Di laria de Bonis
“Kolwezi si annida nelle nebbiose colline dell’angolo sud-orientale della Repubblica Democratica del Congo. Sebbene la maggior parte delle persone non l’abbia mai sentita nominare, miliardi di esse non potrebbero condurre le loro vite quotidiane se questa città non esistesse». È tra i luoghi più sperduti e poveri del globo, un puntino all’apparenza insignificante, ma economicamente centrale per tutto il mondo. Kolwezi fa gola ai grandi imperi industriali; è la città delle miniere, dell’economia del futuro e delle terre rare. È anche la patria degli schiavi di oggi, però. Da qui arriva (quasi) l’intera produzione mondiale di cobalto, oltre l’80% del totale.
“Il prezzo del progresso”. A scriverne molto estesamente è Siddharth Kara, giornalista indiano e autore di “Rosso Cobalto”, inchiesta-reportage sulle città minerarie del sud ed est della Rdc. Sorta nei primi anni come città mineraria del Lualaba (ex Katanga), Kolwezi è cresciuta attorno ai giacimenti di rame, oro, cobalto e coltan. La vita dei suoi abitanti, compresa quella dei bambini, si gioca tutta nel perimetro della miniera: una vita di scavo, rischio, ricerca e spesso morte. La miniera dà da mangiare (poco) a chi ci vive ed è praticamente l’unica fonte di reddito. Ma c’è anche chi, sul campo, da alcuni anni, si adopera affinché la schiavitù della popolazione locale emerga come grave arbitrio e sia in qualche modo riscattata dagli abitanti stessi. È quanto sta facendo Still I Rise, onlus italiana presente con i suoi progetti dal 2022. Di recente ha pubblicato un report che fornisce una situazione molto dettagliata su Kolwezi, dal titolo “Il prezzo del progresso”. “Il paradosso è evidente: mentre il progresso globale si alimenta di queste risorse, le comunità ne sopportano i costi più duri: terra sottratta, aria contaminata e diritti negati”. Su 900mila abitanti, uno su tre lavora nell’indotto. Lo sfruttamento porta con sé anche sfratti forzati: questi luoghi vengono considerati terra di nessuno, come fossero “disabitati” perché è difficile per la gente dimostrare di avere certificati di proprietà. “Nel 2015 inizia l’espansione della miniera Commus e circa 39mila persone vengono sgomberate o minacciate di demolizione – si legge –. Le compensazioni sono giudicate insufficienti e il processo è poco trasparente”. Abitare dentro una “concessione” mineraria significa dover subire decisioni che maturano altrove e che ridefiniscono l’accesso allo spazio.
- (©Still I Rise)
- (©Still I Rise)
Il riscatto e la scuola. “La maggior parte della gente qui lavora direttamente o indirettamente in miniera”, ci spiega da Kolwezi Fatima Burhan Mohamed, una delle autrici del dossier. “Sono minatori, anche minorenni, oppure donne e intere famiglie che distribuiscono acqua e cibo ai lavoratori”. Case, scuole e quartieri sorgono su terreni formalmente destinati allo sfruttamento: “La città vive così in un equilibrio precario, esposta alla costante possibilità di espansione estrattiva e agli spostamenti forzati”. È su questa precarietà di vita che si gioca il futuro dei bambini: sottrarli alla miniera significa concedere loro una chance di rinascita. “Abbiamo aperto nel 2022 una scuola di emergenza che recupera gli ex bambini minatori – spiega –: l’obiettivo è reinserirli all’interno di un percorso scolastico pubblico affinché si possa spezzare il ciclo di povertà”. Ma l’intento è anche più ambizioso: “Creare e far crescere una nuova leadership del domani: perché fare scuola a Kolwezi non è solo stare in classe e imparare delle nozioni”. Significa ridimensionare i fattori che la impediscono, come i trasferimenti forzati, e dare così manforte alla gente tramite l’assistenza legale. Il lavoro a monte, con le famiglie dei piccoli minatori, è una scommessa che dà i suoi frutti: “Prima dell’arrivo dei bambini a scuola contattiamo una ad una le famiglie, per sapere se sosterranno questo percorso – spiega Fatima –. Forniamo ad ognuna di esse dei pacchi alimentari dello stesso valore che avrebbe garantito il bambino lavorando. Alcune mamme con i soldi risparmiati hanno aperto un piccolo ristorante ed altre attività. Si crea così una economia alternativa. Oltre al cibo, diamo un supporto sanitario e garantiamo il trasporto diretto del bambino da casa a scuola e viceversa”. Un modo per entrare in relazione con la comunità: Still I Rise ha aiutato finora 60 famiglie ad ottenere documenti che attestano la proprietà della casa e della terra. E in collaborazione con Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits Humains, la onlus ha coinvolto i leader comunitari, quelli religiosi e territoriali e tramite loro ha raggiunto circa cinquemila persone che oggi conoscono i propri diritti e sanno come reagire in caso di sfratto. Ma entriamo ancora di più nel tessuto sociale della città.