MONTEMONACO – Una storia di salvezza, resilienza e rinascita culturale quella raccontata martedì 2 giugno al Museo Sistino di Arte Sacra di Montemonaco, dove si è svolto l’incontro “Oltre il Cratere”, inserito nel programma del Festival dell’Appennino 2026. L’iniziativa, promossa dal Festival dell’Appennino nell’ambito dei Cammini della Rinascita e sostenuta dal Commissario Straordinario alla Ricostruzione Guido Castelli e dal BIM Tronto, ha offerto al pubblico un intenso viaggio nella memoria del post-sisma attraverso testimonianze, immagini e racconti.
L’evento, dal titolo “Il Museo Sistino di Arte Sacra di Montemonaco come porto sicuro. Cronache di opere salvate all’indomani delle scosse”, è nato all’interno del comitato tecnico del Sistema Museale Piceno, con l’obiettivo di raccontare non soltanto il dramma vissuto dalle comunità colpite dal terremoto del 2016, ma anche le opportunità di crescita e rinnovamento che ne sono scaturite.
Ad aprire l’incontro è stata Concetta Ferrara, direttrice del Sistema Museale Piceno, che ha illustrato la genesi del progetto prima di lasciare la parola a Paola Di Girolami, direttrice del Museo Sistino di Arte Sacra di Montemonaco e protagonista del racconto.
«Abbiamo voluto raccontare ciò che è accaduto dopo il sisma, ma soprattutto il cambiamento che quell’evento ha generato nel mondo dei musei e della cultura», ha spiegato la Direttrice Paola Di Girolami. «Le strutture museali hanno dovuto ripensare i propri spazi, i linguaggi e le modalità di accoglienza. Il Museo Sistino di Montemonaco è stato scelto come simbolo di questa esperienza perché, nei giorni dell’emergenza, è diventato un vero e proprio porto sicuro per le opere provenienti dalle chiese danneggiate».
Nel corso dell’incontro la direttrice ha ripercorso le fasi più delicate del recupero del patrimonio artistico dell’area montana dei Sibillini. Se i musei di Montalto delle Marche e Castignano subirono danni diretti, il Museo Sistino di Montemonaco rimase integro e poté trasformarsi in un centro di raccolta e custodia delle opere provenienti dagli edifici colpiti dal terremoto.
Le prime ad arrivare furono le campane delle chiese lesionate. «Erano state per secoli la voce delle comunità, scandivano il tempo delle preghiere e accompagnavano la vita quotidiana delle persone. Dopo il terremoto erano loro ad aver bisogno di essere accolte e protette», ha raccontato direttrice Di Girolami. «Per un periodo il museo era letteralmente pieno di campane, poi iniziarono ad arrivare dipinti, sculture e arredi sacri».
Attraverso immagini e video, il pubblico ha potuto osservare i danni subiti da numerosi edifici religiosi del territorio: dalla chiesa di San Giorgio all’Isola, dove parte di un affresco cinquecentesco andò perduta, alla chiesa di Isola San Biagio con il crollo del campanile, fino alla chiesa di Foce di Montemonaco, gravemente danneggiata nella cantoria della controfacciata.
Particolarmente emozionante il racconto del salvataggio delle celebri lastre medievali provenienti dalla chiesa di San Lorenzo a Vallegrascia. La Soprintendenza ne aveva disposto l’immediata rimozione a causa del rischio di ulteriori crolli. Un video ha documentato la complessa operazione realizzata dai Vigili del Fuoco, che attraverso un articolato sistema di sollevamento riuscirono a mettere in sicurezza le preziose opere e a trasferirle al museo.
La direttrice ha spiegato: «La presenza delle lastre nel Museo ha costituito il punto di partenza per il nuovo progetto di allestimento, concepito per richiamare la distinzione tra lo spazio sacro e quello della comunità. Questa soluzione consente inoltre di realizzare un’area dedicata a convegni e incontri all’interno del percorso museale. Ne deriva un allestimento più flessibile, dinamico e capace di adattarsi a diverse esigenze funzionali. Ho capito che il museo sarebbe diventato un luogo in continua trasformazione, capace di accogliere opere salvate, restaurate e poi restituite alle loro comunità».
Il terremoto, infatti, ha rappresentato anche un’opportunità per ripensare gli spazi museali. Per fare posto alle numerose opere recuperate, venne persino realizzato all’esterno un campanile simbolico destinato ad accogliere temporaneamente alcune delle campane salvate.Un allestimento che consente ancora oggi ai visitatori di suonarle, in attesa del loro ritorno sui campanili. Una scelta che consentì di liberare gli ambienti interni e di riaprire rapidamente il museo al pubblico.
«Sentivo il bisogno di dire che eravamo vivi», ha ricordato Paola Di Girolami. «Il museo non doveva diventare soltanto un deposito di emergenza, ma continuare a essere un luogo di incontro, conoscenza e identità per il territorio».
Ampio spazio è stato dedicato anche ai restauri finanziati grazie ai fondi intercettati dal museo negli anni successivi al sisma. La priorità è stata data alle opere dal forte valore devozionale, come i due crocifissi della chiesa parrocchiale e di Isola San Biagio e la Vesperbild (Madonna Addolorata), restituiti alle rispettive comunità non appena conclusi gli interventi conservativi delle opere e delle Chiese.
Appena riaperte le porte delle chiese, le prime opere a essere restituite furono quelle di valore devozionale.
Tra gli ultimi restauri ricordati figurano il Cristo crocifisso settecentesco con la Trinità e il dipinto della Madonna con Bambino, San Giuseppe, l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo provenienti dalla chiesa di Isola San Biagio, tornati lo scorso mese alla comunità grazie a un intervento sponsorizzato dalla ditta Sardellini di Macerata.
Un lavoro, quello del recupero e del restauro, lungo oltre 10 anni.
L’incontro si è concluso con una visita guidata al museo, oggi considerato uno dei simboli della rinascita culturale dell’Appennino marchigiano. Un luogo che continua a trasformarsi e che, come ha sottolineato la stessa direttrice, «ogni mese appare diverso, perché continua a raccontare una storia viva fatta di tutela, memoria e restituzione».
Un messaggio di speranza e di ricostruzione che ha trovato nel Museo Sistino di Montemonaco il suo emblema più autentico.




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