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Una delegazione di docenti di religione delle diocesi del Piceno da Papa Leone

Di Paride Petrocchi

DIOCESI – Sabato 25 aprile siamo partiti alle 2.30 di notte da Grottammare. Il pullman ha risalito la costa raccogliendo i colleghi uno per uno, circa 25 docenti dall’infanzia alla secondaria di secondo grado di entrambe le Diocesi del Piceno, dalla riviera alla vallata, fino ad Ascoli – e poi ha imboccato la Salaria verso Roma.

Era un viaggio intimo, fatto di sonno leggero e finestre appannate, di qualcuno che parlava sottovoce e qualcun altro che guardava scorrere il buio. Non c’era solennità, ma c’era qualcosa di più grande: uno stupore tranquillo, un’emozione che non aveva ancora trovato le parole giuste.

Roma è apparsa all’alba. I primi raggi di sole baciavano il Tevere e il Cupolone si stagliava contro un cielo ancora indeciso tra la notte e il giorno. È uno di quei momenti in cui ci si rende conto di essere diretti verso qualcosa che vale la pena di raggiungere.

Lì, ad attenderci c’era la professoressa Giuseppina Mozzoni e Lillina Agostina, rispettivamente direttrice e vicedirettrice dell’Ufficio IRC della diocesi truentina che erano a Roma dal giovedì per l’annuale incontro tra responsabili IRC.

L’inizio

Il nostro gruppo era arrivato per la parte finale del III Meeting Nazionale dell’insegnamento della Religione Cattolica, promosso dalla CEI – l’udienza con Leone XIV, momento conclusivo di tre giorni di lavori.

Il viaggio era stato organizzato dagli Uffici IRC delle Diocesi del Piceno. Il titolo scelto per il Meeting era una frase del cardinale Newman, proclamato da Leone XIV co-patrono del mondo educativo: Cor ad cor loquitur. Il cuore parla al cuore.

Quando le porte dell’Aula Paolo VI si sono aperte, l’interno sembrava già respirare. Settemila insegnanti di religione cattolica provenienti da ogni angolo d’Italia avevano preso posto sulle file di sedie di legno, chi con la borsa sulle ginocchia, chi con un taccuino già aperto, chi — lo sguardo leggermente perso verso l’alto — come in attesa di qualcosa che non si sa esattamente come chiamare.

A dare il via alla mattinata è stato Mons. Baturi, con una preghiera raccolta, priva di retorica. Il tipo di inizio che prepara davvero, invece di riempire il silenzio. Poi era salita la musica.

A cantare erano stati i The Branches — un gruppo di giovani marchigiani, di Jesi, in provincia di Ancona. La loro storia ha un’origine precisa: la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia del 2016. Qualcosa, in quei giorni polacchi, deve aver acceso qualcosa — e al ritorno, quei ragazzi avevano cominciato a cantare. Il brano scelto per l’occasione era Ocean degli Hillsong, con quell’onda lunga di affidamento che la canzone porta con sé. Un inizio appropriato, per una mattina dedicata all’ascolto.

Il fuoco e il mondo

Prima dell’arrivo del Papa, la parola era andata ad alcuni relatori. Tra loro Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, che aveva detto una cosa semplice e difficile allo stesso tempo: bisogna essere fuoco, non soltanto averlo. Il fuoco si trasmette per contagio. Un insegnante che lo possiede ma non lo è, nella sostanza, non lo passa a nessuno.

Qualcuno aveva aggiunto, quasi en passant, che un buon insegnante di religione è quello che va spesso al cinema e legge tanti romanzi. Detto così, potrebbe sembrare una licenza. Ma il senso era preciso: chi vuole portare il mondo nelle aule deve prima abitarlo davvero, con curiosità e apertura, senza starsene al riparo.

Era intervenuta anche la prof.ssa Maria Raspatelli, con parole che avevano fatto risuonare qualcosa di concreto nella sala: nell’ora di religione non si parla dei problemi dei ragazzi. Si fa entrare il mondo nelle aule, affinché loro non siano indifesi. Non terapia, non supporto psicologico travestito da lezione: cultura, incontro, apertura. Il primo strumento, aveva concluso, è l’ascolto di sé — e poi, solo poi, l’ascolto dell’altro.

C’era stato anche un cortometraggio prodotto da Rai Cinema: Ora libera. La storia di un nuovo insegnante di religione e di Filippo, un ragazzo. La sala era silenziosa nel modo in cui si è silenziosi davanti alle cose vere.

Il Papa

Poi è cominciata l’attesa. E con l’attesa, l’adrenalina – quella particolare tensione che sale lentamente, si accumula, si diffonde da una fila all’altra senza bisogno di parole. Settemila persone che trattengono il fiato, ciascuna con la propria storia, il proprio carico di anni di cattedra, di classi difficili, di mattine in cui si entra in aula senza sapere bene cosa ci aspetta.

Tutti lì, insieme, per la prima volta davvero insieme — non solo nello stesso luogo, ma nello stesso sentimento. Si avvertiva, nell’aria, quel filo sottile di fratellanza che lega chi condivide ogni giorno le stesse gioie e le stesse fatiche, chi conosce dall’interno il sapore della vita scolastica, chi ha imparato a riconoscere nei ragazzi — nei loro sguardi, nei loro silenzi — qualcosa che vale la pena custodire.

Leone XIV è entrato alle undici e quarantacinque. E l’adrenalina è esplosa. L’applauso che si è alzato era lungo, fragoroso, sentito — il tipo di applauso che non è cortesia ma emozione, che non celebra una carica ma riconosce una presenza. Qualcosa in quell’istante ha scosso e risvegliato l’anima di tutti i presenti. Il Papa ha sorriso, ha salutato, e ha cominciato con parole che nessuno di noi si aspettava fossero così dirette, così prive di cerimonie.

«Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani.»

Silenzio. La parola ha fatto il giro dell’aula senza bisogno di risonanza. Quanti di noi la conoscono bene, quella parola — il silenzio del lavoro che non compare sui giornali, che non genera titoli, che si consuma nella quotidianità di classi spesso difficili, di ragazzi che guardano altrove. Leone XIV la nominava senza retorica, come si nomina una cosa che si conosce davvero. Ci ha ringraziati per il delicato servizio che svolgiamo nella scuola — e quelle parole, come hanno detto molti di noi, “cervavamo proprio”: perché noi siamo il cuore vivo della scuola, e sentirsi riconoscere come tali, da quella voce, in quel luogo, è stato qualcosa di più di un incoraggiamento.

Il Papa ha poi citato Agostino — «ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» — e la platea ha riconosciuto quelle parole come si riconoscono le coordinate di una mappa. L’IRC non come catechismo travestito da lezione, ma come luogo in cui la grande inquietudine umana può finalmente trovare un nome, uno spazio, un interlocutore.

Il passaggio più toccante è stato quello sui ragazzi. Non quello trionfalistico, non quello che li descrive come terreno da arare. Quello che li guardava con attenzione quasi affettuosa — e li vedeva così come sono: rumorosi in superficie, silenziosi dentro.

«I giovani, anche se a volte sembrano apatici o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi “sente troppo” e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta.»

Papa Leone XIV

Chi insegna lo sa. Lo sa e spesso non ha le parole per dirlo ai colleghi, ai genitori, alle riunioni di dipartimento. Leone XIV lo ha detto con la semplicità di chi non ha paura di sembrare ingenuo. Le sue parole — semplici ma ricche di profondità, come le ha definite qualcuno di noi — hanno fatto vibrare i cuori. Sentirsi incoraggiati a sostenere i ragazzi nell’ascoltare quella voce interiore che orienta le scelte, che sostiene nei momenti di difficoltà e apre alla scoperta del bene: è stata, per molti, nuova linfa per continuare al meglio la nostra professione, accompagnando i ragazzi con fiducia e attenzione nel loro cammino di crescita.

Fare scuola, allora, significa qualcosa di più radicale che trasmettere contenuti. Significa — ha detto il Papa — «formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico», seguendo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano né si oppongono, ma sono «compagne di viaggio» nella ricerca «umile e sincera» della verità. E tutto ciò richiede una virtù che la fretta contemporanea tende a screditare: la pazienza. Educare richiede la pazienza di seminare «senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona». Poi, quasi sottovoce, ha aggiunto la parola di Newman: richiede amore.

L’insegnamento della religione, ha continuato Leone XIV, non è soltanto un trampolino verso le domande dell’anima — è anche una disciplina di «grande valenza culturale», un punto di accesso all’arte, alla storia, alla letteratura, all’architettura di un continente intero. La vera laicità non esclude il fatto religioso, «ma anzi ne sa fare tesoro quale risorsa educativa».

«Ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede.»

In quel momento l’aula era stranamente quieta. Il tipo di silenzio che non è assenza di rumore, ma presenza di qualcosa. Chi aveva il taccuino aperto aveva smesso di scrivere. Non perché le parole non meritassero di essere annotate: anzi, proprio perché meritavano di essere ascoltate. Le parole del Santo Padre avevano fatto vibrare qualcosa dentro — non solo la mente, ma qualcosa di più antico e più intimo. Ognuno le portava a modo suo: c’era chi le tratteneva come si trattiene un respiro, chi già le stava traducendo in classe, nel volto di un ragazzo preciso, in una situazione precisa.

C’era anche chi custodiva in particolare un’immagine: quella di Leone XIV che parlava del conoscere e dell’amare ciò che siamo come radice di ogni incontro autentico. Come se solo a partire da lì, da quella verità interiore, fosse possibile davvero abitare l’altro nella verità. «Custodirò sempre nel mio cuore le Sue parole», ha detto una collega. Ed è difficile trovare formula migliore.

Il Papa ha concluso con un invito a essere «servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di espressioni di bellezza». Quattro formule che sembrano ritagliate per chi, ogni mattina, entra in una classe sapendo che quella non è soltanto un’aula: è un luogo in cui qualcuno, forse senza saperlo, sta imparando a diventare umano.

Sul pullman del ritorno, risalendo la Salaria in senso contrario, ci siamo scambiate le nostre risonanze. Qualcuno dormiva, certo — la notte precedente si faceva sentire — ma la maggior parte era sveglia e parlava. Ognuna portava qualcosa di diverso: un’immagine, una frase, un momento preciso in cui aveva sentito che quella giornata la riguardava davvero. C’era chi parlava dell’emozione dell’ingresso del Papa e dell’applauso che era esploso quasi senza volerlo. C’era chi tornava sul tema del fuoco — «non basta averlo, bisogna esserlo» — e si chiedeva come portarlo in classe il lunedì successivo. C’era chi aveva scoperto, con una certa sorpresa, quanto fosse bello incontrarsi tra colleghi che condividono ogni giorno le stesse gioie e le stesse fatiche: persone che si erano viste per la prima volta, eppure si riconoscevano.

Era stata una giornata profondamente emozionante e carica di significato – un’esperienza spirituale intensa, capace di toccare il cuore e rinnovare il senso della nostra missione educativa. Eravamo partiti come singoli insegnanti. Tornavamo come qualcosa di più simile a una comunità.

Cor ad cor loquitur. Il cuore parla al cuore. Newman lo sapeva. Leone XIV lo ha ricordato. E noi, settemila insegnanti di religione riuniti nella Sala Nervi in quella mattina di aprile, eravamo lì a testimoniarlo.

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