Di Pietro Pompei
Il 18 aprile del 1948 si fece la prima campagna elettorale dopo l’instaurazione della democrazia. Fu una lotta all’ultima scheda.
Al termine delle ostilità, le condizioni materiali del nostro Paese sono, più ancora che gravi, addirittura tragiche. I nostri maggiori centri urbani sono disseminati di rovine; la marina mercantile ha quasi cessato di esistere; le strade e la rete ferroviaria sono in pessime condizioni. La crisi alimentare è grave. Il processo di riorganizzazione dei partiti politici antifascisti è già in corso. Le forze che faticosamente provano a riorganizzarsi sono le stesse dell’epoca prefascista: Democrazia Cristiana (Dc), Partito Liberale Italiano (Pli), Partito Comunista Italiano (Pci) e Partito Socialista Italiano (Psi).
L’elezione del nuovo presidente del consiglio Alcide De Gasperi (Dc) il 10 dicembre 1945, coincide con la fine della lotta armata al fascismo e l’inizio di un periodo nuovo, con la ripresa della libera e democratica competizione fra le forze politiche.
Il programma di De Gasperi si incentra su due punti fondamentali:
a) ripristinare l’ordine pubblico, anche per tenere a bada le forze di sinistra capaci di mobilitare le masse; b) avviare la ricostruzione materiale ed economica del Paese.
Quanto alla questione istituzionale, invece, la scelta viene affidata ad un referendum popolare.
Il 2 giugno 1946 milioni di elettori furono chiamati alle urne per scegliere tra la repubblica e la monarchia, accusata da più parti di essere stata complice del governo fascista.
In un clima di polemica e tensione (Vittorio Emanuele III, sperando di influenzare le votazioni, ai primi di maggio aveva abdicato a favore del figlio Umberto II), la maggioranza del corpo elettorale scelse la repubblica, anche se larghi strati della popolazione rurale e tutto il Meridione votarono a larga maggioranza per il mantenimento della dinastia Savoia.
Sempre il 2 giugno venne eletta l’Assemblea Costituente, preposta all’elaborazione di una nuova Carta costituzionale.
Si poneva così la parola fine al ventennio fascista e a cinque lunghi anni di guerra: ciò permise di guardare finalmente verso il futuro.
Un mese e mezzo dopo, i voti dei rappresentanti del PCI (Togliatti argomentò tale scelta, dichiarando di non voler scatenare una guerra di religione tra le masse in un paese a maggioranza cattolica) permisero l’approvazione da parte dell’Assemblea Costituente dell’articolo 7 della Costituzione, che regolava i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica, recependo i Patti Lateranensi, stipulati nel 1929 da Mussolini e Pio XI.
Gli accordi comprendevano: un trattato politico col quale viene ufficialmente creato lo stato indipendente della Città del Vaticano, sotto la piena sovranità della Santa Sede;
il papa si impegna a mantenersi neutrale nelle questioni internazionali e ad astenersi dalla mediazione nel caso di conflitti se non specificamente richiesto da tutte le parti in causa:
un concordato che riconosceva il cattolicesimo religione di stato in Italia, definiva una nuova disciplina del matrimonio e dell’insegnamento della religione e un’intesa di natura finanziaria.
Verso la fine della primavera dello stesso anno gli Stati Uniti resero palese il proprio impegno globale, a livello politico-militare, con la Dottrina Truman: “… gli Stati Uniti hanno la supremazia ed il diritto di intervento ovunque nel mondo… gli USA aiuteranno politicamente ed economicamente i Paesi minacciati dal comunismo…”.
Il governo di Washington aveva riconosciuto in Alcide De Gasperi, in visita nel gennaio del 1947 proprio negli Stati Uniti, un leader carismatico ed assolutamente affidabile, su cui contare per gestire la delicata situazione politica in Italia, crocevia strategico nel centro del Mar Mediterraneo. Il segretario della DC ottenne considerevoli aiuti economici, la concessione di crediti a condizioni molto favorevoli e l’assicurazione che non sarebbero mancati celeri rifornimenti di carbone e grano.
Il 18 aprile del 1948 fu il giorno delle prime elezioni generali delle due Camere della nuova Repubblica italiana. Il clima politico era teso e confuso. La campagna elettorale, avvolta da sospetti e dalla paura di ripiombare nel caos della guerra, era infatti giunta al parossismo.
Da una parte la DC, appoggiata economicamente dagli Stati Uniti e dal Vaticano, dall’altra il Fronte Popolare, fortemente voluto dal segretario del PSI Nenni, e sostenuto, soprattutto il PCI, dall’Unione Sovietica di Stalin.
Entrambi gli schieramenti capirono sin da subito che la vittoria sarebbe andata a chi avesse catalizzato il voto popolare, soprattutto nelle campagne e nelle piccole città: si procedette ad
un’intensa propaganda capillare, per convincere l’elettorato delle proprie ragioni e, soprattutto, per screditare la parte avversa. Spesso i manifesti erano attaccati, in molti casi con farina di grano data la scarsità di colla sintetica, gli uni sopra gli altri, in un rincorrersi tra le case in cerca in uno spazio libero su muri che molto spesso portavano ancora le ferite della guerra.
( A cura di Pietro Pompei)