DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Che cos’è una porta? Sì, sembra una domanda con poco senso, tutti sappiamo cos’è una porta, ma proviamo a soffermarci meglio sul suo significato.

La porta fa da limite: non è semplicemente qualcosa che si attraversa; una porta delimita quello che sta fuori e che deve restare fuori, e quello, invece, che andiamo ad incontrare dentro.

La porta è una linea divisoria tra quello che lasciamo e quello che abbracciamo; la porta serve a chiudere fuori e a chiudere dentro; la porta serve a difenderci da quello che lasciamo fuori, che ci potrebbe far male e a proteggerci, invece, in quello che andiamo ad incontrare dentro.

È immagine di chiusura e di apertura, di intimità e di relazione, di protezione e di esposizione, un limite che non imprigiona ma che è a servizio della libertà sia quando protegge l’intimità della persona sia quando apre alle relazioni all’esterno.

«In verità, in verità io vi dico – dice Gesù -: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo».

Io sono la porta, ci dice Gesù. Chi passa attraverso di me, trova la salvezza. Le pecore conoscono la mia voce, ascoltano la mia Parola. Il guardiano mi apre e io le porto fuori.

Qui c’è tutto; c’è un Dio che diventa la nostra porta, la nostra porta che ci difende da fuori e ci protegge da dentro; un Dio che ci raccoglie in intimità ma, nello stesso tempo, ci libera fuori verso quelle che sono le campagne anzi, come canta il salmista, verso i pascoli erbosi, le acque tranquille, il giusto cammino.

La porta, infatti, è il passaggio più naturale per riconoscere chi ci è amico sul serio proprio perché passa per la porta e non scavalca finestre o abbatte muri. Passa per la porta e ci viene ad incontrare.

Viene ad incontrare chi? Noi, pecore!

Certo, l’immagine della pecora potrebbe creare una certa resistenza in noi. Complice è sicuramente la lingua italiana che associa questo animale a coloro che non ragionano con la propria testa, disposti a seguire in maniera ubbidiente e acritica qualunque leader.

Eppure nel Vangelo questo termine non è da leggere in termini dispregiativi ma esattamente al contrario: le pecore sono capaci di riconoscere la voce del loro pastore.

Capitava spesso che diverse greggi, pascolando nello stesso territorio si confondessero. I pastori, allora, dovevano essere bravi ad insegnare alle loro pecore un richiamo unico, diverso da quello degli altri. E le pecore dovevano essere brave a riconoscere quel richiamo.

Darci delle pecore, quindi, non significa darci dei creduloni, ma, al contrario, dirci che siamo capaci di fare discernimento, cioè di scorgere, in mezzo all’assordante quotidianità, la voce liberante che porta vita, la voce di Dio.

È questo il vero volto della fede: quell’empatia viscerale tra Dio, il pastore, e ciascuno di noi, pecora del suo gregge, una empatia che ci fa complici della stessa vita, abitanti della stessa casa, commensali all’unica mensa!

Ed è quanto risponde Pietro alla domanda della folla che sta ascoltando la sua testimonianza: cosa dobbiamo fare? Come comportarci? Come aderire a Gesù?

«Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo».

Non è un percorso, un itinerario inventato, progettato, studiato dagli apostoli, quasi un test di accesso alla comunità cristiana nascente! È invece sintonia di cuore, partecipazione di corpi, cancellazione di ogni distanza, appartenenza reciproca, relazione di vita con il Dio della vita al di là di ogni ricatto o dipendenza, al di là di ogni culto sterile e vuoto.

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