DIOCESI – Dopo il primo incontro sulla facciata e sulle porte di Paolo Annibali (si veda QUI) e il secondo incontro sugli altari laterali (si veda QUI), riportiamo quanto illustrato dal Prof. Nicola Rosetti durante l’ultimo incontro di presentazione della Cattedrale, tenutosi sabato 18 aprile e che ha avuto per oggetto il dipinto absidale di Ugolino da Belluno. Il ciclo di incontri è stato promosso dai Musei Sistini del Piceno.
Prima di iniziare la presentazione devo dire che sono debitore in toto a Don Vincenzo Catani che durante la Festa della Marina del 2023 illustrò il dipinto di Ugolino da Belluno e che nel suo bel libro I Santi della Chiesa Truentina ha raccolto tutte le biografie di Santi, Beati, Venerabili e Servi di Dio della nostra Diocesi, molti dei quali sono presenti nel dipinto absidale della Cattedrale.
Il dipinto che orna l’abside della Basilica Cattedrale di Santa Maria della Marina è stato realizzato dal frate cappuccino Ugolino da Belluno (al secolo Silvio Alessandri, Belluno 15 dicembre 1919 – Roma 24 maggio 2002) con l’aiuto di suo nipote Silvio fra il giugno e il dicembre del 1993, quando il religioso aveva 72 anni. Egli viveva nel convento dei Frati Cappuccini di Via Veneto a Roma ed era amico personale di grandi artisti contemporanei come Carlo Carrà, Giacomo Manzù, Giorgio De Chirico e Gino Severini (da cui apprese la tecnica del mosaico). Nel mondo un centinaio di opere porta la sua firma.
Nel 1991 il vescovo Giuseppe Chiaretti scrisse a Ugolino che aveva fretta di realizzare l’opera perché forse sarebbe venuto nel Piceno Giovanni Paolo II in occasione del VI centenario della nascita di San Giacomo della Marca (1993), cosa che però poi non avvenne. Per questo motivo, il religioso partecipò proprio in quell’anno alla Festa della Marina. Inizialmente Chiaretti avrebbe voluto per l’abside una decorazione a mosaico, ma poiché per lavorare sui 427 metri quadrati dell’abside era stata richiesta la cifra di 340 milioni di lire, si preferì realizzare un dipinto a tempera graffita, con un costo complessivo quattro volte inferiore.
Sull’arco trionfale si trova lo stemma di Giovanni Paolo II, oggi Santo, quasi come una chiave di volta, composto dalla tiara – ovvero la corona papale fatta da tre corone, indossata dai pontefici fino a Paolo VI e presente negli stemmi papali fino a Giovanni Paolo II – le chiavi del paradiso e lo scudo con la croce di Cristo e la “M” di Maria, al quale il Papa polacco era tanto devoto. Tutto intorno osserviamo lo spartito di un canto gregoriano impostato su 4 righe con note quadrate.
Protagonista dell’affresco è la Trinità: il Padre rappresentato dal Tetragramma – quattro lettere ebraiche che si leggono da destra verso sinistra di colore scuro su uno sfondo trapezoidale di colore arancione – il Figlio nell’atto di trasfigurarsi e lo Spirito Santo in prossimità della Vergine Maria. Nella calotta l’artista ha rappresentato uno stormo di colombe che si dirige verso l’Europa, volendo auspicare la pace nell’Ex Jugoslavia che al tempo della realizzazione del dipinto era martoriata dalla guerra.
Al centro dell’affresco campeggia una grande mandorla di colore rosso, divisa in due da una cornice marcapiano sulla quale si trovano le parole che Dio Padre ha pronunciato durante l’episodio della Trasfigurazione: «Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!». Il Vescovo Chiaretti definì questa mandorla il “Paradiso Piceno”: infatti in essa sono collocati coloro che nella nostra realtà diocesana hanno ascoltato il Figlio prediletto e sono stati riconosciuti Servi di Dio (la Diocesi ha raccolto testimonianze sulla loro santità di vita), Venerabili (il Dicastero per le Cause dei Santi ha riconosciuto l’eroicità delle loro virtù), Beati (la Chiesa ha autorizzato il loro culto locale) o Santi (la Chiesa ha riconosciuto la loro venerazione a livello mondiale). Un po’ come nelle iconostasi delle chiese ortodosse questi personaggi che appartengono alla Chiesa Trionfante del Cielo vegliano, assistono e intercedono per i fedeli che appartengono alla compagine della Chiesa Militante su questa Terra.
Nella parte superiore un Cristo diafano – alto 5 metri, con contorni indefiniti e dai colori ispirati a quelli di un tramonto – si sta trasfigurando davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni alla presenza di Mosè (dietro di lui il roveto ardente) e ad Elia (dietro di lui il carro col quale il profeta fu trasportato in cielo) che brillano di luce riflessa, come la luna brilla della luce trasmessale dal sole. Grazie a questo episodio biblico nel quale Cristo mostra a selezionati apostoli la sua divinità, possiamo affermare che ogni autentica esperienza di Dio coincide con una esperienza di Bellezza, come attestano anche le parole di Sant’Agostino che, dopo avere incontrato Dio nella sua vita ha detto: «Tardi t’amai Bellezza infinita».
Assistono a questa scena i Santi più antichi della Chiesa Truentina. San Benedetto (+304) con la palma, ovvero il soldato romano martirizzato tramite decapitazione a Cupra Marittima sotto l’imperatore Diocleziano: secondo la tradizione, il suo corpo, miracolosamente riattaccato alla testa, fu trasportato dai delfini sulla spiaggia della nostra città e raccolto da dei contadini che lo portarono in quello che poi sarebbe diventato il Paese Alto. San Basso (+250) – Vescovo di Nizza, martirizzato con degli spiedoni sotto l’imperatore Decio, le cui reliquie vennero trasportate nelle nostre terre fra il V e il VI secolo – ha la mitria, indossa una casula viola, il pallio e con la mano sinistra tiene il pastorale.
Mentre Benedetto e Basso divennero santi per acclamazione di popolo, il monteprandonese Giacomo della Marca (1393-1476) è stato riconosciuto tale a seguito di un processo canonico, secondo le modalità che ancora oggi sono in vigore. Domenico Gangala – questo in origine il suo nome – fu figlio spirituale di Bernardino da Siena insieme a Giovanni da Capestrano e allo stesso tempo infiammò i cuori del Beato Marco da Montegallo e Bernardino da Feltre, inventori del primo Monte di Pietà nel 1462 a Perugia. Grazie ai suoi studi giuridici, aiutò molti comuni a redigere i propri statuti e fu paciere fra molte città rivali da sempre come Ascoli e Fermo.
I papi Giovanni Paolo II (che ha istituito la Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto nel 1986) con una casula verde e Sisto V (che ha istituito la Diocesi di Montalto nel 1586) con la tiara, il piviale bianco (paramento liturgico), le chiroteche (guanti con croci che ricordano la crocifissione di Cristo, di cui il papa è vicario, e di Pietro, di cui il papa è successore) adorano Cristo inginocchiati.
Nella parte inferiore spicca in posizione preminente la figura della Vergine Maria col Bambino, rappresentata prima come una donna del popolo e poi con le sembianze della Madonna di Vladimir, un’icona russa risalente al XV secolo nella quale Gesù bambino abbraccia la madre. La Madonna siede su un trono che ha come braccioli il campanile della chiesa di San Benedetto Martire e la Torre dei Gualtieri e poggia i suoi piedi su un pavimento che ricorda per forma quello disegnato da Borromini per la chiesa di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma: Ugolino da Belluno ha voluto così creare un legame fra la cattedrale della Diocesi Truentina e quella della Diocesi di Roma. Sullo sfondo si riconoscono delle figure che sono una citazione del paradiso nel celebre Giudizio Universale dipinto dal Beato Angelico nel 1431 e oggi custodito nel Convento di San Marco a Firenze.
In primo piano, sulla destra, troviamo figure della Diocesi di Ripatransone, eretta da San Pio V nel 1571. Il Venerabile sambenedettese, anzi “sudentrino”, padre Giovanni dello Spirito Santo, al secolo Giacomo Bruni, figlio spirituale di don Francesco Sciocchetti, divennne sacerdote passionista e morì prematuramente a seguito di una malattia. La Serva di Dio Lavinia Sernardi in Giammarini (1588-1623) con i figli Francesco (futuro sacerdote oratoriano) e Margherita (futura suora cappuccina). Il Servo di Dio Simone, al secolo Filippo, Filippovich (1732-1802) con le sembianze del committente Mons. Giuseppe Chiaretti che regge in mano il modellino della basilica: di origine bosniaca, divenne frate e parroco di una chiesa nelle sue terre, ma per fuggire dai continui attestati di stima di cui era oggetto, per umiltà chiese di entrare nel Ritiro della Maddalena (attuale Convento delle Passioniste) di Ripatransone. Era un uomo mite oltre ogni limite. Per farlo esercitare nell’umiltà, un superiore gli impose di professarsi uno zuccone davanti ai suoi confratelli, ma egli preferì dire che era una semplice zucca. Per comprendere ancora meglio l’episodio, si tenga conto che Ferdinando Zucconi era un insigne biblista gesuita nei confronti del quale il nostro sentiva di non poter reggere il paragone.
Spostando la nostra attenzione sulla sinistra troviamo figure di spicco della Diocesi di Montalto, eretta da Sisto V nel 1586. Il Venerabile ascolano Francesco Antonio Marcucci (1717-1798), vestito da vescovo, fondatore nel 1744 delle suore Concezioniste dedite all’istruzione delle fanciulle, divenne Vice Gerente (la terza figura più importante nella Diocesi di Roma dopo il Papa e il Cardinale Vicario) e confessore di papa Pio VI che accompagnò in Austria per una missione diplomatica in cui gli venne donato un prezioso anello, oggi infilato nel reliquiario di Sant’Emidio nella Cattedrale di Ascoli. Il focese Servo di Dio Domenico Cesari (1912-1949) ebbe una vita difficilissima e si riuscì a districare in mezzo a mille difficoltà aggrappandosi alla fede: pur avendo un gran cuore, a causa della sua scarsa istruzione venne rifiutato dal seminario diocesano e da vari ordini religiosi. Intrapresa la carriera militare partì per la Libia, ma fu fatto prigioniero dagli inglesi e portato prima in Egitto e poi in un campo di concentramento di Bombay e infine in uno ai piedi dell’Himalaya. Tornato in patria trovò un posto di lavoro presso le Poste. La forcese Beata Maria Assunta Pallotta (1878-1905) divenne Missionaria Francescana e morì in odore di Santità in Cina.
L’immensa mandorla si staglia su un mare stilizzato e tremolante dal quale emergono parecchi pesci, anche questa una citazione in quanto Ugolino probabilmente si è ispirato a un mosaico del pavimento della basilica patriarcale di Aquileia, edificio non lontano dal suo paese natale.
Infine, in basso è rappresentata la processione della Festa della Madonna della Marina con paranze (da “paro”, ovvero “paio”, in quanto occorrono due di queste imbarcazioni per fare la pesca a strascico) dalle caratteristiche vele triangolari e con lancette con le vele quadrangolari. Nella parte centrale fa bella mostra di sé lo scafo dell’imbarcazione che porta la venerata immagine della Madonna della Marina col mazzo di fiori che sarà gettato fra i flutti in ricordo di quanti per lavoro o per svolgere il loro civico dovere sono morti in mare. Sull’imbarcazione è presente il ripano Mons. Francesco Sciocchetti (1863-1946), IV Parroco della Marina e fondatore della Chiesa Nuova – che regge in mano un’elica, a ricordo del primo motopeschereccio da lui stesso varato nel 1912. Insieme a lui San Francesco da Paola (1416-1507) – nei cui tratti somatici intravvediamo l’autoritratto di Ugolino da Belluno) – protettore dei marinai in quanto secondo la leggenda passò lo stretto di Messina navigando sul suo mantello, protende le mani verso la Vergine Maria.
Sulle vele delle lancette sono presenti alcuni stemmi araldici: quello di Mons. Vincenzo Radicioni (1906-1988, Vescovo Diocesano dal 1951 al 1983) con il motto episcopale «In caritate radicati» (con evidente allusione al suo cognome); quello del Comune di Montalto; quello del committente Mons. Giuseppe Chiaretti (1933-2021, Vescovo Diocesano dal 1983 al 1995) col motto «Spes sicut anchora tuta ac firma», quello del Comune di Ripatransone e infine quello dell’Abruzzo, visto che una propaggine della nostra Diocesi si estende si questa regione.














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