Dopo il ritorno dei Talebani al potere nel 2021, l’Afghanistan è progressivamente uscito dal centro dell’attenzione internazionale, oscurato da altre crisi globali. Dal suo punto di vista di storico e ricercatore, qual è oggi la reale situazione del Paese e quanto stanno incidendo gli attuali equilibri geopolitici del Medio Oriente e dell’Asia centrale sul destino delle minoranze afghane?
L’Afghanistan è un Paese estremamente complesso, che vive un conflitto mutaforme da ormai quasi cinquant’anni. Sebbene cambino, o spesso si mischino, i protagonisti di questi conflitti, le vittime restano sempre le stesse: il popolo dell’Afghanistan. La situazione oggi è tragica. Larghe fasce della popolazione vivono sotto la soglia della povertà e in condizioni vicine alla carestia; i diritti sociali e civili sono di fatto scomparsi; e per più di 20 milioni di donne la condizione attuale può essere definita come un vero e proprio apartheid di genere, con l’esclusione dal lavoro, dalla partecipazione pubblica, dallo studio e dall’educazione. Anche il terremoto dell’anno scorso e le frequenti inondazioni hanno contribuito a peggiorare ulteriormente la situazione. Gli equilibri regionali incidono in modo molto forte. La guerra in Iran, ad esempio, influisce soprattutto sul destino di milioni di rifugiati afghani presenti nel Paese, che nell’ultimo anno hanno visto peggiorare incredibilmente le loro condizioni e, in molti casi, sono stati anche espulsi in maniera violenta. In Pakistan la situazione, considerando anche il recente conflitto proprio con l’Afghanistan, non è sicuramente molto migliore. Anche in quel caso, a pagare il prezzo più alto sono soprattutto i milioni di rifugiati afghani.
Lei si occupa da anni della comunità hazara, una delle minoranze più colpite nella storia contemporanea afghana. Chi sono gli Hazara e quali sono le radici storiche della persecuzione che questa comunità continua a subire tra discriminazioni, violenze e marginalizzazione politica?
Nel suo lavoro ritorna spesso il massacro di Mazar-e Sharif del 1998, uno degli episodi più drammatici della violenza contro gli Hazara. Che cosa accadde in quei giorni e perché, secondo lei, una tragedia di questa portata è rimasta così poco conosciuta e raccontata a livello internazionale?
Nel 2022 ha pubblicato un libro dedicato proprio alla storia e alla condizione della comunità hazara. Di che cosa tratta questo lavoro e quanto la ricerca svolta per il libro ha contribuito anche alla nascita del progetto documentaristico?
Voci dall’Hazaristan è un saggio storico nato tra la fine del 2020 e l’estate del 2022. È un racconto della storia del popolo Hazara. Nasce inizialmente da una pagina Facebook che avevo creato con un obiettivo molto semplice: divulgare, far conoscere la questione hazara e provare a portarla fuori da una nicchia di specialisti o di persone già interessate all’Afghanistan. Poi, progressivamente, quel lavoro di divulgazione si è trasformato in qualcosa di più strutturato, fino a diventare un saggio storico costruito anche attraverso interviste, testimonianze e “voci” di Hazara. Questo per me è un punto importante. Nel libro ho cercato di non raccontare soltanto gli Hazara, ma di lasciare spazio anche alle loro parole, alla loro memoria e alla loro percezione della storia. In Afghanistan esiste da sempre una narrazione dominante, spesso costruita attorno al potere centrale e alle élite politiche ed etniche del Paese, che ha escluso o marginalizzato la storia hazara. Molti passaggi fondamentali, come la persecuzione, la riduzione in schiavitù, le confische delle terre, i massacri e la discriminazione strutturale, sono stati rimossi, minimizzati o raccontati dal punto di vista dei vincitori. Il mio intento è stato sempre quello di provare a ricostruire la storia di una comunità marginalizzata non solo attraverso le fonti ufficiali, ma anche attraverso la memoria, le testimonianze e le voci di chi quella storia l’ha ereditata, vissuta o subita. Dare spazio a queste voci significava anche permettere la costruzione di una contro-narrazione rispetto alla narrazione dominante afghana. Sicuramente Voci dall’Hazaristan è stato un punto di partenza fondamentale. Però il progetto documentaristico nasce soprattutto dopo, durante gli anni di ricerca accademica, di lavoro sul campo e di contatto diretto con la comunità hazara in Europa e nel mondo. Negli ultimi quattro anni ho incontrato rifugiati, attivisti, studenti, famiglie, persone costrette a lasciare l’Afghanistan e a ricostruire la propria vita altrove. Da lì è nata l’esigenza di raccontare non solo la storia della persecuzione, ma anche l’esilio, l’identità, la memoria e la capacità di questa comunità di continuare a esistere, resistere e raccontarsi fuori dall’Afghanistan.
Oggi una parte significativa della comunità hazara vive fuori dall’Afghanistan, dispersa tra Europa, Australia e altri Paesi della diaspora. Lei ha lavorato anche con rifugiati hazara presenti in Italia: che cosa significa vivere un esilio che da condizione temporanea si trasforma progressivamente in una realtà stabile, soprattutto per le nuove generazioni?
Provo sempre a rispondere con una certa cautela e specificando una cosa a cui tengo molto: io posso studiare l’esilio, posso ascoltarlo, posso raccontarlo, posso provare a fare da messaggero di questa condizione, ma non posso pretendere di spiegarlo fino in fondo come se lo avessi vissuto sulla mia pelle. Per fortuna, nella mia vita, non ho mai conosciuto l’esilio. E considerando il mondo in cui viviamo oggi, mi ritengo anche molto fortunato a poterlo dire. Non siamo poi così tanti, nel mondo, a poter dire di non aver mai dovuto lasciare la propria casa per guerra, persecuzione, povertà o paura. Quello che posso dire, però, è che attraverso il lavoro di ricerca, le interviste e il contatto con tante persone hazara in Europa e nella diaspora, ho capito quanto l’esilio non sia mai soltanto uno spostamento geografico. Non significa semplicemente andare via da un Paese e arrivare in un altro. Significa portarsi dietro una storia, una memoria, una lingua, una famiglia spesso divisa, una ferita, ma anche una responsabilità. Nel caso degli Hazara questa responsabilità è molto forte, soprattutto per le nuove generazioni. Molti giovani crescono in Europa, in Australia o in altri Paesi della diaspora, studiano, lavorano, si integrano, costruiscono nuove vite, e allo stesso tempo sentono il bisogno di non perdere il legame con la propria storia. Devono trovare un equilibrio difficile: essere parte delle società in cui vivono, senza però cancellare la propria identità, la propria memoria e il legame con l’Afghanistan. Credo che oggi l’esilio sia anche qualcosa di diverso rispetto al passato. Non è più soltanto una separazione netta tra un “prima” e un “dopo”, tra il Paese lasciato e il Paese di arrivo. È un esilio continuamente connesso. Le persone vivono in Italia, in Germania, in Finlandia, in Australia, ma restano ogni giorno in contatto con familiari, amici, notizie, immagini, lutti, paure e speranze che arrivano dall’Afghanistan. I social, le videochiamate, le mappe satellitari, le reti digitali tengono aperto un legame costante con il luogo da cui si è partiti. E questo rende l’esilio ancora più complesso. Da una parte permette di non perdere del tutto il contatto con la propria casa, con la propria comunità, con la propria memoria. Dall’altra, però, rende impossibile staccarsi davvero dal dolore. Si vive in un luogo sicuro, magari si studia, si lavora, si prova a costruire un futuro, ma intanto si continua a seguire quello che accade nel Paese d’origine, spesso con un senso enorme di impotenza. Per questo credo che l’esilio hazara vada raccontato non come una condizione temporanea, ma come una realtà che rischia di diventare stabile, quasi ereditaria. Per molti non è più una parentesi, ma una forma di vita. E per le nuove generazioni la sfida è proprio questa: integrarsi pienamente, vivere il presente, costruire futuro, ma allo stesso tempo custodire una memoria collettiva e impedire che la storia del proprio popolo venga dimenticata.
Dopo anni di ricerca accademica e lavoro sul campo, ha scelto di trasformare questo percorso in un documentario. Perché ha sentito l’esigenza di utilizzare il linguaggio cinematografico per raccontare questa storia e quale approccio narrativo avete scelto per affrontare temi delicati come memoria, trauma ed esilio?
Il documentario nasce da un’esigenza molto semplice: portare questa storia fuori dagli spazi accademici. La ricerca storica è fondamentale, perché permette di ricostruire i fatti, dare profondità, evitare semplificazioni. Però non sempre riesce ad arrivare a un pubblico ampio. Il linguaggio cinematografico, invece, può fare una cosa diversa: può rendere visibile una storia, può farla sentire, può avvicinare persone che magari non leggerebbero mai un saggio o un articolo accademico. Con Omid l’idea è proprio questa: usare il cinema come forma di divulgazione, ma senza perdere il rigore del lavoro di ricerca. L’arte, quando è costruita con responsabilità, può aiutare a raccontare storie difficili senza banalizzarle. E soprattutto può farlo attraverso le persone, i loro volti, le loro parole, le loro vite quotidiane. L’approccio narrativo che abbiamo scelto parte infatti dalle storie dei protagonisti. Non vogliamo spiegare dall’alto che cosa siano l’esilio, la memoria, l’identità o l’integrazione. Vogliamo far emergere questi temi attraverso le esperienze concrete di chi li vive: giovani, famiglie, rifugiati, attivisti, persone che hanno lasciato l’Afghanistan e stanno cercando di ricostruire altrove una vita, senza perdere il legame con la propria storia.
Nel documentario emerge non soltanto la sofferenza di una comunità perseguitata, ma anche la capacità degli Hazara di preservare la propria identità, costruire reti e integrarsi nelle società di accoglienza. Quanto è importante oggi superare una narrazione esclusivamente vittimistica e raccontare anche la resilienza di questo popolo?
È fondamentale. Raccontare una comunità perseguitata soltanto attraverso la sofferenza rischia, paradossalmente, di diventare un’altra forma di riduzione. Se una persona viene raccontata sempre e solo come vittima, a un certo punto si smette quasi di vederla nella sua interezza. Si vede il trauma, si vede la ferita, si vede la persecuzione, ma non si vede più la persona. Per questo credo sia importante raccontare anche le storie, le relazioni, la quotidianità, i piccoli particolari. Come si ricostruisce una vita dopo l’esilio, come si mantiene una lingua, come si trasmette una memoria ai figli, come ci si integra in una società nuova senza perdere il legame con la propria identità. Sono elementi apparentemente piccoli, ma in realtà fondamentali per capire una storia più grande. Nel caso degli Hazara, poi, la resilienza non va raccontata come una formula retorica o consolatoria. Non si tratta di dire semplicemente “hanno sofferto, ma sono forti”. Si tratta piuttosto di mostrare come, nonostante persecuzioni, esclusione, esilio e violenza, questa comunità continui a costruire reti, a studiare, a organizzarsi, a raccontarsi, a preservare la propria cultura e a immaginare futuro. Per me questo è decisivo anche dal punto di vista narrativo. Il documentario non deve restituire solo il dolore, ma la complessità delle persone. Perché sono proprio i dettagli delle vite individuali, spesso, a farci capire meglio il quadro generale. Attraverso una storia personale si può arrivare a comprendere qualcosa di molto più ampio: una condizione collettiva, una memoria storica, una diaspora, un popolo.
Parlando di Afghanistan e di crisi umanitarie spesso dimenticate, che ruolo possono avere oggi la Chiesa cattolica e la diplomazia pontificia nella promozione del dialogo, della tutela delle minoranze e dell’attenzione internazionale verso queste realtà?
Credo che la Chiesa cattolica e, più in generale, molte realtà religiose e associative abbiano avuto e continuino ad avere un ruolo fondamentale, soprattutto sul piano dell’accoglienza, dell’integrazione e della protezione concreta delle persone più vulnerabili. In Italia, penso per esempio al lavoro fatto con i rifugiati, con i corridoi umanitari, con l’accompagnamento delle famiglie, con l’inserimento sociale e spesso anche con un sostegno quotidiano che non è solo materiale, ma umano. Molte volte queste realtà finiscono per colmare vuoti enormi lasciati dalle istituzioni. Non lo dico in modo polemico, ma come dato di fatto: in tanti territori, senza il lavoro di associazioni, parrocchie, volontari, Caritas e reti di solidarietà, il sistema di accoglienza e integrazione sarebbe molto più fragile. C’è poi un altro aspetto che considero importante: spesso questo lavoro viene portato avanti da persone che operano su base volontaria, o comunque con risorse limitate, affrontando situazioni delicatissime. Parlare di rifugiati, minori, famiglie separate, traumi, persecuzioni e vulnerabilità significa entrare in vite molto complesse. Eppure, in molti casi, sono proprio queste reti a garantire ascolto, orientamento e continuità. Per quanto riguarda l’Afghanistan e le minoranze perseguitate, credo che la Chiesa e la diplomazia pontificia possano avere anche un ruolo importante nel tenere viva l’attenzione internazionale, promuovendo dialogo, protezione delle minoranze, difesa della dignità umana e attenzione verso crisi che rischiano di essere dimenticate.