DIOCESI – “Tre giorni provvidenziali per staccare, riposare, fraternizzare, incontrare“: con queste parole don Luigino Scarponi, responsabile dell’Ufficio Clero delle Diocesi del Piceno, riassume i tre giorni vissuti da 14 presbiteri del Piceno presso il convento San Francesco de La Verna dal 13 al 15 Aprile 2026.
Racconta don Luigino Scarponi: “La tre giorni nasce, insieme ad altre iniziative, dal desiderio del vescovo Gianpiero di prendersi cura dei membri dei due presbitéri di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, al fine di raggiungerne la fusione. Incontrandosi e lavorando insieme, si crescerà nella stima e conoscenza reciproca. In 12 abbiamo risposto alla proposta del vescovo e ringraziamo il Signore per averci fatto vivere in questi giorni diverse esperienze, intense e molto fruttuose.
Insieme a noi ci sono stati anche il vescovo Gianpiero Palmieri e padre Giancarlo Corsini, dell’OFM Conv., a cui il nostro vescovo ha affidato l’animazione di queste giornate: padre Giancarlo, infatti, è un profondo conoscitore della vita, della spiritualità e del cuore di San Francesco, avendo letto, studiato e meditato infinite volte le Fonti Francescane”.
Immersi nella natura e nella spiritualità attraverso le meditazioni di padre Giancarlo Corsini
Spiega don Luigino:
“Nel primo giorno l’ora del pranzo ci ha colto a Sansepolcro. La sede della direzione centrale di “Aboca”, immerso nelle mille tonalità di verde delle colline toscane, ci ha ospitato da signori. San Francesco, grazie a padre Giancarlo, ci ha mostrato la vera eco-spiritualità nell’Ecologia integrale tanto cara a papa Francesco. Nello stesso comune di Sansepolcro insiste l’eremo di Monte Casale (Strada del Sale) tenuto dai frati cappuccini, luogo sito in provincia di Arezzo, molto significativo della spiritualità francescana e immerso nei boschi della Val Tiberina, dove abbiamo colto l’altro aspetto dell’ecologismo francescano nel suo profondo legame tra architettura povera e natura incontaminata.
Padre Giancarlo, con in mano le Fonti Francescane, mentre eravamo seduti nel piccolissimo coro ligneo, ci ha riportato nel 1213, quando i Camaldolesi donarono a San Francesco l’eremo, considerato oggi il luogo della memoria perché conserva tracce dirette del passaggio del Santo. Nel racconto dei Fioretti, infatti, viene collocata in questo luogo sia la conversione dei tre ladroni che, commossi dalla carità del Poverello di Assisi, decisero di farsi frati, sia il celebre gesto dei cavoli piantati all’insù, chiesto da Francesco a due giovani per metterne alla prova la loro obbedienza con il risultato che uno fu preso e l’altro rimandato a casa.
Giunti al convento de La Verna, quasi ci siamo persi nell’immensa struttura cresciuta in 800 anni di storia francescana. Abbiamo fatto vita comune con i frati e numerosi novizi”.
Le riflessioni del cardinale José Tolentino Mendonça
Prosegue il responsabile dell’Ufficio Clero:
“Nel secondo giorno abbiamo raggiunto la Fraternità di Romena di Luigi Verdi, per partecipare, per la sola mattinata, al cammino di formazione dal titolo “La gratitudine”, destinato ai religiosi ed animato dal cardinale José Tolentino Mendonça. Provo a condividere con i lettori e le lettrici de ‘L’Ancora’ gli appunti che ho preso in merito alle sue riflessioni che ci hanno davvero illuminato”.
Servi del Vangelo, non padroni
“Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero” (Mc 6,33).
È l’icona del missionario: si ritira per stare con il Signore, ma il popolo lo cerca. Separati, per tornare al popolo di Dio. L’“apprendistato dell’incontro” chiede dedizione e amore per configurare il cuore a quello di Cristo.
Famiglia umana come orizzonte
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (Gaudium et Spes_ 1).
La Chiesa non ha il monopolio di Dio. I “semina Verbi” sono già sparsi nell’umanità: “Signore, tutti ti cercano” (Mc 1,37).
Missione non significa santificazione automatica
Il rischio è dare la grazia agli altri, restando refrattari noi. Il ministero senza vita interiore diventa “fare per il fare”. Serve umiltà, humus, per leggere il presente senza idealizzare il contatto col mondo.
Il caos di questo tempo
Cacciari, Amodei, Heidegger: stiamo in un “tunnel turbolento”. Da 6 km/h a 1000 km/h. Dall’homo sapiens all’homo cibernetico. Rischio: perdere la connessione all’umanità. La tecnologia oggi non è solo “cosa può fare per noi”, ma “cosa può fare di noi”.
“Ormai solo un Dio ci può salvare” diceva Heidegger. Ma la risposta cristiana è: lasciarsi rinnovare dallo Spirito.
Chiesa in ripartenza
Non è la fine del cristianesimo, ma di “un certo cristianesimo”. Tempo di germinazione, di lutto e rinascita. Non eccesso di diagnosi, ma coraggio di esporsi alla vita così com’è: disordine, precarietà.
La folla ci anticipa. Serve discernimento collettivo: lo Spirito soffia oggi come ieri e ci precede. Noi siamo facilitatori dello Spirito, non registi.
Per una pastorale procreativa: la parabola del gesuita Andrè Fossion
Il cardinale Tolentino ha terminato il suo intervento sottolineando come, in una situazione di crisi, di inizio o di re-inizio, occorra una pastorale procreativa o di rinascita, distinta invece da una pastorale di inquadramento. Per far comprendere la differenza, il cardinale si è servito del “racconto di un fatto reale, che può servire come parabola nel campo pastorale” .una parabola del gesuita Andrè Fossion, che don Luigino Scarponi riassume così:
“Il 26 dicembre 1999, un uragano chiamato Lothar si é abbattuto sull’Europa, in modo particolare nell’est della Francia. Si stima che 300 milioni di alberi siano stati abbattuti sul territorio francese. L’uragano ha lasciato dietro di sé uno spettacolo di desolazione. Ci sono stati una sessantina di morti e un certo numero di suicidi di guardie forestali o di proprietari che non hanno potuto sopportare l’ampiezza della catastrofe. «Una cattedrale crollata non é grave – dice una guardia forestale –: la si può riscostruire. Una quercia di 300 o di 400 anni, non si può».
Dopo la catastrofe, uffici e studi hanno subito elaborato programmi di rimboschimento, progetti di re-impiantazione, piani di ripopolamento. Si trattava di approfittare della catastrofe per ricostruire la foresta, secondo l’immagine ideale che uno si poteva fare.
Ma una volta che si é trattato di mettere in opera questi piani di rimboschimento, gli ingegneri forestali hanno costatato che il bosco li aveva anticipati. Hanno constatato una rigenerazione più rapida del previsto che metteva in questione i piani di rimboschimento progettati, manifestando configurazioni nuove più vantaggiose alle quali gli uffici studi non avevano pensato. La rigenerazione naturale della foresta manifestava, a ben guardare, una migliore biodiversità e un migliore equilibrio ecologico tra gli abeti e il fogliame. Alcune specie, che erano state soffocate dal vecchio bosco, potevano rinascere. La catastrofe si rivelò anche utile per la rinascita o l’espansione di certe specie di animali.
Da una politica volontaristica di ricostruzione del bosco secondo i loro piani, gli ingegneri forestali sono passati a una politica più morbida di accompagnamento di rigenerazione naturale del bosco, considerando e assumendo le nuove possibilità più vantaggiose che offriva questa rinascita naturale. Non si trattava di rinunciare ad ogni intervento, bensì di operare con maggiore competenza, di accompagnare in modo attivo e attento un processo di rinascita naturale. Ecco che cosa dice un ingegnere forestale su questo stile di accompagnamento: «Sono germogliate tenere pianticelle di alberi di varie specie. Il nostro lavoro é stato quello di estrarle delicatamente, di curarle, di accogliere la vita della natura, anziché di credere che fosse scomparsa e di re-impiantarle artificialmente».
Rifocillati spiritualmente dalle parole del cardinale Tolentino e dalla narrazione esperienziale di don Luigi Verdi e rifocillati fisicamente con il pranzo condiviso in fraternità, in serata abbiamo avuto il tempo, prima della Celebrazione Eucaristica, di condividere pensieri e suggestioni.
In particolare sono risuonate le parole di don Luigi Verdi , con le quali possiamo sperare: ‘Nella crisi profonda di questo tempo, torniamo ad essere noi stessi ed impariamo ad amare questo mondo abitandolo’”.