SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non solo Ricky Martin ha infiammato ieri, Domenica 21 Giugno 2026, la città di San Benedetto del Tronto. In contemporanea al grande concerto del cantante spagnolo, infatti, in un altro angolo della Riviera delle Palme, precisamente presso la Palazzina Azzurra, la tappa sambenedettese del tour dei finalisti del Premio Strega si è trasformata in una serata intensa, accompagnata dal pubblico delle grandi occasioni ed attraversata da un sentimento di commozione e gratitudine verso chi ha reso possibile, negli anni, questo appuntamento ormai identitario per la città. Un nome su tutti: Mimmo Minuto, i cui parenti erano in prima fila per assistere all’evento.
Il ricordo di Mimmo Minuto, anima culturale della città
Cinzia Campanelli, assessora alla Cultura del Comune di San Benedetto del Tronto, visibilmente commossa, ha ricordato che questa è stata “la prima tappa del Premio Strega senza la figura del caro Mimmo Minuto”, definendo l’evento “uno dei doni più preziosi che lui ha lasciato alla nostra città”.
Dalle sue parole è emerso il ritratto di un uomo che ha dedicato la vita alla “diffusione dell’amore per la lettura”, con “passione, amore, gratuità”.
Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, che cura tutta l’organizzazione del Premio Strega, ha aggiunto un ricordo personale: Minuto fu tra i primi a presentare il suo libro d’esordio, e la sua scomparsa – avvenuta proprio nei giorni precedenti all’uscita del secondo – è stata definita “uno scherzo” che la vita gli ha giocato, lasciando però un’eredità culturale che continua a generare incontri, letture, comunità.
A ricordare il celebre “libraio” – come Minuto amava definirsi – è stato anche lo scrittore Alcide Pierantozzi, il quale ha detto: “Mi fa abbastanza rabbia non avere qui con noi Mimmo che mi vede in cinquina”. Pierantozzi ha sottolineato come Minuto sia stato una figura centrale della sua formazione di lettore e autore: “Quando penso ai primi libri che ho letto, ricordo di averli acquistati da lui e mi viene in mente la faccia di Mimmo”. E ha concluso con una frase che sintetizza il suo legame con la città e con Minuto: “Questa città, a livello culturale, deve molto a Mimmo Minuto. Anzi tutto”.
Alcide Pierantozzi: “Lo sbilico” (Einaudi)
Lo scrittore Pierantozzi è stato il protagonista assoluto dell’evento, a giudicare dalla lunga fila che si è formata alla fine della serata per il firmacopie del suo romanzo “Lo sbilico“, già vincitore di prestigiosi premi letterari italiani. Il libro, entrato nella sestina dei finalisti del Premio Strega e nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello, ha ricevuto un’attenzione speciale dal parte del pubblico. L’assessora Campanelli, in particolare, gli ha rivolto un “in bocca al lupo speciale”. Pierantozzi, infatti, vive a Colonnella, ma è nato a San Benedetto del Tronto. Il suo ritorno nella città natale, davanti ad una platea gremita, ha portato emozioni intense: un autore cresciuto qui, che qui ha trovato i primi pochi lettori e che ora, invece, porta non solo il suo nome sui palchi letterari più importanti d’Italia, ma anche il nome della città nel cuore del panorama culturale nazionale. Nonostante nessuno sia profeta in patria, il pubblico sambenedettese ha mostrato grande calore nei confronti dello scrittore che ha ricevuto l’abbraccio degli estimatori provenienti dall’Abruzzo e dalle Marche.
Il suo romanzo “Lo sbilico” è un racconto ironico e riflessivo sulla vita di provincia e sulle inclinazioni umane. Il protagonista affronta le proprie fragilità, in particolare il tema della malattia psichiatrica e quella costante e precaria ricerca di equilibrio tra desideri e realtà.
Pierantozzi ha raccontato che la sua vita è stata soprattutto un’esperienza linguistica: “Tutti i problemi che ho avuto sono arrivati, ad un certo punto, dalle parole”. La malattia psichica, infatti, altera proprio il legame tra parole e realtà, introducendo sospetto, incertezza, perdita di orientamento.
Lo scrittore ha rivelato anche che la diagnosi di spettro autistico è arrivata tardi e che uno degli indicatori principali era proprio il suo rapporto particolare con il linguaggio: “Uno degli indicatori centrali è stato il rapporto con le parole strane. Nella vita quotidiana ha avuto una bassissima funzionalità in più o meno tutto, ma un’ossessione per le parole, la lettura e la scrittura”.
Pierantozzi ha spiegato come le allucinazioni, le voci, i pensieri stessi sono fatti di parole e questo “rende il linguaggio un territorio fragile, ma anche salvifico”. “Una parola – ha detto – può far precipitare in una crisi psichica, ma – ha precisato – a volte si dimentica che una parola può anche farti uscire dalla crisi”. E ha raccontato un episodio clinico in cui la parola “sospetto” gli ha permesso di ritrovare un confine, un appiglio: “È come se questa parola mi dicesse: stai buono, perché esiste un termine in grado di circoscrivere quello che provi”.
Per saperne di più sullo scrittore Alcide Pierantozzi e sul suo romanzo “Lo sbilico”, leggi qui l’intervista: https://www.ancoraonline.it/2026/06/12/lo-sbilico-alcide-pierantozzi-intervista/.
Gli altri cinque finalisti: voci, storie e visioni
La serata è stata condotta da Giorgio Nisini, scrittore, saggista e professore di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma, che, oltre ad essere stato un autore in gara nel 2011, è ormai da anni collaboratore e promotore del Premio Strega.
Nisini ha presentato al pubblico anche gli altri finalisti del Premio Strega, ciascuno introdotto attraverso un dialogo, un quadro evocativo e un estratto di riflessione.
Teresa Ciabatti: “Donnaregina” (Mondadori)
Assente per motivi personali, la scrittrice è stata presentata attraverso un quadro di Edward Hopper, “I nottambuli“, scelto per evocare l’atmosfera del romanzo: un incontro notturno, sospeso, tra due mondi lontanissimi.
Il libro racconta il confronto tra una giornalista e Giuseppe Misso, figura leggendaria della criminalità napoletana. Il dialogo tra i due diventa un’indagine sulle origini del male, sulle sue ambiguità, su ciò che “nelle nostre anime di notte” si rivela.
Michele Mari: “I convitati di pietra” (Einaudi)
Finito alla ribalta della cronaca per alcune presunte parole offensive nei confronti della defunta intellettuale Michela Murgia, Mari ha partecipato alla serata senza fare un minimo accenno alle polemiche dei giorni scorsi.
Il suo libro, che prosegue regolarmente la corsa verso la finale del 7 Luglio, mette in scena una lotteria biologica crudele: gli ex studenti della 3ª A del liceo Berchet, a Milano, decidono di ritrovarsi ogni anno e di destinare un fondo economico agli ultimi tre superstiti. L’autore spiega che questa scelta narrativa nasce dal desiderio di mostrare come la competizione possa deformare i rapporti umani: “Di colpo diventano avversari, concorrenti, voyeurs ossessivamente in cerca dei segni dell’invecchiamento”.
Eppure, nel finale, emerge “un afflato di vera umanità”.
Matteo Nucci: “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli)
Nel suo libro Nucci ricostruisce la vita di Platone, dall’infanzia nel porto del Pireo fino alla formazione filosofica accanto a Socrate.
Il romanzo intreccia biografia, storia e pensiero, mostrando come la filosofia nasca da una vita attraversata da crisi politiche, tirannidi, ideali traditi e rinnovati.
Nel suo intervento Nucci ha ricordato che Platone fu prima poeta, poi lottatore, e infine filosofo-scrittore: “Scrivere per cercare la verità che a Socrate sfuggiva”.
Ha inoltre sottolineato l’attualità della sua riflessione sulla democrazia, quando parla di “politici parassiti, oligarchi potenti e un popolo che non vota più”.
Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani)
In collegamento da remoto, è intervenuta anche Bianca Pitzorno, la quale ha spiegato che il termine “sonnambula”, che dà il titolo al suo libro, non è una sua invenzione, ma un vocabolo storico legato agli studi sul magnetismo umano tra Settecento ed Ottocento. Il romanzo nasce da un ritaglio di giornale dell’epoca, conservato da sua nonna, che pubblicizzava una vera “sonnambula” a Sassari.
Pitzorno ha raccontato come questa figura fosse socialmente accettata e come le sue profezie fossero considerate una vera e propria merce. Il libro intreccia storie reali tratte da archivi, giornali e documenti dell’epoca, ricostruendo un mondo in cui superstizione, scienza, spiritismo e vita quotidiana convivono.
Elena Rui: “Vedove di Camus” (L’orma)
Ultima ad intervenire è stata Elena Rui ha raccontato che il suo romanzo esplora l’identità sfuggente di Albert Camus, che il 4 Gennaio 1960, muore all’improvviso in un incidente stradale e quattro donne – la moglie Francine e le tre amanti Maria Casarès, Catherine Sellers e Mette Ivers – si ritrovano a fare i conti con l’eredità emotiva e i paradossi dell’amore per l’intellettuale.
Ogni donna conosce Camus in modo diverso, per ruolo, età e intensità del rapporto, e questo genera inevitabili contraddizioni. Il romanzo diventa così una riflessione sul molteplice, sul modo in cui gli altri ci definiscono e su come l’amore – nelle sue forme diverse – contribuisca a costruire e a frammentare un’identità.
“Ogni libro è un viaggio, una possibilità”
La tappa sambenedettese del Premio Strega non è stata solo una presentazione di libri, ma un rito civile, un incontro tra memoria e futuro, tra comunità e letteratura. Un evento che ha ricordato a tutti – come diceva Mimmo Minuto – che “ogni libro è un viaggio, una possibilità”.
In occasione dell’80° anniversario, per la prima volta nella storia del premio, la finale dell’edizione 2026 del Premio Strega si terrà l’8 Luglio in Piazza del Campidoglio, a Roma, in diretta. Ci piace allora ricordare che la prima edizione, nel lontano 1947, fu vinta dal celebre scrittore pescarese Ennio Flaiano con il romanzo “Tempo di uccidere“. Non ci dispiacerebbe affatto se, a distanza di 80 anni, il premio tornasse in Abruzzo, per omaggiare un altro figlio della sua terra, un talento poliedrico come quello del suo illustre conterraneo: Alcide Pierantozzi, che è scrittore, giornalista, sceneggiatore, attore e docente alla Scuola Holden. Un’identità multiforme che trova piena realizzazione nella scrittura, perché, come ha detto lui stesso, essa “ha il potere di restituire dignità alle cose”.
Ad Alcide Pierantozzi va la gratitudine della comunità interdiocesana picena per aver raccontato il dolore che nessuno vuole vedere e soprattutto va un grande in bocca al lupo per la finale del Premio Strega, nella consapevolezza che, comunque vada, il suo romanzo “Lo sbilico”, giunto alla decima ristampa, è già un successo editoriale.



















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