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San Benedetto, Antonella Roncarolo racconta la vera storia di rinascita di Samba

Antonella Roncarolo

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Con “Eravamo due ragazzi” (Marco Valerio Edizioni), scritto in collaborazione con la Caritas Diocesana di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, Antonella Roncarolo racconta la storia vera di Samba Manneh: un ragazzo partito dal Gambia e sopravvissuto al deserto, alla Libia e al Mediterraneo, in un viaggio segnato dal dolore ma anche dalla forza dell’amicizia e della speranza. Un romanzo intenso e necessario, che restituisce umanità e voce a chi troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso i numeri. Abbiamo incontrato l’autrice per parlare della nascita del libro, della scrittura e delle domande che questa storia lascia dentro il lettore.

Come sei entrata in contatto con la storia di Samba e cosa ti ha convinta che dovesse diventare un romanzo?

Desideravo da tempo offrire il mio contributo come volontaria alla Caritas di San Benedetto del Tronto, perché ho sempre considerato la sua opera di accoglienza una risposta concreta e civile all’emergenza dell’immigrazione e della povertà nel nostro Paese. Mi ha accolta il direttore, don Gianni Croci, che conosceva i miei libri. Mi disse: “Ho un sogno. Vorrei raccontare le storie dei ragazzi che ospitiamo, e mi piacerebbe cominciare da Samba, un giovane del Gambia che vive nella nostra comunità”. Accettai volentieri. All’inizio doveva essere un progetto contenuto, quasi a uso interno della comunità. Quando però ho cominciato ad ascoltare Samba, ho capito che la sua vicenda non poteva restare custodita fra quelle mura. Era una storia universale: parlava di un ragazzo, ma in fondo parlava di tutti noi, della nostra capacità di guardare l’altro e di riconoscerlo. Doveva raggiungere un pubblico più ampio. La casa editrice Marco Valerio ha accolto il manoscritto, e così è nato “Eravamo due ragazzi”.

La voce di Samba nel libro è molto naturale, immediata, quasi orale. Come hai lavorato per restituire autenticità senza tradire la sua esperienza?

È stato, credo, il lavoro più importante e anche il più delicato. Ho cercato di lasciare intatta la voce di Samba: una voce giovane, a tratti dolorosa, a tratti ironica, sempre essenziale. Non volevo addomesticarla con la mia scrittura, né riempirla di parole che non le appartenevano. Allo stesso tempo, però, dovevo offrirle una veste narrativa, una forma che la rendesse opera letteraria e non semplice testimonianza. Ho lavorato per sottrazione, più che per aggiunta. Ho ascoltato a lungo, ho lasciato che fossero le sue immagini, i suoi silenzi, i suoi modi di dire a guidare la pagina.

Nel romanzo il legame tra Samba ed Ebrima diventa il vero motore della sopravvivenza. Che cosa volevi raccontare attraverso la loro amicizia?

L’amicizia come unica forma di salvezza. Non solo per Samba, ma per chiunque, in ogni tempo e in ogni luogo. È una verità antica, evangelica: nessuno si salva da solo. Ebrima, per Samba, è stato tutto: la spinta a partire, il compagno di strada, il sostegno nei momenti in cui le forze venivano meno. Senza di lui Samba non avrebbe mosso il primo passo, e non avrebbe retto i passi successivi. La loro è una di quelle amicizie che il viaggio mette alla prova fino in fondo, e che pagano un prezzo altissimo. Ma è proprio in quel legame, e in ciò che di Ebrima resta dentro Samba che si misura la vera forza dell’amicizia: una presenza che non si esaurisce, e che continua a sostenere anche quando sembra perduta.

La parte ambientata in Libia è durissima, ma non c’è mai compiacimento nella descrizione della violenza. Quanto è stato difficile scrivere quelle pagine?

Dopo mesi di sofferenze attraverso gli Stati dell’Africa subsahariana, è in Libia che comincia il vero inferno per i due ragazzi. Il mio intento era duplice: non spettacolarizzare il dolore e allo stesso tempo restituire fedelmente tutto ciò che Samba mi raccontava. Non avevo il diritto di addolcire né di enfatizzare: dovevo soltanto essere all’altezza della sua testimonianza. La difficoltà più grande è stata quella dell’ascolto. A ogni incontro mi ripromettevo di stare con lui due ore, ma spesso dopo la prima mezz’ora ero costretta a interrompere: era tutto troppo forte. Lui aveva attraversato quell’inferno nella carne, e io facevo fatica solo ad ascoltarlo. Quella sproporzione ha contribuito al rispetto con cui ho affrontato quelle pagine.

Il titolo “Eravamo due ragazzi” contiene già un senso di nostalgia e perdita. Quando è nato e che significato ha per te?

Il titolo, come mi accade sempre, è nato istintivamente. Spesso gli editori impongono di cambiarlo, soprattutto per motivi commerciali; in questo caso, invece, è stato accolto subito, senza alcuna proposta di variazione. Per me racchiude tutto il libro. È l’immagine di due ragazzi che la vita e le frontiere del mondo costringono a crescere troppo in fretta. C’è in quel eravamo un tempo passato che pesa, una giovinezza interrotta, e insieme una tenerezza che non si è spenta. L’immagine di copertina è dell’artista Marisa Korzeniecki, alla quale ho raccontato per caso questa storia. Entusiasta, si è offerta lei stessa di realizzarla: un’immagine bellissima e molto suggestiva, che richiama nei colori il deserto e nelle linee le onde del mare attraversati in queste pagine.

Uno dei momenti più forti del libro è il capitolo “Un piatto senza pane”: un’immagine semplice che diventa devastante. Come è nata quella scena?

Il pane, nella fede e nella tradizione cattolica, è il corpo di Cristo: è nutrimento, è condivisione, è vita. Per questo, quando una vicenda reale lega proprio il pane a un momento di perdita irreparabile, l’immagine si carica da sé di un grande significato.  Il fatto, raccontato da Samba, è esattamente come è accaduto. Io non ho dovuto inventare nulla, né cercare un simbolo letterario. Il simbolo era già lì, dentro la realtà. Mi è bastato accoglierlo, lasciarlo agire sulla pagina con la sua nuda forza. Un piatto senza pane, in quel momento, dice tutto: l’assenza, la fame che non è solo del corpo, e ciò che manca per sempre.

Samba approda in Italia distrutto nel corpo, ma riesce lentamente a ricostruirsi una vita, fino a diventare lui stesso un punto di riferimento per gli altri. Quanto era importante raccontare non solo il viaggio, ma anche il “dopo”?

Era essenziale. Quando si parla di migrazione, il racconto pubblico si carica di immagini negative: violenza, vagabondaggio, problemi sociali. Io volevo raccontare un’altra verità: la bellezza che c’è in ogni essere umano, soprattutto in chi arriva da noi spezzato dalle sofferenze. Per questo non potevo fermarmi allo sbarco. È proprio lì che comincia un altro cammino, meno visibile ma altrettanto faticoso: quello della ricostruzione. In questo, la Caritas ha avuto un ruolo decisivo: non solo accoglienza materiale, ma spazio in cui Samba ha potuto riconoscersi di nuovo. E oggi è lui stesso a tendere la mano ad altri ragazzi che arrivano. Chi è stato accolto diventa, a sua volta, accoglienza.

Attraverso questa storia emergono domande profonde sull’umanità, sulla memoria e sul nostro modo di guardare i migranti. Che cosa speri resti nel lettore dopo l’ultima pagina?

Spero resti un cambio di sguardo. Che il lettore, davanti alla prossima notizia di cronaca, non veda più una folla anonima ma volti, nomi, storie. Che riconosca, in chi arriva da noi, la stessa umanità che riconosce in sé. E spero resti la memoria di Ebrima. Perché ogni ragazzo che non ce l’ha fatta merita di non essere dimenticato, e perché dare un nome a chi è scomparso lungo la strada è già un gesto di giustizia. Se Eravamo due ragazzi riuscirà a custodire questo nome nel cuore di chi lo legge, avrà fatto la sua parte.

 

 

Luigina Pezzoli: