DIOCESI – Riportiamo le parole del Prof. Nicola Rosetti in occasione della commemorazione organizzata dai Musei Sistini del Piceno in occasione degli 80 anni della morte di don Francesco Sciocchetti.
«Do il benvenuto a nome dei Musei Sistini del Piceno a questo momento commemorativo in occasione degli 80 anni della morte di don Francesco Sciocchetti nel quale ricorderemo anche suo fratello Luigi. L’evento che oggi proponiamo sarà rinnovato in perpetuo ogni anno la prima domenica di maggio e questo perché i Musei Sistini vogliono nel loro piccolo togliere la patina di oblio che si è stratificata su queste due straordinarie figure, in particolare su Luigi: infatti, se la Città di San Benedetto del Tronto ha onorato Francesco Sciocchetti intestandogli una piazza e un monumento (quello al molo sud), nulla si è fatto per suo fratello. Analoga sorte è toccata a un altro sambenedettese di talento, Giuseppe Pauri e purtroppo lunga sarebbe la lista di situazioni analoghe. Si ha l’impressione che a San Benedetto la dimenticanza non sia occasionale, ma strutturale: mancano, ad esempio, statue che mostrino alla popolazione i concittadini benemeriti o eventi che valorizzino i beni artistici – che non mancano – della Città. In questo clima di vuoto, i Musei Sistini sentono il bisogno di porsi al servizio della Città nella certezza che nel passato sono le radici del nostro futuro e con questo spirito andiamo oggi a raccontare la vita e l’opera dei fratelli Sciocchetti.
Mi corre l’obbligo di ringraziare la Direttrice dei Musei Sistini del Piceno Paola Di Girolami, la Dottoressa Aura Nepa per la consulenza artistica, il Direttore dell’Ancora Simone Incicco per la comunicazione e Manrico Urbani per aver portato due opere di don Luigi Sciocchetti.
Don Luigi Sciocchetti
Don Luigi Sciocchetti nacque a Ripatransone nel 1878 ed era di 15 anni più giovane di suo fratello Francesco. Fra queste due nascite ci furono quelle di altri tre fratelli. Luigi divenne sacerdote nel 1901 e per interesse di Pio X (1903-1914) entrò nella bottega di Ludovico Seitz (1844-1908) un personaggio fondamentale per la storia che stiamo raccontando.
Ludovico Seitz era figlio di Alexander Maximilian Seitz e come suo padre aderì alla corrente artistica dei Nazareni, ovvero quei pittori tedeschi dei primi dell’Ottocento venuti in Italia e attivi principalmente a Roma che si ispiravano nella loro produzione artistica al Quattrocento italiano e in particolare al Beato Angelico, a Filippo Lippi, a Luca Signorelli, a Perugino e a Raffaello, avendo a cuore temi religiosi e patriottici. Massima espressione dei Nazareni fu la decorazione del Casino Giustiniani Massimo Lancellotti al Laterano con storie della Divina Commedia, dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata.
Da parte sua Ludovico Seitz – che sarà anche maestro di un altro grande pittore sambenedettese ovvero Giuseppe Pauri (1882-1949) – dipinse a Roma fra il 1877 e il 1880 la Cappella di San Giovanni Nepomuceno in Santa Maria dell’Anima e fra il 1882 e il 1888 la Galleria dei Candelabri dei Musei Vaticani nella quale per volontà di Leone XIII (1878-1903) esaltò la filosofia di San Tommaso d’Aquino. Fra il 1892 e il 1902 decorò la Cappella dei Tedeschi nel Santuario di Loreto e infine lavorò alla decorazione di alcune cappelle nel Santuario di Sant’Antonio di Padova fra il 1894 e il 1906. In questi suoi lavori Ludovico Seitz fu affiancato dal nostro don Luigi che però fra il 1905 e il 1907 dovette trasferirsi per motivi di salute in California.
Al suo ritorno don Luigi Sciocchetti profuse tutte le sue forze per decorare l’interno di Santa Maria della Marina ispirandosi fortemente alla chiesa romana di San Giovanni dei Fiorentini progettata da Jacopo Sansovino. Riassemblò gli altari provenienti dalla demolita chiesa di San Filippo in Ascoli Piceno e dalla sconsacrata chiesa di Sant’Agostino in Ripatransone. Costruì la Cappellina della Madonna di Lourdes, apponendo al suo ingresso la Madonna della Marina, per la quale posò una giovane, figlia del notaio Filassi. Durante l’ampliamento della chiesa della Marina avvenuto negli anni ’70 non si tenne conto del valore di questo dipinto che finì dimenticato in un magazzino, fino a quando, per interesse dei parenti di don luigi, fu poi restaurato e collocato nel monumento commemorativo dei fratelli Sciocchetti, realizzato nel 1986 dall’artista offidano Aldo Sergiacomi.
Ad Acquaviva dipinse la Cappella del Cristo Morto nella chiesa di San Nicolò. Nel 1919 dipinse la Cappella del Santissimo Crocifisso all’interno della Chiesa di Sant’Angelo a Montalto. Nel 1924 don Luigi Sciocchetti – dopo aver realizzato la sua ultima opera in Italia, ovvero la decorazione della chiesa del Crocifisso ad Ascoli – si stabilì in modo definitivo negli Stati Uniti e in particolare in California, insieme ai suoi fratelli. Qui ha decorato la chiesa di San Giuseppe a San José e ha realizzato un trittico per la chiesa di St. Paul a San Francisco, la stessa chiesa dove è stata girata Sister Act.
Dopo una vita passata a dare gloria a Dio tramite il suo talento artistico, si spense il 9 maggio 1961 a San Francisco in California.
Il Museo di Arte Sacra di Via Pizzi conserva due opere di don Luigi. La prima è costituita da quelli che sembrano gli sportelli – olio su tela – di un tabernacolo: Sulle ante ci sono due angeli: quello di sinistra è un cherubino (angelo dell’intelligenza divina) con le ali blu, mentre quello a destra è un serafino (angelo dell’amore di Dio) e ha le ali rosse. Entrambi hanno dei gigli in mano.
Il tronetto per l’esposizione del Santissimo Sacramento è un capolavoro pieno di citazioni ricche di significato: la cupola è ispirata a quella di Santa Maria del Fiore e ha le tegole a squame come la Basilica di Santo Spirito, entrambe opere di Brunelleschi che nei loro nomi evocano in qualche modo il Mistero dell’Incarnazione. Le colonne sono una citazione puntuale di quelle dell’Altare del Sacramento in San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma, mentre i pilastri e il cornicione richiamano quelli della chiesa della Marina. Tutta l’opera sembra suggerire questo: quel Gesù che nacque da Maria per opera dello Spirito Santo è lo stesso che è presente nel pane consacrato nelle nostre chiese. Completa l’opera una raffigurazione di Gesù con i discepoli di Emmaus.
Don Francesco Sciocchetti
Don Francesco Sciocchetti nacque a Ripatransone il 15 settembre 1863. Per collocare storicamente il personaggio ricordiamo che l’Italia era diventata uno stato unitario da soli due anni. Il suo legame con San Benedetto ebbe inizio nell’estate 1886, quando il novello sacerdote – aveva celebrato la sua Prima Messa il 20 giugno 1886 – venne per prestare il suo aiuto in occasione di un’epidemia di colera che aveva colpito la Città, provocando la morte di 179 persone. Essendosi prodigato così tanto, venne nominato parroco di Santa Maria della Marina il 31dicembre 1889: si tenga però presente che al tempo l’edificio della vecchia chiesa si trovava all’imbocco dell’attuale Via Crispi, mentre la “Chiesa Nuova” era in costruzione.
Il 6 luglio 1897 un’altra sciagura colpì la nostra Città: una forte alluvione provocò la morte di quattro sambenedettesi e ingenti danni economici. Anche la vecchia chiesa della Marina divenne inagibile e verrà demolita nel maggio del 1899: la parrocchia si trasferì provvisoriamente presso la chiesa di San Giuseppe, fino a quando avverrà l’inaugurazione della Chiesa Nuova il 4 aprile 1908. Anche in questa drammatica circostanza don Francesco non risparmiò energie per aiutare la popolazione.
Furono molteplici le sue iniziative, sia in campo religioso che sociale. Nel 1891, in occasione del terzo centenario della nascita di San Luigi Gonzaga, fondò l’associazione giovanile dei “Luigini”, composta da chierichetti e cantori, di cui fece anche parte Giacomo Bruni, futuro sacerdote passionista che la Chiesa ha proclamato “venerabile”. Nel 1893 fondò l’associazione di mutuo soccorso Società di San Giuseppe nella quale riunì fino a 400 fra contadini e operai sotto il motto “Religione, lavoro, Risparmio”. Fondò poi nel 1896 la Società Operaia; nel 1898 il Magazzino Sociale per la rivendita a prezzo di costo di generi alimentari di prima necessità e, sempre nello stesso anno, la Libreria San Giuseppe in Via XX Settembre dotata anche di una macchina tipografica, affidandone la gestione al fratello Andrea; nel 1902 la Società per la Pesca e Società Femminile di Mutuo Soccorso Madonna del Rosario. Questa sua intensa attività lo porterà nel 1902 a far parte del Comitato Regionale delle Società Cattoliche Marchigiane, presieduto dal Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, autore del celebre “Patto Gentiloni” del 1913 che segnerà il ritorno dei cattolici in politica al fianco dei liberali in chiave antisocialista. Ricordiamo ora le due opere più significative che lo hanno reso particolarmente benemerito nella nostra Città: nel 1908 inaugurò la Chiesa Nuova per la quale aveva speso tutte le sue energie negli ultimi anni, mentre nel 1912 varò il San Marco, primo motopeschereccio in Italia.
Siamo alla fine dell’Ottocento e il giovane Regno d’Italia non aveva neppure 30 anni. Esso era sorto in opposizione alla Religione del popolo e anche grazie alla conquista dello Stato Pontificio. A tre decenni dalla sua nascita la polemica anticlericale non era affatto sopita, anzi, imperversava in modo virulento anche nella nostra Città e si abbatté contro il nostro Parroco. Infatti nel 1895 si tennero le elezioni politiche e i liberali cercavano di impedire le processioni religiose, di far suonare le campane, non concedevano incarichi pubblici agli iscritti alle confraternite e giunsero a chiudere la Società di San Giuseppe.
Non meno violento e ostile era l’attacco da parte dei socialisti che davano sfogo alla loro verve anticlericale attraverso Il Piccolo Sambenedettese, giornale fondato nel marzo del 1904 (durò solo 5 mesi) diretto da Vincenzo Lozzi che firmava i suoi articoli con lo pseudonimo Vuelle. Egli era anche presidente della locale Società Operaia di ispirazione socialista (che aveva sede nei pressi della stazione ferroviaria) e riteneva inconciliabili Religione e Lavoro: per questo nei suoi articoli iniziò ad attaccare frontalmente e con parole molto pesanti don Francesco e le sue iniziative e questi fu costretto a querelarlo. Dalle ceneri de Il Piccolo Sambenedettese nacque nel marzo del 1906 La Voce del Popolo che sarà editato fino al 1911 da un altro fiero avversario di don Francesco: l’avvocato Gioacchino Palestini.
Per opporsi a questo clima di odio proveniente dai liberali e dai socialisti – che definì “Novello blocco Erode-Pilato – don Francesco iniziò a pubblicare dal 1º gennaio 1905 un quindicinale, divenuto l’anno successivo un settimanale, al quale diede il significativo nome de L’operaio volendo intendere che fra Religione e Lavoro non c’è alcuna opposizione, come invece sostenevano i suoi avversari. Don Francesco firmerà i suoi articoli con lo pseudonimo Fides.
Sono tante e di colore le scaramucce fra gli anticlericali e il nostro energico parroco e sembrano anticipare di alcuni decenni quelle descritte da Giovannino Guareschi e che hanno come protagonisti Peppone e Don Camillo. Raccontiamone alcuni. Il giornalaio Romolo detto “Canarone” doveva essere un uomo particolarmente agitato e provocatore: infatti si avvicinava spesso alla chiesa urlando e bestemmiando mentre don Francesco celebrava la Santa Messa ed è lo stesso che trascinò il nostro sacerdote in tribunale. Infatti nel 1900, per rispondere all’appello di Leone XIII, don Francesco eresse la croce che domina la nostra Città e Romolo il Primo Maggio issò sulla croce una bandiera rossa, prontamente rimossa da don Francesco che per questo fu denunciato. Durante il processo al magistrato che gli chiedeva dove fosse finita la bandiera, il prete rispose che l’aveva messa nell’unico posto dove doveva stare: in un letamaio!
Ma non fu l’unico processo che don Francesco dovette affrontare. Infatti Vincenzo Lozzi, non pago di dargli tedio dalle colonne del suo giornale, lo portò in tribunale con l’accusa di aver dissuaso i giovani dal frequentare la Scuola Festiva Diurna Comunale istituita con la Legge 8 Luglio 1904 che nelle sue intenzioni si doveva svolgere nelle stesse ore del Catechismo: le istituzioni, impregnate da forte spirito anticlericale, volevano impedire in ogni modo l’attività evangelizzatrice della Chiesa e per questo testimoniò contro il parroco anche il Sindaco Gino Moretti. Anche da questo processo don Francesco fu assolto con formula piena.
Ogni mezzo era ritenuto evidentemente lecito dai suoi avversari pur di infastidire il nostro prete addirittura fecero istallare nel 1905 un vespasiano sotto le finestre della sua casa…
Nel 1907 a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, per iniziativa della Società Operaia furono poste due targhe commemorative nei luoghi di San Benedetto dove soggiornò Giuseppe Garibaldi. Furono queste occasioni per rinverdire la polemica anticlericale e l’Avvocato Gioacchino Palestini ne approfittò per lanciare strali contro «il Dio dei preti», ma, dopo aver lanciato il suo insulto – nota con ironia don Francesco – l’avvocato dovette terminare il suo discorso nel Teatro Comunale a causa di un improvviso scroscio di pioggia!
Nel 1910 Don Francesco fu chiamato a benedire avendo come sottofondo l’inno del lavoratori due imbarcazioni dai nomi sinistri: Ciro Menotti – eroe risorgimentale iscritto alla società segreta chiamata Carboneria – e Giordano Bruno, frate domenicano bruciato al rogo per eresia nel 1600. I nemici di don Francesco lo presero in giro affermando che i preti sono incoerenti: prima diedero a Giordano Bruno il fuoco e ora si apprestano a darsi l’acqua!
Trasferitosi negli Stati Uniti nel 1920, don Francesco continuò a spendersi per gli altri e in particolare per gli immigrati. Si spense il 3 maggio 1946 e mi piace pensare che le sue ultime parole siano state quelle che l’apostolo Paolo scrisse a Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”»
La Santa Messa
Al termine della Commemorazione i convenuti hanno partecipato alla Santa Messa delle ore 11.00 nella quale il Parroco don Patrizio Spina ha ricordato le figura di don Luigi e di don Francesco affermando che le loro opere, poiché sono state compiute con amore, non passeranno mai.