Leggi l’articolo: Il funerale di Don Pio sarà presieduto dal Vescovo Palmieri, i parrocchiani: “Ti abbiamo voluto e ti vogliamo bene”

Di Pietro Pompei

DIOCESI – L’amicizia con don Pio è iniziata da molti anni tra le mura dei vari seminari fino al maggiore di Fano, quando io mi accorsi che non era più la mia vocazione; tuttavia continuò nelle varie attività parrocchiali, specialmente nell’attivare, su suggerimento del Vescovo Chiaretti, una scuola di dottrina sociale cristiana. I locali della parrocchia di Cristo Re si prestavano perfettamente allo scopo e don Pio fu ben lieto di poterceli adattare. Iniziammo un’amicizia a livello culturale; mi accorsi subito dell’interesse che il parroco aveva nello scrivere opuscoli di catechismo adatti per le varie età. Quando passò a scritti più impegnativi mi chiese di lavorare su bozze di maggiore impegno, cosa che feci ben volentieri. Un romanzo dal titolo: “Gli Amori non muoiono mai”, mi è sembrato subito molto interessante e ne feci anche una recensione che porto alla conoscenza dei nostri lettori:

“Dispiace dover constatare come nel fervore letterario di quest’estate, con la presentazione di tante opere ed autori alla Palazzina Azzurra, sia passata inosservata un’opera che, per la sua originalità, per lo stile accattivante e per la provenienza dell’autore, meritava di uscire dal ristretto gruppo di estimatori ed amici. Intendo riferirmi al bel libro di d. Pio Costanzo dal suggestivo titolo: “Gli Amori non muoiono mai”, uscito dalle stampe della tipografia Linea-Grafica di Centobuchi nel mese di giugno 2005. Il contenuto del libro può essere sintetizzato in una celebre espressione di Hegel: “Un animo puro non si vergogna dell’amore; ma si vergogna che questo non sia totale”. La trama potrebbe apparire semplice e poco originale se, come succede talvolta nella vita di ogni uomo, specie nei periodi di crisi, essa non si intrecciasse con eventi quali il fascismo e il nazismo che hanno segnato, purtroppo negativamente, la storia dell’Europa.

È il diario della vita di un prete che, pur restando fedele alla sua scelta vocazionale, non intende dimenticare i profondi sentimenti, anche quelli verso una ragazza, che hanno inciso nella sua vita prima di diventare sacerdote. Altri Autori, anche famosi, si sono cimentati nello stile del Diario a narrarci le giornate spesso a rischio di un sacerdote che non voglia appiattirsi in una monotona ed usuale vita alla don Abbondio, infastidito solo dall’imprevisto. Nel Nostro c’è insofferenza all’abitudinario, tipica di quelle anime che cercano sempre di mettersi in discussione nella sete evidente di sublimare il proprio ideale. Don Pio Costanzo è un parroco conosciuto nella nostra città e pertanto si è parlato di autobiografia. Certamente nella vita di don Timoteo, il protagonista del romanzo, possiamo ritrovare quella di ogni sacerdote nella lotta quotidiana tra sentimenti, emozioni e aridità, indifferenza, tra piccinerie dell’umano e la grandezza del ministero. Alcune pagine sono di grande intensità e riescono a percorrere itinerari umani basati sulla contraddizione e sulla viltà. Vengono stigmatizzate le azioni di alcune Autorità che, per il posto che occupano, avrebbero dovuto dare esempio di coerenza e che invece scendono con facilità al compromesso.

La narrazione prende l’avvio da un incontro tra l’Autore e due coniugi polacchi, ai quali era stato affidato un Breviario da un sacerdote fuggito da un campo di concentramento e con dentro pagine e pagine di un Diario cadenzato sul calendario liturgico. Sono pagine dense di avvenimenti personali, familiari che si intersecano con una storia piena di eventi storici. Le guerre, le violenze, gli intrighi e le vendette sembrano talvolta avere il sopravvento, ma non possono nulla sui sentimenti che riaffiorano nei momenti di disperazione a dar forza ai protagonisti.

Anche se in alcuni episodi, specie quelli conclusivi, si nota un po’ di artificiosità, tuttavia siamo di fronte ad un buon libro con la sua fatica per la verità, anche se spesso essa richiede sacrificio e incomprensioni”.

L’attività pastorale di don Pio non aveva soste. La Domenica era piena di impegni. Le sue celebrazioni erano molto seguite. Le omelie erano ascoltate con attenzione, anche perché aveva modo di aggiungere battute piene di umorismo.

È stato scritto che il pensiero di don Pio nelle omelie non era politico in senso stretto ma pre-politico, nel senso di una fondazione dei problemi in una prospettiva etica e religiosa. Pur cogliendo fino in fondo tale osservazione, preferirei definirlo un pensiero “inpolitico”, che precede e sta oltre la politica, un movimento del pensare che agisce secondo la modalità dello sguardo.

In concreto don Pio ci proponeva un modo di guardare alla politica con la capacità di legare sempre il fatto politico e la decisione politica all’idea, al diritto, alla giustizia e il potere al bene. Sentiva dentro di sé in modo forte il valore della politica, ne percepiva la moralità di senso come una vera e propria passione dello spirito ed esprimeva questo sentire nel suo voler essere, sempre e dovunque, dalla parte dell’uomo contro ogni forma possibile di prevaricazione.

Lasciarsi interrogare da lui significava assumere un modo di pensare e una metodologia di azione che andava oltre gli schemi e che obbligava, in ogni situazione, a mantenere contemporaneamente un profondo coinvolgimento e un affrancamento dal contingente politico. Questa modalità la si evince dai suoi atteggiamenti critici e a volte risentiti in materia sociale, dal suo appassionarsi ad ogni tema che coinvolgeva l’uomo e la sua condizione nella società, dalla sua assidua tensione in materia di libertà.

La politica doveva essere pensata, vissuta e proposta non come una semplice dialettica di opinioni, meno ancora come un gioco, sia pure legittimo, di interessi, ma come il vivere permanente di una tensione ideale e di una coscienza incalzata dai temi della libertà e della giustizia.

In definitiva era la richiesta di una rigorosa propedeutica dei valori e degli ideali che andavano declinati nell’agire politico, in modo che potessero generare una società civile degna dell’uomo. Si trattava di pensare la dimensione e l’organizzazione della società non incardinata, come oggi avviene, attorno ai criteri dell’efficienza puramente economica, ma soprattutto in tensione costante verso la giustizia e ordinata alla dignità di ogni uomo.

È certo che le sue omelie erano piene di contenuti ispirati principalmente in opere di carità da tutti riconosciute.

Il 18 aprile 2004 aveva inaugurato una Casa dell’Accoglienza che ospita gratuitamente persone che non hanno una casa e un pasto. A tale scopo gli era stato attribuito il

PREMIO GRAN PAVESE ROSSOBLÙ
per la dedizione che da sempre manifesta
alle necessità dei meno fortunati
riuscendo a realizzare,
nonostante i tanti ostacoli
superati con l’inesauribile e proverbiale energia,
la Casa dell’Accoglienza,
supporto oramai insostituibile
all’azione di sostegno sociale
dell’Amministrazione comunale.

Alla famiglia e a quella della parrocchia sentite condoglianze.

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