il cessate il fuoco e i negoziati: “Non possiamo ancora parlare di pace”. Vive da due anni in un convento in provincia di Lecco, dopo aver trascorso 48 anni nel Corno d’Africa. Dal 1990 è stato amministratore apostolico di Mogadiscio, guidando la Chiesa locale durante gli anni della guerra civile somala. Nel 2001 è diventato vescovo di Gibuti, incarico che ha ricoperto fino al 2024. Oggi è anche vicepresidente della Commissione internazionale cattolica per i migranti (Icmc). Monsignor Bertin continua a viaggiare molto, soprattutto in Medio Oriente. Di recente è stato in Tunisia, Siria e Libano.
Monsignor Giorgio Bertin al convegno di Caritas internationalis a Castelgandolfo – (foto: Caiffa/SIR)
Cosa significa presiedere la Caritas del Medio Oriente e Nord Africa, tra le regioni del mondo più segnate dai conflitti?
È una grande responsabilità. Il lavoro operativo più importante viene svolto dal segretariato, che ha sede a Beirut, e in particolare dal coordinatore regionale. Il mio compito, come presidente, è seguire gli orientamenti, partecipare alle decisioni più importanti e rappresentare la rete attraverso visite sul campo. Proprio una settimana fa abbiamo parlato con padre Magdi, che opera a Tripoli, perché vorremmo recarci in visita da lui insieme ad alcuni partner europei per sostenere, con discrezione, il lavoro che svolge a favore dei numerosi migranti presenti in Libia che cercano di raggiungere l’Europa. Oltre ai viaggi, seguo tutte le riunioni online, soprattutto quelle dedicate alle emergenze di Gaza, della Siria, del Libano e del Marocco, dove, anche se il terremoto non è più al centro dell’attenzione, continua il lavoro di ricostruzione.
Come guarda all’attuale situazione internazionale? Iran, Libano, Gaza. Con il cessate il fuoco si può parlare davvero di pace?
Condivido quanto ha detto il Papa: al momento non possiamo ancora parlare di pace. Tuttavia, almeno si è aperto uno spazio di negoziato. Mi auguro che questo percorso possa evolvere verso una pace autentica, anche grazie a un cambiamento delle leadership e delle dinamiche che hanno alimentato i conflitti. L’intera regione continua a essere profondamente instabile, ma il fatto che si sia avviato un dialogo rappresenta almeno un primo passo. Continuiamo a pregare e a sperare che si possa passare dalla fase negoziale a una pace vera.
Le guerre hanno lasciato ferite profondissime in Medio Oriente. Quali sono oggi le principali urgenze in un’area così vasta?
La prima emergenza è il lavoro. Milioni di persone hanno perso ogni mezzo di sostentamento.
A Gaza, ad esempio, gran parte della popolazione è completamente priva di reddito e dipende dagli aiuti umanitari. Anche in Iran gli attacchi hanno colpito non solo obiettivi militari, ma anche la popolazione civile e le infrastrutture. In Siria, invece, il Paese sta affrontando una fase molto delicata. Da un lato c’è il nuovo quadro politico, segnato dalla presenza di gruppi islamisti al potere; dall’altro c’è il ritorno dei rifugiati, soprattutto dal Libano e dalla Giordania. Molti rientrano nelle loro città, ma trovano case, scuole e servizi completamente distrutti. Per questo
è necessario sostenere il processo di ricostruzione del Paese, aiutando la popolazione a riprendere una vita normale.
E sul fronte sanitario?
Anche qui la situazione è molto grave. Molti ospedali sono stati distrutti e numerose persone non hanno più un punto di riferimento per le cure. Operano diversi centri sanitari della Caritas e di altre organizzazioni, ma i bisogni sono enormi. In Libano la situazione resta critica soprattutto nel Sud del Paese e nella valle della Bekaa. Anche in Siria l’infrastruttura sanitaria è stata devastata: al di fuori delle principali città, molti servizi devono essere praticamente ricostruiti da zero. Sono in contatto, ad esempio, con un ospedale privato di Aleppo, fondato su un terreno della Custodia di Terra Santa da un medico cattolico di origine armena. L’ho aiutato a mettersi in contatto con Caritas ambrosiana e con altri sostenitori affinché possano contribuire al rilancio dell’ospedale.
Quindi oggi la priorità è la ricostruzione?
Assolutamente sì.
La priorità è ricostruire: gli ospedali, i servizi sanitari, le infrastrutture essenziali e le condizioni di vita delle persone.
Accanto alla ricostruzione materiale, però, c’è anche quella umana. Dopo anni di guerra, milioni di persone portano con sé traumi profondi. La salute mentale rappresenta una sfida enorme e dovrà essere una parte fondamentale del percorso di ricostruzione dell’intera regione.