Di Lucilio Santoni
DIOCESI – “Non esiste vascello che come un libro ci sa portare in terre lontane. Né corsiero come una pagina di scalpitante poesia. È un viaggio che anche il più povero può fare senza il tormento del pedaggio. Quanto è frugale la carrozza che trasporta l’anima dell’Uomo”. Sono versi di Emily Dickinson. Parlano di frugalità necessaria, di passione per il mondo attraverso i libri. Sentire il mistero della parola, la sua lontananza dall’oggetto indicato, la ferita che porta con sé, e però trasformare questo struggimento nel ritmo di un’elegia, nel suono di una voce.
Frequentare la biblioteca vuol dire nutrirsi essenzialmente di “pane soprannaturale”, come lo chiamava Simone Weil: “colui che sopporta per un momento il vuoto, o riceve il pane soprannaturale, o cade. Terribile rischio, ma è necessario correrlo; e persino, per un momento, senza speranza”. Quel pane è ciò che può animare qualunque esperienza di vita: l’arte, l’amore, la poesia, il desiderio, la contemplazione, ma anche le normali semplici attività quotidiane; è qualcosa come un raggio di sole fra le nuvole, esce all’improvviso, scuote, trasforma e a volte distrugge ciò che colpisce, poi se ne va, lasciando tutto a soqquadro, da ricomporre continuamente. È un vaticinio che non si avvera, che può solo essere espresso in versi, ragionamenti, lingue di vento, sussurri.
Una sorta di dissipazione dell’intera esistenza, che però tiene il cuore saldo in un dialogo che non finisce: con la saggezza del passato, con un futuro visionario che anela alla vita autentica.
Paesaggi dell’anima bruciati da lampi inattesi e perduti, percorsi da una malinconia incandescente eppure colmi di libertà. Dilaniati dall’angoscia eppure attraversati da esperienze alate e musicali. Fedeli al fondamentale cambio di ausiliare: non avere speranza, bensì essere la speranza. Cioè una nascita continua.
Tutto questo è contenuto in una biblioteca, e molto altro.
Quella di San Benedetto del Tronto, intitolata al letterato Giuseppe Lesca, ne è un ottimo esempio. Un luogo in cui la comunità si ritrova. Moltiplica incontri. Si nutre. Attraverso gruppi di lettura, laboratori di favole, animazioni per bambini, incontri con scrittori e tante altre attività. Grazie alla biblioteca, San Benedetto è “Città che legge”, riconosciuta dal Centro per il Libro e la Lettura del Ministero della Cultura. Un punto fermo spirituale in una città spesso dispersa negli algoritmi della contabilità.
Ci piace, in conclusione, riportare i versi di un grande poeta marchigiano: Francesco Scarabicchi.
I libri vivono vivi, se li senti,
se di loro rammenti odore e forma,
ospiti solitari del cammino,
antiche sentinelle della notte
poggiate l’una all’altra per destino.