DIOCESI – Il disagio giovanile a volte è un grido d’aiuto silenzioso, altre volte si manifesta attraverso comportamenti violenti. Cosa possiamo fare noi genitori e, più in generale, la comunità educante?
Ne parliamo con il dott. Aceti, psicologo e psicoterapeuta esperto in Psicologia dell’Età Evolutiva, che di recente ha visitato le Diocesi del Piceno per alcuni incontri organizzati dal Centro Famiglia di San Benedetto del Tronto, con cui collabora da anni.
Il dott. Aceti, sposato e padre di due figli, si è laureato in Psicologia all’Università di Padova con una tesi sul valore del gruppo come strumento educativo e terapeutico per bambini e ragazzi. Da sempre impegnato nel campo dell’educazione e della psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza, ha ricoperto il ruolo di direttore di un Centro di Formazione Professionale e di coordinatore scientifico in strutture per persone con disabilità gravi.
Diplomato in Magistero in Scienze Religiose e da anni formatore in scuole, enti, associazioni e anche nella CEI (Conferenza Episcopale Italiana), Aceti p anche tra i fondatori dell’associazione “Parvus”, specializzata in terapie infantili e sostegno alla genitorialità.
Qual è il disagio maggiore che avverte in questo momento nei giovani?
La mancanza di una prospettiva, una speranza per diventare grande. Noi adulti non diamo più speranza ai giovani: questo è il principale disagio degli adolescenti.
Se io ho 15 anni e i grandi mi dicono che questo mondo fa schifo, che tutto va male, che tutto è negativo, allora il rischio è che io mi demotivi, che vada con un sacco di ragazze, che mi droghi, che io non trovi più un senso, una speranza, per vivere. I giovani crescono in un mondo un po’ depresso, narcisista, egocentrico, che non offre prospettive. Quando sentono gli adulti parlare in questo modo, rischiano di perdere motivazione, senso e direzione. Da qui derivano comportamenti di fuga e modelli sbagliati: primeggiare, essere furbi, imitare politici che si insultano invece di costruire, fare la guerra, primeggiare, essere furbi. Tutto il contrario di quello che invece dovrebbe portarci gioia.
Il risultato è una generazione triste, perché l’essere umano prova gioia solo quando compie azioni vere e di senso.
Dunque noi adulti possiamo fare molto. Da dove partire?
Occorre una scelta di campo da parte di noi adulti, ma non solo con i giovani, un po’ con tutto. Siamo chiamati a riprenderci il nostro ruolo educativo, offrendo luce e fiducia.
Pensi che, durante la Seconda Guerra Mondiale, di fronte alla guerra e alla distruzione, una donna, Etty Hillesum, pone una domanda: “Dio, dove sei?”. È la stessa cosa che ci chiediamo anche adesso, in questo momento storico in cui stiamo tornando a vivere certi drammi: “C’è qualcuno che può fare qualcosa?”. Etty Hillesum si dà una risposta nel suo cuore: “Se non lo faccio vivere io Dio, chi lo fa vivere?”. Ecco la risposta alle nostre domande. Se non diamo noi luce, chi la darà? Occorre scegliere di mostrare il positivo e convincerci che la realtà è quella che noi facciamo esistere.
Le faccio un esempio. Se io, prima di presentarle una persona che lei non la conosce, le faccio l’elenco dei suoi difetti, lei si farà un’idea negativa, la tratterà male e si creerà un ciclo vizioso. Se, al contrario, io farò l’elenco dei suoi pregi, lei si farà un’idea positiva, la tratterà bene e si creerà un circolo virtuoso. Questo era il metodo di San Giovanni Bosco, il quale, quando andava a trovare un carcerato, sa che cosa faceva? Si faceva dire dal carcerato quello che lui sapeva fare. Quando questi usciva dal carcere, lo metteva a fare quella roba lì e il carcerato smetteva di delinquere.
A proposito di questo, di fronte ai fatti di cronaca, spesso i giovani sono più giustizialisti di noi adulti. Come mai?
Gli adolescenti ragionano in modo dicotomico: per loro una cosa o è tutta bianca o è tutta nera. Non hanno ancora l’esperienza per distinguere tra punire l’azione e salvare la persona. Siamo noi adulti che dobbiamo guidarli verso una giustizia che rieduca, non che elimina.
Quando sentiamo qualcuno dire che un ragazzo andrebbe messo in carcere e la chiave andrebbe buttata, dobbiamo essere coscienti del fatto che quella è violenza, è perversione, è qualcosa che va contro l’uomo. E questo non va bene, perché Dio ci ha insegnato che la persona è al centro, che la persona va sempre rieducata, che alla persona va sempre data una seconda possibilità.
Questo non significa non condannare l’azione, bensì operare la misericordia. La misericordia non è un atto di debolezza: è un atto di dignità, è un atto di giustizia. Sant’ Ireneo diceva una cosa molto bella, che l’essere umano è una pasta di cose positive e negative. Siamo fatti così. Anche questo mondo è così. Non c’è mai tutto il bene da una parte o dall’altra. Noi siamo intelligenti, se impariamo dagli sbagli che abbiamo fatto, se perseguiamo il bene, sapendo che possiamo anche sbagliare. Ecco perché virtù come la tolleranza, la dignità, il ricominciare, l’imparare dall’errore vanno rimesse al centro.
Ma non sentiamo parlare così, vero? Gli unici che parlano così siamo ancora noi credenti, noi cristiani. Possiamo farlo perché abbiamo un Maestro che ha fatto così. Allora, guardando Lui, impariamo a conoscere le doti che abbiamo. In fondo la vita di ognuno è scoprire le doti che possiede. Poi uno può sbagliare, ma se sa di avere tante doti, le esercita. Se invece tutti gli dicono che è tutto o nero o bianco e che, una volta sbagliato, non si può ricominciare, allora il giovane si sentirà fallito. Ci vuole tanta pazienza per educare i giovani!
La cronaca è spesso segnata da aggressioni, comportamenti antisociali e dinamiche di prevaricazione. Come spiega tutta questa violenza?
Le faccio io una domanda e mi risponda senza stare troppo a pensarci. Che cosa hanno in comune gli episodi di violenza di cui sempre più spesso leggiamo? Prendiamo gli ultimi dieci, per semplificare. La stragrande maggioranza degli atti violenti è compiuta da maschi: il marito che butta giù la moglie dal balcone, il ragazzino che ammazza la ragazzina, lo studente che tenta di uccidere la sua professoressa, … Il 95% dei femminicidi è compiuto da maschi. Il 90% dei criminali è costituito da maschi. Le baby gang, per il 90%, sono formate da maschi. Nelle scuole, il 70% degli studenti di cui i docenti lamentano comportamenti violenti sono maschi. Le azioni mostruose sono compiute, per lo più, da immaturi. Il problema di oggi è l’immaturità. Si diventa maturi con dei modelli, ma purtroppo i maschi di oggi non hanno modelli. I bambini crescono quasi esclusivamente con figure femminili, sia in famiglia sia a scuola, vedendo nove volte meno modelli maschili rispetto a quelli femminili. Senza modelli, non maturano. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Era un bravo uomo e ha fatto quella roba lì!“.
Cosa fare, allora, per far diventare maturi i nostri giovani?
Io ho tre sogni.
In primis la formazione obbligatoria per i genitori nei primi anni di vita del figlio. Mi piacerebbe che in tutti i Comuni d’Italia venisse reso obbligatorio che, quando una mamma o un papà hanno un bambino piccolo, facciano almeno due o tre incontri per sapere come funziona quel bambino lì.
Poi un intervento serio sulla scuola che preveda la formazione per gli insegnanti e le quote azzurre. Mi piacerebbe che il 30% degli insegnanti fosse maschio, almeno nella Scuola dell’Infanzia e nella Scuola Primaria. Poi vorrei che, quando una persona decide di voler fare l’insegnante, oltre a studiare la propria materia, facesse obbligatoriamente almeno tre esami sui bambini, tre sugli adolescenti e tre sulla relazione.
Il terzo sogno ci riguarda da vicino come Chiesa. Mi piacerebbe che ci fosse una formazione psicopedagogica anche per il clero. In tutti i seminari ogni sacerdote, oltre a fare Teologia, faccia almeno tre esami sui bambini, tre sugli adolescenti e tre sulla relazione. Realizzeremo il sogno di San Giovanni Paolo II, il quale, prima di morire, disse: “La via della Chiesa sarà l’uomo“. La vera crisi oggi è la crisi dell’uomo. Noi non conosciamo più come funziona la persona umana. Per uscirne, bisogna riportare l’uomo al centro.
Di recente è stato nella nostra Diocesi per alcuni incontri. Come ha trovato la comunità picena?
Ho trovato una comunità molto viva, che, come tutte le altre che visito – circa 300 all’anno -, ha sete di luce. Io, nel mio piccolo, ho cercato di portarne un po’. Ho incontrato adolescenti, genitori ed insegnanti. Ai ragazzi ho parlato della conquista della libertà e di quali cose aiutino a essere liberi. Ai genitori e agli educatori, invece, ho parlato della bellezza dell’educare.
San Giovanni Bosco, il più grande santo dell’educazione, diceva che tre sono le cose che dobbiamo fare:
- dare il positivo;
- vivere sempre il presente, cercando di dimenticare le ingiustizie che abbiamo ricevuto;
- sostenere … sostenere sempre.
Per fare questo, voglio dare un consiglio pratico a tutti i genitori: non mandate mai a letto un figlio, senza averlo salutato. Anche dopo un rimprovero, bisogna dirgli: “Sono sicuro che domani farai meglio!”. Così il figlio capisce che è amato, non per i risultati che porta a casa, ma perché c’è, perché esiste.