DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.
Le parole del Vangelo di questa domenica sono abbastanza lapidarie e forse, ad un primo ascolto, anche drastiche.
Leggiamole insieme: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: ”Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me…”».
Facciamo ben attenzione: Gesù non vuole mettersi in concorrenza con gli affetti umani, e tanto meno chiede di essere il primo tra gli amori vissuti, il preferito o l’assoluto.
Qui il termine di paragone è l’amore. Gesù sta dicendo che quando si ama occorre uscire dallo stretto orizzonte dei propri legami di sangue. L’amore, per definizione, non ha limiti, per cui un amore esclusivo, preferenziale, particolare non avrebbe senso.
E Gesù continua ancora: «…chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». La croce non è la disgrazia che Dio ci fa cadere addosso per purificare la nostra vita o la nostra fede, disgrazia che dobbiamo accettare e basta. Portare la croce è la scelta consapevole di donare la nostra vita, ogni giorno, per amore del fratello e nella certezza dell’amore di Dio per noi.
Un esempio di tutto quello che abbiamo detto finora e che magari ci può sembrare inarrivabile e, alle volte, inaccettabile?
Ci viene dalla prima lettura che ci fa incontrare una coppia di coniugi, la donna di Sunem e suo marito. Questa coppia ospita a casa sua il profeta Eliseo ogni volta che questi passa da quelle parti.
La coppia, ci dice la Scrittura, non ha figli: avrebbero, moglie e marito, potuto chiedere ad Eliseo, in uno dei loro incontri, una grazia, un miracolo, un figlio come ricompensa alla loro ospitalità. Ma non lo fanno, anzi, fanno loro qualcosa in più per il profeta e, quella parte di casa che magari poteva essere destinata ai loro figli, la riservano per Eliseo.
La donna e suo marito non hanno vissuto nel rimpianto di non poter avere figli ma quella vita, quell’amore che comunque hanno dentro li hanno donati a piene mani. Non hanno tenuto per loro la propria vita, ma l’hanno messa a disposizione totalmente, permettendo ad Eliseo, sì un uomo di Dio ma pur sempre un estraneo, di entrare nell’intimità della loro casa e della loro storia. Hanno accolto, hanno dissetato, hanno sfamato, hanno condiviso.
«L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio tra le tue braccia», dice loro il profeta. È il contraccambio di Eliseo? Una forma di baratto a mo’ di ricompensa per quanto donato?
No! È il segno evidente, concreto, tangibile che, là dove Dio viene accolto, là dove è aperta la porta al Dio che bussa, proprio là la vita non può che traboccare.
La coppia ha messo nelle mani di Dio la propria vita…e la vita, l’ha davvero trovata.
È proprio vero: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà».
La fedeltà di Dio, cantata dal salmista, è la nostra “garanzia” di una «ricompensa» che non è il premio per il raggiungimento del budget delle buone azioni o delle preghiere recitate o delle messe “ascoltate” ma è certezza di poter «camminare in una vita nuova…viventi per Dio, in Cristo Gesù»: «Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà, perché ho detto: “E’ un amore edificato per sempre”».