Di Don Francesco Mangani
Oggi, 22 maggio, ricordiamo Santa Rita da Cascia. Della sua vita, in verità, sappiamo pochissimo. Le fonti storiche che possediamo sono piuttosto tarde e iniziano soprattutto a partire dal XVII secolo, anche se è sempre rimasta viva una tradizione orale custodita nel popolo di Dio e nella devozione dei fedeli. Ed è forse anche questo uno dei motivi per cui Santa Rita è diventata una delle sante più amate del cristianesimo: una figura che il popolo ha continuato a sentire vicina lungo i secoli, quasi come una presenza familiare capace di attraversare le sofferenze e le speranze della vita quotidiana.
Rita attraversò infatti molte condizioni dell’esistenza umana: fu donna, sposa, madre, vedova, religiosa e infine santa. La sua santità non nacque fuori dalla vita, ma dentro le sue prove concrete, dentro le ferite, i lutti, le attese e le contraddizioni dell’esperienza umana.
Tuttavia, il rischio che spesso accompagna i grandi santi celebri, soprattutto quando le fonti storiche sono limitate, è quello di conoscere maggiormente la “cornice” piuttosto che il “cuore” della loro santità. Così, nel caso di Santa Rita, si finisce facilmente per ricordare le api, le rose, la stigmate della fronte o gli elementi più prodigiosi e popolari della sua vicenda, senza entrare davvero nel nucleo spirituale della sua esperienza cristiana.
Ma qual è il cuore della santità di Santa Rita da Cascia?
Abbiamo un prezioso indizio. Per comprenderlo meglio dobbiamo idealmente entrare nel monastero di Cascia, accanto al suo santuario, dove visse la sua esperienza religiosa. All’interno di quel luogo si conserva ancora oggi la bellissima cassa solenne che per secoli custodì il corpo della santa: una cassa realizzata pochi anni dopo la sua morte e datata 1457, dunque una testimonianza molto vicina temporalmente alla vita di Rita stessa.
Su questa cassa compare uno dei più antichi ritratti della santa. Rita è rappresentata con la spina tra le mani, simbolo della sua unione alla Passione di Cristo (vedere immagine). Accanto all’immagine si trova anche un epitafio scritto in dialetto umbro antico, una delle testimonianze più importanti della sua memoria, redatto molto probabilmente dalle consorelle che l’avevano conosciuta. Tradotto in italiano corrente, esso recita:
“O beata con fermezza e con virtù, quando fosti illuminata sulla croce, dove ricevesti da Gesù acute pene, lasciando la via mondana e triste per guarire le tue inferme e oscure piaghe in quella passione tanto feroce. Che merito così grande ti fu attribuito, che a te sopra ogni donna fu donato, poiché ricevesti una delle spine di Cristo! Non per un mezzo terreno, non per ricompensa, perché lei non credeva di avere altro tesoro se non Colui al quale si donò interamente. E ancora non ti sembrò di essere pura, tanto che sopportasti la spina per quindici anni per andare verso la vita più felice.”
In queste parole emerge il cuore della vera spiritualità di Rita: la fermezza nella prova e la capacità di attraversare il dolore senza lasciarsi distruggere da esso. Rita abbracciò la croce, salì misticamente su di essa, apparendo come una donna “illuminata” dalla stessa croce. La croce è quindi un paradosso: non elimina la sofferenza, non cancella le ferite, ma le attraversa e le trasfigura: le ferite diventano fessure da cui far passare la luce dell’amore crocifisso. La luce della croce non è dunque un’evasione dal dolore, bensì una trasformazione del dolore stesso dentro l’amore di Dio.
Il testo parla delle “acute pene” ricevute da Rita, e realmente la sua esistenza fu segnata da prove durissime: il matrimonio difficile e violento, l’assassinio del marito, la morte dei figli, le faide familiari che insanguinavano il contesto sociale del suo tempo, l’iniziale rifiuto che ebbe quando decise di entrare in monastero. Dopo aver conosciuto così profondamente il dramma umano, Rita lasciò la “vita mondana e triste” per guarire le proprie “oscure e inferme piaghe” attraverso la contemplazione dell’amore divino.
Qui emerge in modo chiarissimo l’anima agostiniana della sua spiritualità. Quelle “oscure piaghe” riecheggiano il tormento del cuore, l’inquietudine dell’anima, quella profonda irrequietezza descritta da Sant’Agostino nelle celebri parole delle Confessioni: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Rita sperimentò questa inquietudine esistenziale, quel senso di incompiutezza che nasce dalle delusioni della vita, dalla fragilità umana e dall’esperienza del male.
Il coronamento esteriore di questo cammino interiore fu proprio la partecipazione mistica alla sofferenza del Cristo attraverso la spina della Passione. La stigmate è dunque un segno esteriore di una dimensione interiore che Rita viveva: capì che solo accogliendo le spine delle sofferenze altrui e amando sull’esempio di Cristo, ella avrebbe guarito le sue ferite interiori. Per questo la sua fu una vita totalmente donata: Rita infatti nutrì una vicinanza speciale ai malati e ai lebbrosi del suo tempo, così come centrale fu l’ascolto e il conforto che offriva continuamente a chiunque si rivolgesse a lei.
Sicuramente la spina della corona del Signore rappresentò un segno straordinario che attirò l’attenzione di molti. Eppure, nonostante questo, ella non cadde mai nella superbia spirituale. Nessuna ricompensa terrena, neppure straordinaria o soprannaturale, riuscì mai a distogliere il suo cuore dal vero centro della sua vita: l’amore per Cristo crocifisso, unico autentico tesoro della sua esistenza.
La sua vita rimase umile fino alla fine. Ed è significativo che, nonostante quel segno mistico tanto evidente, Rita non si sentisse degna della “vita più felice”, cioè del Paradiso. In questo emerge uno degli aspetti più profondi della santità autentica: quanto più i santi si avvicinano alla luce di Dio, tanto più percepiscono la sproporzione tra la propria piccolezza e l’immensità del mistero divino, tra la propria indegnità e l’immensa misericordia di Dio.
Così avvenne per Santa Rita: tutto ciò che aveva ricevuto non era motivo di vanto. Ella era consapevole che fosse solo puro dono di grazia. Non attribuì nulla a se stessa, ma tutto all’amore di Dio. Ed è forse proprio questa radicale umiltà il segreto più profondo della sua grandezza spirituale.
L’insegnamento di Rita per l’oggi
Tra i vari insegnamenti lasciati da Santa Rita, ve n’è uno che oggi appare particolarmente attuale: non trasformare mai il dolore in odio. Ogni volta che sperimentiamo il fallimento, l’avversione del fratello, l’emarginazione, il sentirci non compresi o addirittura rifiutati, la tentazione più immediata è quella di lasciare che il cuore si indurisca. Rita invece insegna che l’odio non è l’ultima parola. Ella seppe trasformare le proprie ferite in amore.
Viviamo in una società spesso attraversata dalla rabbia, dal conflitto permanente, dalla polarizzazione e dall’incapacità di perdonare. Basta poco perché le relazioni si spezzino, perché l’altro venga percepito come un nemico, perché il risentimento prenda il posto della misericordia.
In questo senso Rita appare sorprendentemente moderna. La sua vita non fu una fuga dal male della storia, ma un attraversamento del male senza lasciarsi consumare da esso. Conobbe la violenza, il lutto, l’ingiustizia e la paura. Avrebbe potuto chiudersi nell’amarezza o nella vendetta, come era normale nel contesto del suo tempo — e, in fondo, anche nel nostro — ma scelse un’altra via: guarire le proprie ferite nel luogo della misericordia di Dio, la Croce.
Offrì il proprio dolore sulla croce di Cristo senza permettere che esso distruggesse il suo cuore; trasformò l’istinto umano, che spesso alimenta l’odio, scegliendo di percorrere la via sublime della carità.
Rimase inoltre profondamente umile. In un’epoca come la nostra, dove tutto tende all’esibizione dell’io, al narcisismo e alla continua ricerca di visibilità, Rita fu una donna che non mise mai se stessa al centro. Persino i segni straordinari che ricevette non alimentarono alcuna forma di vanità spirituale. Santa Rita custodì sempre nel cuore quella “santa indegnità” che accompagna le anime più vicine a Dio: non si sentì mai arrivata o superiore agli altri. Proprio questa umile consapevolezza della propria piccolezza la rese una donna abitata dal silenzio, dalla speranza e da quella bellezza interiore che traspare soltanto da un’anima profondamente illuminata dalla fede.





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