PROVINCIA – C’è un momento, quando si osserva un prato fiorito, in cui lo sguardo si ferma e il cuore si apre: non perché ogni filo d’erba sia perfetto, ma perché la varietà che lo compone crea un’armonia che nessun elemento, da solo, potrebbe generare. La natura non teme la differenza: la celebra, la intreccia, la rende forza. Eppure, quando passiamo dal prato all’umanità, questa verità così semplice sembra sfuggirci.
Da questa semplice osservazione nasce la riflessione di Paola Petrucci, Consigliera di Parità per la Provincia di Ascoli Piceno, la quale anche nella sua professione di consulente aziendale e formatrice si occupa di tematiche legate al lavoro, alle pari opportunità e alle discriminazioni di genere.
Riportiamo di seguito la sua riflessione integrale:
Cosa rende spettacolare un prato fiorito? Il fatto che ogni singolo filo d’erba sia identico all’altro, o la mescolanza di colori, forme e profumi diversi?
Ritengo ovvia la risposta eppure, quando si parla di esseri umani, spesso dimentichiamo questa logica così elementare. Tendiamo a cercare la sicurezza dell’identico, vedendo nella differenza una minaccia invece di una risorsa.
Valorizzare le minoranze e aprirsi all’accoglienza non è un atto di generosità d’altri tempi; è una necessità vitale per la sopravvivenza e la crescita della nostra società.
Mi voglio soffermare su questi temi grazie alla mia amica Maria Letizia che, dopo il mio precedente scritto, mi ha fatto notare che il tema delle minoranze andrebbe rivalutato… sono temi che tratto spesso nei miei discorsi e che vale sempre la pena riprendere.
La prima definizione che viene in mente, parlando di diversità, è di qualcosa che separa un gruppo da un altro, ma la verità è ancora più radicale: la diversità è la legge fondamentale della natura, che si esprime a livello del singolo individuo per renderlo unico.
Ricordo ancora mio figlio al quale, all’esame di Terza Media, chiesero dei gemelli omozigoti e lui rispose che questi erano “praticamente identici” e non identici ed argomentò parlando delle sue compagne di scuola gemelle che inizialmente non distingueva ma, nel tempo, stavano diventando diverse tra loro.
Infatti i gemelli monozigoti condividono lo stesso DNA, crescono nello stesso grembo materno e, spesso, negli stessi ambienti. Eppure, lo conferma la scienza, non esistono due persone uguali. L’epigenetica spiega che le esperienze vissute, i pensieri, persino le piccole scelte quotidiane attivano o spengono i geni in modo diverso e sviluppano impronte digitali distinte, sensibilità differenti, talenti unici e modi propri di guardare il mondo.
Proviamo, allora, a riflettere: se persino chi nasce con lo stesso codice genetico è un’opera d’arte irripetibile, come possiamo pretendere l’omologazione da una società? Sarebbe un controsenso biologico e culturale.
Possiamo allora affermare che ogni persona è una minoranza di uno e che escludere l’altro per la sua diversità significa, di fatto, negare la nostra stessa irripetibile unicità.
Le minoranze – che siano culturali, linguistiche, religiose o di orientamento – portano con sé prospettive uniche. Chi vive “al margine” o fuori dalla maggioranza ha spesso uno sguardo più acuto sulla realtà, capace di cogliere dettagli e soluzioni che a una massa omogenea sfuggono. Una società fatta di sole maggioranze è una società pigra, destinata a ripetere sempre gli stessi schemi.
Se pensiamo ai grandi malintesi storici legati ai flussi migratori e all’incontro con l’altro, proviamo a ricordare la frase “Cercavamo braccia, sono arrivate persone” del filosofo e scrittore svizzero Max Frisch.
Ricordiamo sempre che dietro ad ogni minoranza, dietro ad ogni numero o categoria, ci sono storie, talenti e mondi interiori. Quando accogliamo una cultura diversa o proteggiamo una minoranza sul nostro territorio, non stiamo solo “facendo spazio” a qualcuno: stiamo espandendo i confini del nostro stesso mondo.
Ci vuole intelligenza per accogliere, perché farlo significa fare un passo indietro con la paura e un passo avanti con la curiosità. Non vuol dire annullare chi siamo, ma arricchirlo.
La storia ci insegna che le civiltà più floride e innovative sono sempre nate nei punti di intersezione, dove i popoli e le idee si sono mescolati e ricordo mio nonno che, da sperimentatore, mi ripeteva sempre come “gli incroci esaltano i caratteri positivi”.
L’accoglienza è il termometro della salute morale di una comunità. Una società capace di accogliere e di includere è una società forte perché non teme il confronto. Al contrario, una società che esclude e si chiude a riccio dimostra solo la propria fragilità.
La consapevolezza dell’esistenza di un legame, diretto o indiretto, tra le persone ci rende reciprocamente responsabili e capaci di costruire insieme un futuro collettivo.
Le differenze non sono barriere insormontabili, ma ponti che non abbiamo ancora attraversato e valorizzare le minoranze significa garantire che ogni voce abbia lo stesso peso e la stessa dignità, perché la democrazia o è di tutti o rischia di diventare la dittatura del numero più grande.
Nelson Mandela ha fatto della lotta contro le discriminazioni la missione di una vita e ha detto: “Nessuno nasce odiando qualcun altro per il colore della sua pelle, il suo background o la sua religione. Le persone imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore è più naturale per il cuore umano rispetto al suo opposto.”
Per questo ritengo che scegliere l’accoglienza e celebrare le differenze significa semplicemente scegliere la via più naturale, più umana e più intelligente per camminare insieme verso il futuro.